Energia accessibileI piani climatici dell’Africa hanno bisogno della finanza internazionale

I Paesi del continente hanno un enorme potenziale e per realizzarlo servirà una mano da chi ha le risorse per rendere operativi i singoli progetti

AP/Lapresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

«Non possiamo chiedere all’Africa di fermare il suo progresso economico e sociale per risolvere sfide globali legate al cambiamento climatico che essa non ha causato. L’Africa non può svilupparsi senza accesso a un’energia accessibile, affidabile, sostenibile e moderna per tutti i suoi cittadini”. Con queste parole, Kevin Chika Urama, capo economista e vicepresidente di African Development Bank (AfDB), ha aperto il suo intervento ad una vertice sulla transizione energetica tenutosi in Corea nei mesi scorsi, ricordando il bisogno che gli attori internazionali riconoscano la peculiarità delle necessità africane in tema di transizione.

Gli africani, più di chiunque altro al mondo, infatti, hanno ben chiari in mente i problemi derivanti dai cambiamenti climatici e quindi l’urgenza di procedere ad una transizione verde dei consumi energetici. È l’Africa, infatti, la zona del mondo che più, e prima, di altre in questi ultimi dieci anni ha cominciato a pagare il prezzo dei cambiamenti epocali in corso. L’Africa sta già perdendo tra il 5 e il 15 percento della sua crescita annuale del PIL pro capite a causa del cambiamento climatico, oltre a una crescita di mortalità, conflitti indotti dal clima, spostamenti e migrazioni umane. Dalla siccità alle alluvioni, dall’erosione delle coste all’avanzare del deserto, passando per l’intensificarsi di fenomeni estremi come cicloni. In un continente dove l’agricoltura è ancora fortemente legata alle condizioni meteorologiche, gli stravolgimenti in corso hanno un impatto unico sulla vita delle persone sia nell’immediato che nel medio periodo, andando a incidere su PIL e sulla capacità di nutrirsi della gente.

Negli ultimi due anni, i rapporti dell’AfDB hanno evidenziato come il cambiamento climatico sia la minaccia esistenziale più urgente per lo sviluppo dell’Africa. Trovare politiche che possano aiutare i paesi a far crescere contemporaneamente le loro economie, adattarsi agli effetti del cambiamento climatico e ridurre le emissioni di gas serra è una delle sfide politiche più durature che il continente è chiamato ad affrontare. Al centro della ricerca di crescita economica a basse emissioni di carbonio c’è il concetto di Transizione Energetica Giusta. Questo concetto si riferisce al processo di individuare percorsi energetici tecnologicamente adeguati, economicamente convenienti e sostenibili dal punto di vista ambientale nel tempo.

Se quindi da un lato l’Africa ha a cuore la necessità di abbracciare forme energetiche pulite, come ha già cominciato a fare, dall’altro il Continente ha anche l’urgenza di procedere al suo sviluppo. In media il continente ha un’impronta di carbonio pro capite pari a 0,95 tCO2eq, ben al di sotto dei 2,0 tCO2eq richiesti per raggiungere l’obiettivo di transizione a emissioni nette zero. In secondo luogo, circa l’85 percento del “budget di carbonio globale” è già stato utilizzato, principalmente dai paesi sviluppati. Rispetto ad altre regioni come il Nord America, dove l’impronta di carbonio pro capite arriva fino a 14 tCO2eq, l’Africa ha ancora un significativo “margine di carbonio” per far crescere le sue economie rimanendo al di sotto del suo budget globale di carbonio. La quota di emissioni africane, pari al 3 percento di quelle globali, è il risultato di un continente dove circa 600 milioni di persone non hanno accesso costante all’elettricità e dove lo sviluppo industriale deve ancora realizzarsi appieno. Un continente che, di fronte a sfide epocali come la crescita demografica e l’urbanizzazione, ha necessità di accelerare lo sviluppo anche della propria industria per far crescere le proprie economie ma soprattutto per dare lavoro a quelle centinaia di milioni di giovani africani che da qui a 25 anni renderanno l’Africa un continente da 2,5 miliardi di abitanti almeno.

Il gas per la transizione
In molti casi l’Africa non è chiamata a fare una transizione verde, semplicemente perché non deve ‘transitare’ da un sistema di produzione energetica all’altro. Deve semplicemente avviare una produzione di energia. Le rinnovabili sono già una realtà assai diffusa nel continente e stanno permettendo di portare l’energia in zone rurali altrimenti impossibili da raggiungere a causa delle grandi dimensioni e delle grandi distanze africane e degli improponibili costi di realizzazione delle reti di distribuzione. Grazie agli impianti ad isola e off-the grid, piccole isole nel mezzo del Lago Vittoria o villaggi sulle sponde del grande mare di sabbia sahariano sono in grado di alimentare scuole e dispensari, case e piccole attività economiche, fino ad un impianto di refrigerazione per il pescato. Il punto non è questo; il punto è che gli africani hanno bisogno di energia per alimentare le industrie che dovranno necessariamente moltiplicarsi per dare lavoro ai giovani. Queste industrie hanno bisogno di fonti energetiche stabili e potenti. “I concetti di giustizia storica, distributiva, morale ed economica dovrebbero sottendere la transizione energetica giusta, che dovrebbe essere perseguita per attuare politiche climatiche in Africa. Non possiamo chiedere all’Africa di fermare il suo progresso economico e sociale per risolvere sfide globali legate al cambiamento climatico che essa non ha causato. L’Africa non può svilupparsi senza accesso a un’energia accessibile, affidabile, sostenibile e moderna per tutti i suoi cittadini”, ha aggiunto Urama.

