Guerra ad arteSana Shahmuradova Tanska debutta alla Biennale di Sydney con le opere di lotta anti Putin

Sono armi di resistenza le tele esposte in Australia da questa giovane pittrice di Odessa. Che debutta a pochi giorni dalla distruzione dell’Accademia d’arte di Kyjiv dove, nel 1937 molti artisti sono stati giustiziati dal Commissariato del popolo russo, per l’unica colpa di essere ucraini

Sana Shahmuradova Tanska. Photo Daria Svertilova. Courtesy from the site of Biennale di Sydney

Sana Shahmuradova Tanska è un’artista ucraina che ha messo su tela tutta l’alienazione e il disagio provocato dall’invasione russa del suo paese. Se Jorit, alias Ciro Cerullo è ormai il writer più presente nei talk show italiani, per le sue posizioni politiche sulla guerra, Sana ha conquistato il suo cono di luce alla Biennale di Sydney, in questi giorni. I suoi quadri, appesi all’Artspace di Woolloomooloo raffigurano bizzarrie inquietanti, che i critici del Guardian definiscono «al confine tra dionisiaco e distopico». Si tratta in effetti di figure femminili nude immerse in paesaggi infuocati; ma anche di cozze lunari che nuotano accanto a creature proteiformi, simili a pesci e di soli antropomorfi che piangono sui campi di grano ucraino.

Shahmuradova Tanska ha dipinto questi mondi onirici nel suo studio a Kyjiv prima e dopo l’occupazione russa del paese il 24 febbraio 2022. E il prima e il dopo sono la sua linea di misurazione del tempo, costellata di espatri indesiderati. Era una teenager nel 2014 quando da Odessa è volata a Toronto con la madre e il fratello, poco prima delle proteste di Euromaidan, della cacciata di Viktor Yanukovich e dell’annessione della Crimea da parte di Putin.

«Stavo male, ero depressa, mi mancava l’Ucraina» ha dichiarato Sana, all’apertura della Biennale. «Ho cominciato a disegnare senza sosta». È andata a bottega da Darby Milbrath, artista canadese che le ha insegnato i fondamentali della pittura. Tornava da suo padre e da sua nonna nella campagna di Odessa ogni estate. Dopo la laurea e il Covid, la decisione di ristabilirsi definitivamente in patria, non più a Odessa, ma a Kyjiv. E poi l’invasione.

Dipingere è stata la risposta al trauma. Lo stress dei primi giorni di guerra, l’ansia di sentirsi bersaglio, la nostalgia e il ricordo della sua terra, la Podolia. Dove aveva attrezzato una specie di studio nella capanna della nonna, suo rifugio per i primi tre mesi di guerra. «Quell’anno la semina è stata funestata dai bombardamenti e abbiamo perso moltissimo grano», dice Shahmuradova Tanska. Il sole in quelle tele è diventato un dio, padre naturale delle cose buone, ma allo stesso tempo impotente con la guerra.

Ma è proprio con gli effetti materiali e psicologici dell’invasione che il lavoro dell’artista è diventato strumento politico, un modo credibile per testimoniare ciò che accade. E le continue mostre alle quali è invitata nel mondo rispondono a questa funzione. Ha cercato per un po’ di far finta di niente, dipingere e basta, come aveva sempre fatto. Sostiene però che gli stessi pigmenti le sembravano diventare improvvisamente isterici tra le mani. Ed è così che hanno preso forma, con tutte le distorsioni del caso, ritratti di vedove di guerra e scenari apocalittici sull’oceano primordiale di Teti, precursore dei bacini dell’Eurasia. 

Quattro giorni fa, a Kyjiv i missili russi hanno colpito l’Accademia statale di arti decorative e design. L’aveva fondata Mykhailo Boychuk, nel 1917, artista giustiziato nel 1937 dai russi del NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni. Con lui, i suoi studenti, la cui unica colpa era di essere artisti ucraini.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club