Buona la secondaA Belgrado i cittadini saranno richiamati alle urne dopo le accuse di brogli a dicembre

Secondo le ultime dichiarazioni del presidente serbo Aleksandar Vučić le nuove votazioni dovrebbero tenersi entro giugno, a meno di sei mesi dalle ultime elezioni. Intanto il Paese prosegue la sua tendenza filorussa senza avvicinarsi a Bruxelles

AP/LaPresse

I cittadini di Belgrado saranno nuovamente chiamati a votare per eleggere il sindaco e il Consiglio municipale a distanza di meno di tre mesi dalle ultime elezioni del 17 dicembre 2023. L’annuncio è stato dato da Aleksandar Šapić, Sindaco uscente in quota Sns (il partito del presidente Aleksandar Vučić) e attuale Presidente dell’autorità provvisoria della città. La decisione di tornare nuovamente alle urne arriva dopo le crescenti tensioni politiche che hanno accompagnato gli ultimi mesi e che hanno portato migliaia di cittadini in piazza a manifestare. 

Le elezioni di dicembre per la carica di primo cittadino hanno visto prevalere Šapić che ha conquistato quarantanove dei centodieci seggi disponibili, non abbastanza per avere la maggioranza dell’assemblea nemmeno con il supporto dell’estrema destra russofila. Dall’altro lato, la coalizione di opposizione “Serbia contro la violenza” si è fermata a quarantatré seggi, staccata di poco più di cinque punti percentuali e con un solido consenso nei quartieri centrali della città. In valori assoluti il distacco tra la coalizione populista e quella europeista si traduce in poco più di quarantamila voti. 

Le opposizioni hanno però accusato il Governo di brogli elettorali e per questo hanno presentato una richiesta di annullamento del voto alla Corte costituzionale serba. Stando a quanto denunciato da “Serbia contro la violenza”, decine di migliaia di persone non residenti sarebbero state portate a votare con dei pullman dalla Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia ed Erzegovina. Šapić e l’Sns hanno però negato il legame tra le accuse di irregolarità e il nuovo appuntamento elettorale, che invece si è reso necessario a causa dell’assenza di una maggioranza ben definita e che servirà al partito di Vučić per «alzare l’asticella».

Già dallo scorso maggio migliaia di cittadini si erano riversati in piazza contro i metodi di un Governo che assomiglia sempre di più ad un’autocrazia. Il modo in cui si sono svolte le ultime elezioni ha contribuito a ridare linfa alla protesta e nonostante abbia ancora un consenso superiore al quaranta percento, Vučić non sembra avere il pieno controllo del Paese. O meglio, non sembra riuscire ad avere sui cittadini la stessa influenza che ha sui media, dove infatti dei presunti brogli si parla poco o niente.

Alle pressioni interne si sono poi aggiunte quelle degli attori internazionali: la recente risoluzione del Parlamento europeo solleva forti preoccupazioni sullo Stato di diritto nel Paese e chiede alla Commissione europea di sanzionare Belgrado qualora dovessero essere confermate le irregolarità. Nelle scorse settimane è arrivato anche il rapporto definitivo dell’Odihr (l’ufficio dell’Osce per le istituzioni democratiche e i diritti umani) che nell’ultima tornata elettorale ha rilevato vantaggi sistemici del partito al potere, parzialità dei media e un coinvolgimento decisivo del presidente Vučić. 

La questione non sembra toccare più di tanto l’esecutivo: la prima ministra Ana Brnabić, prima di dimettersi per concorrere alla carica di Presidente del Parlamento, ha chiuso a qualsiasi indagine internazionale sulle elezioni che possa mettere a rischio la sovranità nazionale. La sensazione è che in politica interna, nonostante le proteste, le accuse di brogli e le critiche a livello internazionale, Vučić continuerà a dare le carte ancora per molto tempo. La ripetizione delle elezioni a Belgrado, aldilà delle dichiarazioni di facciata  del  partito di governo, potrebbe essere una concessione minore per raffreddare le proteste e le opposizioni ed evitare guai maggiori a livello nazionale.

Si voterà presumibilmente a giugno anziché ad aprile e questa sembra già una prima mossa per cercare di far calare l’affluenza. In ogni caso il ritorno alle urne non si traduce necessariamente nel ribaltamento del risultato di dicembre. Il Presidente serbo nelle ultime elezioni ha dimostrato molta determinazione anche ricorrendo a metodi, diciamo così, non del tutto convenzionali. E non è detto che cambierà approccio, a maggior ragione ora che la città di Belgrado sarà chiamata ad organizzare —e di conseguenza a gestire i fondi— dello specialised Expo 2027 (una versione settoriale dell’esposizione universale).

Anche in politica estera la posizione della Serbia non sembra prefigurare un sostanziale scostamento dall’ambiguità degli ultimi anni. Vučić sostiene di volersi avvicinare all’Unione europea ma il suo resta uno dei pochissimi Paesi a non aver applicato le sanzioni alla Russia. Sulla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo, una delle questioni prioritarie per Bruxelles, si procede a piccolissimi passi anche se la situazione sembra essersi leggermente stabilizzata dopo le violenze di Banjska dello scorso settembre. Staccarsi dal Cremlino per il momento non è un’ opzione e, anzi, la politica estera di Vučić ha attirato l’attenzione dell’élite nazionalista che ha in Trump e Orbán i propri riferimenti. Nei prossimi mesi è atteso a Belgrado il giornalista Tucker Carlson che poche settimane fa ha intervistato Putin, concedendogli un palcoscenico internazionale dal quale mettere in dubbio il funzionamento del sistema politico statunitense, ripetere il suo revisionismo storico sull’Ucraina e le sue giustificazioni all’invasione.

Vučić ha anche annunciato di recente che Belgrado sarà la prima delle due tappe europee di Xi Jinping, ribadendo contestualmente il suo sostegno alle rivendicazioni di Pechino su Taiwan. Gli interessi del dragone in Serbia sono notevoli: dal settore minerario a quello siderurgico fino alle automobili. La Cina sta anche sostenendo la realizzazione dell’alta velocità tra Ungheria e Serbia a suggellare metaforicamente una connessione nazionalista che va oltre le infrastrutture.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, quindi, Vučić continua a flirtare con Pechino e Mosca e con tutto quel mondo nazionalista ben distante dai principi europei. Con buona pace di Bruxelles.

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