Carneficina americanaTrump lascia che i suoi elettori sfoghino i loro risentimenti (poi si sfoga anche lui, esaltandoli)

L’ex presidente parla spesso della distruzione di un Paese un tempo grande e potente. Ma la vera distruzione, per la democrazia e per il futuro degli Stati Uniti (e di tutti noi), sarebbe una sua rielezione alla Casa Bianca

LaPresse

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America cocoon – ricordate quel film sui vecchi che diventano immortali? Oppure: sì, questo è un Paese per vecchi. Donald Trump ha settantotto anni, Joe Biden ne compirà ottantadue un paio di settimane dopo il voto. Il futuro politico degli Stati Uniti ha il volto di questi due consumatissimi veterani e il peso dei loro errori. Arriva il fatale 2024 e l’America non può nascondere le sue plateali magagne, frutto di un progetto sociopolitico precipitato nel caos con l’avvento del nuovo millennio.

Un sondaggio della Cnn ha appena rilevato che la percentuale più cospicua degli americani, il trentasei per cento, semplicemente non sopporta né Biden né Trump, ovvero nessuno dei due probabili protagonisti del rematch che porterà nel prossimo novembre all’elezione del nuovo presidente. Dal momento che all’orizzonte non ci sono altri credibili sfidanti, viene da credere che un numero record di americani gireranno le spalle alle urne elettorali. E l’anno che si apre si configura come la cronaca della lunga, asmatica rincorsa di questi poco entusiasmanti personaggi a ciò che per entrambi sarebbe un ritorno al futuro.

Da un lato, c’è un democratico che ha faticato a mantenere coesa la sua base e che difficilmente conquisterà la fatale fetta degli indecisi, somministrando loro la sua enfasi sul “finire il lavoro” e sul “progetto per ricostruire l’America blue collar”, che adombra quale sia la strategia del suo partito nel tentativo di mantenere il controllo della Casa Bianca: riconquistare gli elettori bianchi della classe operaia attraverso la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti, in sostanza un sogno americano riscaldato alla meno peggio, che convincerà solo gli inguaribili ottimisti, dal momento che, sul piano della leadership e della ricostruzione del prestigio americano nel mondo, Biden non ha saputo fare altro che giocare un mesto catenaccio difensivo.

Dall’altro, c’è quella che già si annuncia come la delirante descrizione di una delle più inspiegabili celebrazioni della follia umana intesa come condizione ostinata del pensiero e dei relativi meccanismi decisionali: l’eventuale rielezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Facciamo macchina indietro al 2017, al giorno dell’inaugurazione della prima presidenza Trump e al discorso che lui pronunciò con magniloquenza sulle scale del Campidoglio di Washington: «Noi cittadini d’America siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il Paese e ripristinare le sue promesse per tutto il nostro popolo», disse quel giorno il neopresidente. E ancora: «Il 20 gennaio 2017 sarà ricordato come il giorno in cui il popolo torna a essere sovrano della nazione. Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati. Nel cuore di questo cambiamento c’è la cruciale convinzione che una nazione esista per servire i suoi cittadini. La carneficina americana si ferma qui e si ferma adesso». Ecco: ripartiamo dal concetto di carneficina americana, intesa come distruzione del concetto di felicità sociale condivisa che l’America s’è illusa di poter mantenere al centro del suo progetto, per come venne enunciato molto, molto tempo addietro.

Quelle parole le pronunciò l’uomo che quattro anni più tardi avrebbe cercato proditoriamente di ribaltare i risultati delle successive elezioni presidenziali e che in quello stesso Campidoglio avrebbe ispirato una rivolta senza precedenti nella storia americana, nel disperato tentativo di mantenere il potere. Trump ha gridato alla frode e poi per quattro anni ha insistito con le sue bugie ispirando, in primo luogo nei simpatizzanti repubblicani, un culto della cospirazione che ha eroso la fiducia di buona parte del suo popolo verso il sistema elettorale. E poi, nel pieno dell’uragano giudiziario che sembra sempre che stia per travolgerlo, ha avuto l’ardire di ricandidarsi alla presidenza nel 2024 gridando che «il ritorno dell’America inizia adesso» e invocando la salvezza per «il Paese che viene distrutto davanti ai vostri occhi». Ignaro del concetto di pudore, Trump rispolvera l’oscura visione del Paese sottoposto alla “carneficina americana” che solo lui può arginare e ribaltare. Utilizzando come carburante per ravvivare il suo fuoco politico il diffuso senso di vittimismo e di scontento – e in particolare il vittimismo e il risentimento dei bianchi che si compiangono perché le cose non sono più come erano una volta, o come li avevano illusi che potessero essere.

