Lotta crepuscolareGli Stati Uniti dovrebbero svegliarsi e fermare l’imperialismo russo

Impedire la vittoria di Mosca in Ucraina non basterà a fermare Putin. L’Occidente guidato da Washington dovrebbe limitare la capacità del Cremlino di ampliare la sua sfera d’influenza in tutto il mondo, come con la dottrina del contenimento ai tempi della Guerra Fredda

AP/Lapresse

Le parole di papa Francesco sull’Ucraina a proposito di alzare bandiera bianca nei confronti dell’aggressione russa sono scollegate dalla realtà. Perché se c’è una cosa che in questo momento non è possibile, per Kyjiv come per tutto l’Occidente, è sedersi al tavolo dei negoziati con Vladimir Putin. Il motivo è semplice: l’atteggiamento di Vladimir Putin è ostile, non aperto al dialogo, Mosca conosce solo il linguaggio della forza e lo userà fin quando sarà possibile.

Questa condizione, evidente da tempo ma non più fraintendibile almeno dal 24 febbraio 2022, impedisce all’Occidente di essere dialogante, lo obbliga a una postura diversa. Vale anche e soprattutto per gli Stati Uniti, che geograficamente sono lontani dalla linea del fronte ma politicamente e militarmente sono coinvolti tanto quanto gli alleati europei – se non di più.

È chiaro che Mosca e Washington saranno antagonisti in molti scenari di politica internazionale anche per gli anni a venire, un po’ come accaduto durante la Guerra Fredda ma con parametri e condizioni differenti. È per questo che secondo molti analisti recuperare alcuni principi adottati durante quei decenni, aggiornandoli agli anni Venti del ventunesimo secolo, potrebbe essere una buona strategia per gli Stati Uniti.

La settimana scorsa Foreign Affairs ha pubblicato una lunga analisi in cui sostiene la necessità di adottare una nuova politica del contenimento nei confronti del Cremlino. È un riferimento alla dottrina del containment, una strategia di politica estera con cui gli Stati Uniti hanno impedito a molti Stati di scivolare nella sfera di influenza sovietica, arginando così un “effetto domino” che avrebbe rafforzato l’imperialismo di Mosca.

Il padre della politica del containment è il diplomatico George Frost Kennan che nel 1947, dopo anni da vice-capo della missione statunitense a Mosca, inviò al Segretario di Stato James Byrnes un lungo telegramma, noto anche come “Telegramma Kennan”: in cinquemilatrecento parole descriveva il contenimento come una strategia in grado di evitare il conflitto diretto con l’Urss e allo stesso tempo fermare la diffusione del potere sovietico. Il presidente John Fitzgerald Kennedy riassunse, una quindicina d’anni dopo, quella degli Stati Uniti una «lotta lunga e crepuscolare» contro l’Unione Sovietica.

«Una nuova strategia del contenimento deve essere aggiornato per tener conto del momento, dello scenario attuale», scrivono i quattro autori della lunga analisi su Foreign Affairs, Max Bergmann, Michael Kimmage, Jeffrey Mankoff e Maria Snegovaya. «La nuova politica deve appoggiarsi agli alleati degli Stati Uniti più di quanto facesse nel ventesimo secolo. E avrà bisogno di un sostegno bipartisan a lungo termine che al momento è tutt’altro che scontato».

Contenere la Russia in Ucraina significa bloccare un’immaginaria linea rossa il più vicino possibile al confine russo, frenando le tendenze espansionistiche della Russia. In più, bisognerà controllare l’aggressione di Mosca senza rischiare un conflitto diretto tra due potenze nucleari.

Nel ventunesimo secolo, però, Washington non può muoversi in un conflitto del genere in autonomia e solitudine come negli anni della Guerra Fredda. L’Europa ha già dimostrato la volontà politica ed economica di affrontare l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, si è impegnata – seppur con molto margine di miglioramento – in un aumento della spesa per la difesa e nel 2023 il numero di Paesi Nato che hanno destinato almeno il due per cento del Pil alla difesa è salito a undici (rispetto ai sette del 2022). Questi piccoli passi avanti sono necessari, seppur non sufficienti, perché il nuovo containment va oltre quel che accadrà nella guerra in Ucraina.

