La nascita di PinturicchioIl giorno in cui Del Piero si rivelò a tutto il calcio italiano (e al mondo intero)

Patrizio Ruviglioni in “Alessandro Del Piero, il primo della classe” (66thand2nd) racconta il gol dello storico capitano della Juventus contro la Fiorentina nel 1994

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Avere un’epifania, cioè un momento in cui un giocatore svela le proprie potenzialità al mondo, è un privilegio che spetta a pochi campioni – Francesco Totti, solo per citare un altro grande numero dieci, non l’avrà mai. È un passaggio da film, e non sempre nella carriera di un calciatore, come nella vita stessa, il copione è così rigoroso. Ma nell’inizio perfetto di Del Piero c’è spazio anche per questo. Parliamo ovviamente del gol alla Fiorentina del 1994, e dico «ovviamente» perché è una rete che negli anni non abbiamo mai smesso di vedere, propinata a ogni occasione buona da servizi in tv, video celebrativi e tutto il resto. Il fatto è che quel gol non coincide solo con una svolta del percorso di Alessandro, ma segna la storia della Juventus e di tutto il calcio italiano degli anni Novanta.

È una rete, come sappiamo, straordinaria e aristocratica, di quelle che raramente succedono per caso e più spesso testimoniano l’apparizione di un campione. Nel 2017 i tifosi bianconeri l’hanno votata come la loro preferita in assoluto, a testimonianza prima di tutto dell’amore per Del Piero e della sua importanza nell’immaginario del club. Anche Alessandro stesso ci è legato: nel 2019 ha confessato a «Repubblica» di metterla allo stesso livello di quella alla Germania del 2006. Mi piace notare come siano entrambe bellissime e cariche di significato sportivo, sia per lui che per la squadra per cui le segna; come se, per implicita ammissione, negli istanti decisivi non riuscisse a esimersi dal segnare gol intrinsecamente belli, come se non potesse scindere praticità ed estetica.

Eccolo, allora, il Del Piero che non abbiamo mai smesso di rivedere. Dodicesima giornata della Serie A 1994-1995, pomeriggio di fine 30 autunno che a Torino è già profondo inverno, in un “Delle Alpi” dove non arriva uno spicchio di sole neanche per sbaglio. L’orologio indica le 14.30, ma sembra sera. I viola di Ranieri sono un avversario difficile, terzi a 22 punti, uno in meno dei bianconeri secondi e a due dal Parma capolista. Nel 1993 sono retrocessi in B dopo una stagione schizofrenica, ma nel campionato cadetto hanno schiacciato la concorrenza grazie a una rosa fuori categoria. Ora sono affidabili e concreti: Ranieri si sta già costruendo la fama di normalizzatore, e i suoi finora hanno perso solo una volta, con l’Inter a San Siro. Il fulcro è il nuovo arrivato Rui Costa, che innesca volentieri un micidiale Batistuta, a segno ininterrottamente dalla prima partita. Contro la Juventus resterà a secco per la prima volta, ma l’1-0 di Baiano a metà del primo tempo nasce comunque da una ribattuta su un suo tiro.

Lippi tra infortuni e squalifiche deve rinunciare a cinque titolari come Di Livio, Fusi, Conte, Kohler e soprattutto Baggio, che nella partita precedente si è fatto male al solito ginocchio e ne avrà a lungo. Alessandro prende il suo posto nel tridente, accompagnerà Vialli e Ravanelli. Il primo tempo è modesto, a livello di quello dei compagni, e prima dell’intervallo la Fiorentina raddoppia con Carbone che sfugge a una difesa abbastanza raffazzonata. Da qualche mese, però, la Juventus si esalta nelle difficoltà, un po’ come il suo tecnico che in panchina resta una sfinge e continua tranquillo a fumare il sigaro. E infatti, al rientro dagli spogliatoi, la Viola viene schiacciata nella sua metà campo. Del Piero e Ravanelli cercano Vialli senza successo, poi un cross di «Penna Bianca», a un quarto d’ora dalla fine, lo trova pronto: torsione in corsa, incornata e 1-2 che batte Toldo. Lippi insiste, mette Jarni al posto di Marocchi per dare più spinta sulle fasce e il croato pesca subito la pelata di Vialli, che però colpisce la traversa. Dopo pochi secondi il pallone piove di nuovo in area, Ravanelli mastica una sponda, ancora, per Vialli che protegge la palla, si volta e segna. È il 76’, la Juventus ha pareggiato e ora si lascia andare ad altri dieci minuti di pressing forsennato ma infruttuoso. Poi, quando tutti tirano il fiato, tocca a Del Piero.

