Minima immoraliaSe non ci fossero stati i social e l’IA, Kate non avrebbe confessato la sua malattia

Un tragico esempio di potere al popolo dei media sociali che ha imposto alla principessa di affrontare tre emergenze in una, quella del cancro, quella dei commenti ad minchiam e, novità, pure quella dell’Intelligenza Artificiale grossolana

Immagine generata con l'Intelligenza artificiale

Kate Middleton ha annunciato di avere un cancro. Lo ha fatto con una dichiarazione video sui social e sui media tradizionali. Dato sensibile, dato personale, e la principessa del Galles potrebbe aver sentito di doverlo fare in quanto futura regina. Ma non possiamo ignorare le ultime settimane di isteria sui social media e conseguentemente su media tradizionali rimbecilliti, come scrive oggi Guia Soncini. Settimane che hanno finito per rendere necessaria la condivisione della diagnosi.

La famiglia reale, che basa la sua comunicazione sul motto “mai lamentarsi, mai dare spiegazioni”, è stata costretta a modificare l’approccio secolare ai problemi con i sudditi mentre circolavano voci incontrollate di corna, mazzate domestiche e altri drammi. Ma forse è ancora più grave quello che è accaduto sul versante del pubblico: gli effetti virali dei social hanno trovato nuovo foraggio in un fattore nuovo e dirompente, l’IA generativa. Le prove fotografiche che il Palazzo ha cercato goffamente di fornire per calmare i nervosismi dei social e dimostrare che Kate è viva e vegeta – e che un tempo sarebbero state prese per buone – erano probabilmente scolpite a colpi di Sora Ai e affini, e sono state subito sgamate.

Non rimaneva che vuotare il sacco. Per fermare i farfugliamenti online generati dalle teorie più bizzarre che hanno bypassato allegramente il fatto che si stesse parlando della malattia e di esseri umani angosciati: Kate, i suoi figli, la sua famiglia d’origine, quella acquisita.

Qualcuno ha fatto notare che nel Regno Unito il cancro colpisce una persona su due. E la cura è un percorso di guerra che richiede forza e sostegno. Ciò che probabilmente oggi non si considera più un diritto se sei particolarmente esposto. Così non si riesce a evitare che qualche milione di persone speculi selvaggiamente, senza prove, sull’assenza agli eventi ufficiali. E bisogna disperdere energie per confutare congetture quando potresti invece concentrarti sul combattimento.

La famiglia reale ha commesso diversi errori di gestione della notizia nelle ultime settimane a proposito di quello che stava accadendo alla principessa. Ampiamente più bravi e veloci i perniciosi e improvvisati investigatori dei social media. Le speculazioni funzionano come una cacca calpestata, per un po’ le tracce vanno in giro a caso sul pavimento, poi si passa il detersivo. Ma le piattaforme di condivisione con tutti i loro fenomeni di bias cognitivi ed echo chamber ci hanno insegnato che il problema con le teorie del complotto è che, anche quando arrivano le prove, per molti non bastano.

Stiamo facendo del moralismo? Difficile dirlo, dato che non esistono enti sanzionatori veramente efficaci sui social se non per le cose meno serie come un capezzolo che fuoriesce o un dipinto libertino. Però  qui non è questione di morale o immorale perché gli speculatori sui social probabilmente non sanno nemmeno la differenza, giacché la amoralità è virale e virale uguale successo nelle proprie cerchie o in quelle che contano. Sarebbe bellissimo che dalle piattaforme quando si commenta ad michiam fosse generata una notifica push di buon senso artificiale del tipo: «Ma scusa, ti sei messo nei panni di una madre di quarantadue anni che deve combattere la battaglia più dura della vita?».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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