L’Africa poi è ormai considerata da anni la nuova frontiera del gas, scoperte ‘giant’ sono continue e il continente si è dimostrato un’utile alternativa per l’Europa, quando quest’ultima si è vista costretta da un giorno all’altro a sostituire le preziose importazioni dalla Russia. Ma in Africa si ha la sensazione, neanche troppo velata, che il gas africano vada bene se utilizzato per essere portato in Europa e vada meno bene se utilizzato per sviluppare energia sul posto. Poco prima che la Russia invadesse il confine con l’Ucraina e riaccendesse quello che alcuni analisti hanno chiamato la seconda guerra fredda, l’Occidente (Europa in testa) aveva praticamente e deciso di bloccare i finanziamenti per il gas, perché considerato una fonte inquinante. Le parole e gli atti di UE, Banca Mondiale e altri avevano gelato il sangue di tutti i capi di Stato e di governo africani, che senza i finanziamenti internazionali non sarebbero più stati in grado di portare avanti i progetti di sviluppo energetico legati al gas su cui stavano lavorando. Si era registrata una vera e propria alzata di scudi, con figure di primo piano della vita economica e politica africana che si affrettavano a spiegare come l’Africa non dovesse operare una transizione energetica, quanto una “produzione energetica”.

Non c’erano centrali a carbone o a petrolio da cui transitare. Semplicemente non c’erano ancora abbastanza centrali. Si chiedeva una tempistica e delle regole diverse per il Continente che nei decenni precedenti non aveva contribuito minimamente a provocare le cause che stanno portando al disastro climatico sotto gli occhi di tutti. Per inciso poi, come ricordano i dati di African Development Bank (AfDB), ci sono voluti 35 anni (tra il 1985 e il 2020) a Nord America, Europa e Cina per ridurre la quota del carbone nel loro mix energetico rispettivamente del 60 percento, 54 percento e 2 percento. Nello stesso arco di tempo, l’Africa ha ridotto la quota di carbone nel suo mix energetico di quasi il 50 percento. Molto più di quanto ha fatto la Cina o l’India che, nello stesso periodo, ha aumentato la quota di carbone nel suo mix energetico del 16 percento, e all’incirca pari a quanto fatto dall’Europa nello stesso periodo. Come evidenziato dalla Banca africana di sviluppo “il gas naturale ha funzionato come un combustibile di transizione nella maggior parte delle regioni del mondo che ne hanno accesso, consentendo ai paesi di ridurre gradualmente il carbone nel mix energetico in modo economicamente conveniente. I paesi africani hanno abbracciato significativamente le tecnologie delle energie rinnovabili durante l’ultima decade […] per una transizione giusta, l’Africa dovrebbe sfruttare massicciamente le sue risorse di gas naturale come parte del suo mix energetico, investendo contemporaneamente nelle filiere delle energie rinnovabili durante il periodo di transizione”.

I due pesi dell’Occidente
Ma l’Occidente per mesi è sembrato sordo ed estremamente concentrato sulla sua rivoluzione verde. Il risultato è che agli occhi degli africani l’Occidente, e l’Europa in testa, sono sembrati egoisti. C’è poi stata l’invasione russa e improvvisamente lo scenario è cambiato. La verdissima Europa si è affrettata a sospendere gli esercizi di stile sulla tassonomia verde, le critiche al gas e addirittura a riattivare in tutta fretta le centrali a carbone che aveva giurato di dismettere. Anche in Africa poi, l’Occidente ha improvvisamente cambiato la narrativa e si è lanciata ad avviare progetti di collaborazione per approvvigionarsi di quel gas che fino a qualche settimana prima sembrava voler ignorare. Il risultato di questo secondo atteggiamento è che agli occhi degli africani l’Occidente, e l’Europa in testa, sono sembrati ipocriti. Ecco perché per molti africani l’atteggiamento dell’Occidente, Europa in testa, in materia di transizione energetica appare oggi “egoista ed ipocrita”.

Ecco perché oggi gli africani chiedono compensazioni per le emissioni dei decenni passati da parte dell’Occidente e rivendicano la necessità di sfruttare e finanziare l’enorme potenziale di gas su cui il continente può costruire la sua crescita economica nei prossimi decenni. Ecco perché se l’Occidente, Europa in testa, non si sforzerà di comprendere a fondo le ragioni africane rischia di perdere una partita, quella africana, in cui sono attivi ed efficaci molti altri attori internazionali dalla Cina, alla Russia fino a India e paesi del Golfo che ricopriranno un ruolo primario nel medio periodo. L’Africa ha bisogno del sostegno della finanza internazionale per realizzare i suoi piani di produzione e transizione energetica, ma questo non vuol dire che non ricordi atteggiamenti egoistici e ipocriti, o che sia disposta a cedere a quelli che a volte ha definito ‘ricatti’. I giocatori seduti al tavolo sono tanti e si stanno organizzando.

Massimo Zaurrini dal 2012 è direttore responsabile di due testate specializzate sul continente
Africano: l’agenzia di stampa InfoAfrica e il mensile Africa e Affari, dedicato agli sviluppi economici, politici e sociali dell’Africa, con particolare attenzione all’Africa Sub-Sahariana. In precedenza, Zaurrini ha lavorato come giornalista professionista per l’agenzia di stampa internazionale Missionary International Service News Agency (MISNA).

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

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