Putiniano padanoL’amore di Salvini per Putin è un pericolo serio per la sicurezza italiana

Giorgia Meloni presiede il G7 e deve stare attenta a non condividere col suo vicepremier i delicati dossier sulla guerra russa all’Ucraina e all’Europa. Una situazione che mina ogni giorno la credibilità del nostro paese nell’alleanza atlantica

AP/Lapresse

C’è un problema di sicurezza in Italia. Non è una novità ma, all’indomani del voto farsa in Russia, le parole di Matteo Salvini non sono solo imbarazzanti per Giorgia Meloni, sono una questione istituzionale che non può passare inosservata al Quirinale. Per il presidente della Repubblica, la credibilità dell’Italia all’estero è sempre stata, giustamente, un principio cardine del nostro ruolo in Europa e nel mondo. Sentir dire al vice presidente del Consiglio, al leader della seconda forza politica della maggioranza di governo, a un esponente politico che siede nel Consiglio dei ministri (quindi può venire a conoscenza di dati sensibili), che in Russia tutto si  è svolto in maniera democratica, è sconcertante. 

«Quando un popolo vota ha sempre ragione», ha detto Salvini. Facendo finta di non sapere e di non vedere che da quelle parti non c’è una normale dialettica politica, non ci sono candidati concorrenti, che gli oppositori o sono fuggiti all’estero o vengono messi in carcere e in quelle celle artiche vengono anche uccisi come è successo ad Alexey Navalny. Fa finta di non sapere, Salvini, ma il problema è che è solidale con un dittatore che avrebbe volentieri scambiato con Mattarella.

La Lega ha ancora in piedi un accordo politico con Russia Unita e non perde occasione per dire che bisogna staccare la spina degli aiuti all’Ucraina. E allo stesso tempo applaude alla vittoria di Donald Trump nelle primarie americane e tifa affinché vinca le elezioni presidenziali, con tutto ciò che potrebbe significare per l’Europa. Se lo ricordano bene Angela Merkel, Emmanuel Macron e chi governava quando l’allora presidente degli Stati Uniti scaricava il Vecchio Continente, tifava per le destre anti-europee e per la Brexit.

È chiaro che chi vuole distruggere l’Europa matrigna dei burocrati sta da una certa parte e vorrebbe farla finita con gli ucraini perché non si può continuare a morire per Kyjiv, come nel 1938 non si poteva morire per Danzica contro i nazisti. Come se a morire fossero gli europei e non gli ucraini che vogliono vivere in una Europa libera e democratica, e che muoiono anche per gli europei che tremano come foglie quando sentono Emmanuel Macron ipotizzare un intervento di militari Ue in quel teatro di guerra. Ora tremeranno sentendo il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, dire che «bisogna essere pronti a difenderci e passare a una modalità di “economia di guerra” perché è giunto il momento di assumerci la responsabilità della nostra sicurezza. Non possiamo più contare sugli altri o essere in balia dei cicli elettorali negli Stati Uniti o altrove».

Se il terribile scenario è questo, purtroppo, il nostro Paese non può far finta di avere un governo unito su una questione geopolitica così rilevante. Prima o poi il classico nodo verrà al pettine, e Salvini è il problema. Meloni nega l’evidenza della maggioranza divisa. Ne fa pure un tema elettorale ripetendo che non è importante quanto sia largo il campo delle alleanze, ma quanto sia coeso e compatibile. Butta la facile palla nel campo avverso come se l’onere di governare ce l’avessero Partito democratico e Cinquestelle. 

Sentendo Antonio Tajani, non sembra proprio che ci sia questa compatibilità. Il capo della Farnesina sottolinea che la politica estera la fa lui, non Salvini. Ma non basta che Tajani dica che «queste elezioni sono state caratterizzate da pressioni forti, anche violente. Abbiamo visto le immagini dei soldati nelle urne, non mi sembra che sia un’elezione che rispetta i criteri che rispettiamo noi». Non basta nemmeno che Deborah Bergamini, che di Tajani è la vice segretaria nonché responsabile Esteri di Forza Italia, ricordi con malizia la necessità di essere «politicamente maturi» e di comprendere che la Russia è uno Stato autoritario. Giusto, ma Salvini non è uno di passaggio. E la questione non è una roba di piccola politica interna.

L’Italia non può permettersi di avere una quinta colonna di Putin nel governo. Meloni dovrebbe chiarire e soprattutto assicurare che le informazioni e tutte le attività miliari legate al conflitto in Ucraina siano ben custodite. Dovrebbe mettere con le spalle al muro l’alleato leghista perché è la presidente di turno del G7 e ha un problema oggettivo: all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri non è previsto alcun investimento per l’acquisto di armi da inviare a Volodymyr Zelensky. Cosa che Regno Unito, Francia, Germania e altri Paesi europei stanno facendo, tra l’altro rendendo pubblici gli elenchi, a differenza dell’Italia. Se poi dovessimo incamminarci verso un’economia (anche solo in parte) di guerra le contraddizioni nel governo esploderebbero. 

È chiaro che Meloni non può forzare la mano a Salvini, in piena campagna elettorale. La tenuta della maggioranza è sempre una priorità per chi siede a Palazzo Chigi. Ma fino a quando durerà questa commedia delle parti? Durerà anche a prezzo di mettere a repentaglio la sicurezza di un Paese del G7?

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