«Qualsiasi strategia per contenere la Russia deve tenere conto degli impegni in termini di risorse nell’Indo-Pacifico e dell’impatto della politica statunitense sulle relazioni sino-russe», si legge su Foreign Affairs. Allora l’Europa deve farsi carico di maggiori responsabilità sul dossier ucraino, assumendo un ruolo sempre più importante in quel quadrante di mondo, per permettere a Washington di guardare anche altrove.

Se la Russia oggi è la principale minaccia all’ordine internazionale, nei prossimi decenni gli Stati Uniti potrebbero doversi concentrare maggiormente sulla Cina. «L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – scrivono ancora i quattro autori dello studio – ha collegato le sfide di Washington nei teatri dell’Asia e dell’Europa. Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno tutti dato un contributo importante alla lotta dell’Ucraina. Mentre la Cina, al contrario, rimane uno dei più importanti sostenitori diplomatici della guerra della Russia facendo eco alle argomentazioni di Mosca sull’espansione della Nato come principale motore del conflitto e fornendo a Mosca parti di aerei da caccia e droni, anche se cerca di presentarsi come potenziale intermediario». In più, va ricordato che la guerra in Ucraina ha avvicinato Mosca e Pechino, così come ha rinforzato i legami tra Russia e Corea del Nord – infatti Pyongyang ha fornito armi all’esercito di Putin e potrebbe sentirsi incoraggiata a minacciare la Corea del Sud –, aumentando il livello della tensione nel continente asiatico.

Una politica del containment 2.0 non dovrebbe legarsi solo alla vittoria ucraina nell’attuale conflitto – dovrebbe andare oltre, come detto – ma non può fare a meno di fissare la sopravvivenza di Kyjiv come priorità tra gli obiettivi lungo termine. Costringere la Russia ad abbandonare tutto o gran parte del territorio che ha occupato spingerà la minaccia russa più lontano dai confini dell’Europa, lasciando il Cremlino alle prese con le conseguenze di una guerra di aggressione fallita, proprio come accadde l’Unione Sovietica negli anni Ottanta dopo la débâcle in Afghanistan, e probabilmente incoraggerebbe altri Paesi a respingere l’influenza russa.

Ecco che la politica del contenimento deve proseguire in parallelo anche con la difesa di altri vicini minacciati della Russia – in particolare di quelli che non hanno un percorso chiaro e immediato verso l’adesione alla Nato – quindi Armenia, Georgia, Moldavia, che sono ancora fuori dall’alleanza atlantica. «Gli Stati Uniti – si legge su Foreign Affairs – dovrebbero offrire a questi Paesi addestramento e armi. Dovrebbero anche rafforzare la capacità di resistenza di questi Stati contro le minacce di attacchi informatici e ingerenze elettorali da parte di Mosca. E dovrebbero condividere informazioni con loro e investire in infrastrutture critiche, come le reti elettriche e l’archiviazione dei dati».

Ovviamente lo scenario numero uno da evitare è quello di uno scontro militare diretto, proprio come negli anni della Guerra Fredda. Per questo Washington, secondo i quattro autori del lungo articolo, deve essere sempre aperta a negoziare con la Russia sul controllo degli armamenti, sulla guerra informatica e sui conflitti regionali tra gli alleati di ciascuna parte, ma anche su questioni come l’emergenza climatica e l’esplorazione spaziale. E dovranno farlo mantenendo attiva la strategia del contenimento sine die. Kennan, quasi ottant’anni fa, aveva riconosciuto che Washington avrebbe dovuto contenere Mosca finché il potere sovietico non si fosse «addolcito» e non avesse più minacciato la stabilità globale. La politica del containment 2.0 con la Russia richiederà un impegno simile in termini di tempo e risorse. Per dirla con Kennedy, sarà un’altra lotta crepuscolare, anche se si svolgerà in un mondo molto diverso rispetto al passato.

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