Alessandro è distrutto, come tutti, gioca da esterno e spesso ha dovuto ripiegare dietro e sacrificarsi. L’azione che mette in moto la sua carriera ha un andamento quasi circolare, parte e si chiude con lui, anche se in maniera del tutto opposta a come ci si aspetterebbe. All’ingresso destro dell’area della Fiorentina perde palla in favore di Carbone, e reagisce con un’entrataccia che è un mix di stanchezza e frustrazione. Per un attimo fa sobbalzare Pizzul in telecronaca, che sembra sorpreso. Sulla punizione, battuta praticamente dalla bandierina, Carbone calcia il più lontano possibile, quasi a non voler sapere più niente della partita. Ma la palla arriva a centrocampo, dove Sousa la mette giù con la testa, e finisce lì accanto ad Alessandro Orlando, terzino sinistro e altra comparsa di questa storia. L’anno prima, da riserva, ha vinto lo scudetto con il Milan di Capello, che da qualche settimana l’ha spedito a Torino in cambio di Di Canio finito fuori rosa. È un rincalzo, un’operazione di mercato appena di contorno. Non è arrivato per lasciare il segno, e non lo lascerà. Ma il destino, quel pomeriggio, passa anche da lui: il pressing dei viola è assente, così trova il tempo di far partire un lancio lungo in avanti; magari succede qualcosa, hai visto mai.

Qualcosa succede. Anzi, qualcosa sta già succedendo. La palla sale lenta, poi comincia a precipitare dalle parti di Del Piero, che è entrato in area leggermente decentrato sulla sinistra – Malusci se l’è perso. Non so, in quel momento, chi abbia già capito le sue intenzioni; sicuramente lui ha le idee chiare, visto che corre con la testa girata, per osservare pazientemente che la traiettoria alle sue spalle incontri i suoi piedi. È il momento: quasi si avvita, colpisce con l’esterno destro e disegna un arcobaleno a rientrare diretto all’incrocio dei pali. Osservare in sequenza le due parabole che segue il pallone nel giro di pochi secondi dà un potere quasi magico ai piedi di Del Piero: il lancio di Orlando è sgraziato, violento, perfino casuale; Alessandro, invece, con un tocco cambia stile e velocità al movimento della palla. Il tiro è morbido ma anche calcolato, Toldo potrebbe arrampicarsi quanto vuole (e lo fa) ma non ci arriverebbe mai, come in un film d’azione in cui il gesto con cui il buono sconfigge il cattivo – per quanto rischioso, insensato, difficile – va a segno comunque, perché le regole della sceneggiatura hanno scelto così. Del Piero corre, urla, allarga le braccia. Si sdraia. È la prima volta che un’emozione più forte di lui se lo prende davanti a tutti. 3-2. Era tutto scritto? I compagni gli saltano addosso l’uno dopo l’altro, spartendosi il suo corpo come fosse sacro; Ravanelli gli prende una gamba, Vialli lo abbraccia, poi gli altri, compresi alcuni venuti direttamente dalla panchina, lo sommergono. Si accalcano su di lui, come se avessero appena scavato una buca nel punto segnato da una croce sulla mappa, e dentro ci avessero trovato il forziere pieno d’oro. Sono circa le 16.30 del 4 dicembre 1994, da quel momento la Juventus prende il via e non si fermerà per anni, portando il campionato stesso in una nuova fase.

Com’è che il «ragazzino» di cui pochi mesi prima parlava Lippi abbia deciso all’improvviso un incontro così importante è una questione che riguarda la limitatezza dei simboli – il fatto, cioè, che spesso semplificano o addirittura banalizzano la realtà – ed è meno sorprendente di come siamo abituati a raccontarla. Come spesso succederà in questa storia, più che un lampo estemporaneo, è un accumulo: vari fattori che si sommano gradualmente, fino all’esplosione finale. C’è stato tanto Del Piero anche prima del gol alla Fiorentina, e ce ne sarà tanto nel resto della stagione, in momenti ancor più decisivi. Ma davanti a una rete del genere è facile farsi prendere dall’entusiasmo: la Serie A, dicevamo, sta cambiando profondamente, e i riccioli di Alessandro, i suoi vent’anni e il suo coraggio sembrano un passaporto per il futuro.

Tratto da “Alessandro Del Piero, il primo della classe (66THAND2ND)” di Patrizio Ruviglioni, pp. 224, 18€

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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