Lo sforzo prodotto da Trump sta ottenendo dei risultati eccezionali, come ha scritto David Brooks sul New York Times: «C’erano segnali che gran parte del Gop fosse pronto ad abbandonare Trump. Invece lui è ancora una volta dominante nel partito. E da qualche tempo anch’io penso seriamente che adesso i suoi presunti oppositori lo vogliano di nuovo alla Casa Bianca». Dopo quattro anni di presidenza che hanno visto la maggioranza degli elettori disapprovare l’incoerenza di tante sue decisioni, a cominciare dalla disastrosa gestione della pandemia, e dopo aver perso la corsa per la rielezione nel 2020 in particolare nei numeri del conteggio del voto popolare, Trump è tornato a galla nell’immaginario americano utilizzando come arma principale il malcontento culturale dei bianchi, un sentimento irrazionale e nevrotico che si è impadronito di un popolo come fa un virus in un film di fantascienza, e poi galvanizzando il nazionalismo di destra e rispolverando il suo abituale populismo economico antielitario. E la peggiore sensazione è che tutto si stia predisponendo ad andare in scena senza un’efficace opposizione – e facciamo riferimento non tanto a un vero e proprio fronteggiamento di punti di vista politici, ma almeno all’individuazione degli antidoti necessari a far sì che una personalità così riesca, contro ogni logica, a impossessarsi nuovamente del potere centrale in America.

A Washington molti Repubblicani confessano in privato il proprio disprezzo per Trump, ma al tempo stesso ammettono d’essere comunque pronti a sostenerlo, una volta certificata l’imbattibile presa popolare del suo personaggio e a dispetto del caos provocato nel corso della sua prima presidenza. Nonostante le bizzarrie della sua personalità e i suoi presunti comportamenti illeciti, ciò che rende Trump un caso unico è la sua formula che discioglie la politica nella propensione degli americani a essere fan di qualcosa o di qualcuno. Basta osservare la liturgia di un evento pubblico di Trump, al cospetto della comunità ribattezzata Front Row Joes, i Signor Qualunque che vedono incarnate le proprie ambizioni nel Capo: la temperatura è la stessa di un concerto di Bruce Springsteen, ad anni-luce da un discorso che illustri una piattaforma politica. Puro materiale di eccitazione orgasmica. Il procedimento tra i sostenitori è di riconoscersi, compattarsi, scambiarsi cenni di conforto fino alla reciproca esaltazione, basata su concept volatili e inattuali come “Rendiamo di nuovo grande l’America”, qualsiasi cosa questo voglia sinistramente significare.

Eppure, l’altra America stavolta sembra affaticata e stenta a mobilitarsi contro l’illogicità di una eventuale rielezione di Trump, mentre è proprio il dato dell’antipolitica, ovvero l’espressione di un’irrazionale ostilità verso qualsiasi connessione con il potere statale, a fomentare l’estendersi del sostegno trumpiano. È come se ora la stanchezza pervadesse i gangli della mobilitazione democratica: Hollywood sonnecchia, impegnata nella sua lotta per la sopravvivenza nella mortale giungla dei consumi chiamata “mercato”; non vengono alla ribalta figure intellettuali capaci di denunciare i pericoli e l’indecenza di una simile prospettiva; i conservatori si atteggiano al “tanto peggio, tanto meglio” e i progressisti osservano il candidato Biden sospirando di perplessità.

«L’esito finale dell’elezione è tutt’altro che garantito e una sua restaurazione rappresenterebbe un autentico fattore di estinzione per la democrazia americana», scrive l’editorialista Michelle Goldberg, provando a far intravedere un’apocalisse che pure, fin qui, non ha smosso la mobilitazione e la partecipazione al discorso, forse perché in questa elezione per anziani è difficile trovare la voglia di uscire di casa per innalzare le insegne di Joe Biden. E, anche se tutti sanno che una seconda presidenza Trump sarebbe come la prima, con un protagonista ancora più squilibrato e, al suo servizio, uno staff ancora più incongruo, per ora regna una specie di rassegnazione, affiancata dalla percezione che stavolta l’elezione tornerà a essere un affare per bianchi, invertendo la tendenza decennale di declino nelle percentuali dell’elettorato.

Quando mancano parecchi mesi al voto, è fosca l’atmosfera attorno alla procedura di ricambio alla Casa Bianca. Anche per questo, e in cerca di appigli intellettuali, è utile tornare a pensare alle vane parole sulla “carneficina americana”, che dipingevano un quadro di devastazione industriale e di vite strappate dalla criminalità e dalla droga, su cui il passaggio di Trump dallo Studio Ovale non ha influito in alcun modo. Lui, intanto, si prepara a ripetere il discorso, perché il meccanismo di seduzione del suo popolo ormai gli è chiarissimo: farli sfogare e poi sfogarsi più forte di loro, esaltandoli. L’elementare visione di Trump per l’America prevede solo che lui sia presidente e che venga rimosso ogni vincolo alla presidenza. Vuole il comando, con la sua cerchia di adulatori e l’attenzione ossessiva di un apparato mediatico e soprattutto social, che lui pretende di detestare, ma che diventa il luogo della rappresentazione dell’insanabile, inatteso, drammatico attrito tra l’America e la modernità.

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