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Rita 2.0Il progetto di Fondazione Adecco per aiutare le donne in difficoltà ad approcciare il mondo del lavoro

L’iniziativa è giunta alla seconda edizione e punta a inserire nelle realtà aziendali sessanta donne. «Vogliamo creare un ecosistema innovativo di presa in carico dei bisogni sociali», dice Laura Ciardiello

pixabay

Centoventi donne già inserite in azienda e duecento coinvolte in percorsi di orientamento e formazione. Il progetto R.I.T.A di Fondazione Adecco, acronimo di “Reskilling Inclusion Talent Achievement” è ripartito con la seconda edizione all’inizio del 2024. I soggetti finanziatori sono nuovi, ovvero Fondazione Deloitte e Fondazione De Agostini. Ma l’obiettivo resta lo stesso: orientare, formare e supportare donne in situazioni di vulnerabilità e fragilità, poggiando su una rete multistrato composta da aziende, soggetti no profit e amministrazioni pubbliche.

«Rispetto alla prima edizione, che si focalizzava sulla Lombardia, questa seconda edizione punta a espandere il progetto dal punto di vista territoriale coinvolgendo anche Roma», spiega Laura Ciardiello, responsabile sviluppo progetti di Fondazione Adecco. «L’obiettivo, sulla base dei risultati raggiunti, è quello di rafforzare la nostra rete per offrire iniziative di orientamento, formazione professionale e coaching». Inoltre, le donne coinvolte verranno supportate da un consulente psicologico e attraverso servizi a sostegno della genitorialità come, ad esempio, baby sitting e campi estivi (messi a disposizione di coloro che stanno frequentando un corso di formazione o devono sostenere colloqui di lavoro).

Le prime dodici donne partecipanti alla nuova edizione, segnalate dalle associazioni del territorio, hanno già mosso alcuni passi. «Svolgiamo incontri individuali, ma anche di gruppo», spiega Ciardiello, «spesso le donne che sperimentano situazioni di difficoltà si sentono sole e abbandonate. Stare insieme ad altre persone che vivono realtà analoghe permette di creare un network, senza sentirsi giudicate. E molte volte si creano situazioni di aiuto e sostegno reciproco, anche nella gestione dei bambini».

«Noi ci poniamo in ascolto di queste donne come persone e non per la loro fragilità», continua Ciardiello. «Poter essere ascoltate in questo modo permette loro di esprimersi con maggiore libertà e raggiungere la consapevolezza della necessità di prendere in mano la propria vita».

In molti casi, si tratta di donne che hanno perso il lavoro da tempo, che vivono in case protette o hanno pochi contatti con il mondo esterno perché hanno la necessità di curarsi. «Molte hanno paura e non sanno come muoversi. Questi colloqui sono quindi il primo passo per entrare in una nuova realtà, in un nuovo network», prosegue Ciardiello.

L’età media delle prime donne entrate nella seconda edizione del progetto è di circa quarant’anni. Ciascuna ha il proprio background, con livelli diversi di scolarizzazione. Alcune non hanno il diploma, mentre altre hanno conseguito la laurea in Italia o in altri Paesi.

L’obiettivo è quello di includere in azienda sessanta donne e di coinvolgerne almeno cento in due anni. Il progetto funge da «facilitatore», intervenendo anche laddove gli inserimenti in azienda possano risultare più complicati. «Spesso hanno bisogno di una piccola spinta, perché se una persona non è mai entrata nel mercato del lavoro o è fuori da molto tempo non sa nemmeno a chi rivolgersi, come muoversi», dice Ciardiello. «Vogliamo creare un ecosistema innovativo di presa in carico dei bisogni sociali delle donne».

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