Corsa al centroLa carica dei 101 cacicchi di Roma per non far sfigurare Forza Italia alle Europee

Antonio Tajani ha nominato una corposa segreteria del partito nella Capitale per fare il pieno dei voti e arrivare al dieci per cento, rosicchiando consensi a Meloni e svuotando il bacino elettorale della Lega al centro-sud

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Sembrava una di quelle notizie esagerate. Una fake news sensazionale, ma falsa. Eppure è vero: domenica Antonio Tajani, all’Hotel Ergife di Roma (casermone storico e démodé della politica della prima Repubblica), ha presentato il nuovo coordinamento cittadino di Forza Italia. Un piccolo esercito di capi e capetti locali, tutti i cacicchi dentro, ma proprio tutti. Mancano solo i nipoti e pronipoti. In sostanza la segreteria modalità elettorale-volemose bene è composta da quasi cento persone. Ci sono il segretario, un vicesegretario vicario, un vicesegretario vicario senior, tre vicesegretari senior, tre vicesegretari junior, quindici coordinatori municipali, quarantacinque vicecoordinatori, venti responsabili di settore e dieci consiglieri. 

Una segreteria mostruosa che avrebbe fatto venire l’orticaria a Silvio Berlusconi che veglia (chissà) dall’aldilà sugli «apostoli». Li chiamava così ma non contavano un fico secco. Ai suoi tempi c’era Lui che, in quanto «unto del Signore», non aveva bisogno di pletore di collaboratori, di un simile politburo in sedicesimo alla matriciana. Ma Antonio, il discepolo maximo, ha le sue ragioni per fare una cosa del genere. Che è una democristianata elevata al cubo per raggiungere un obiettivo politico, quello di fare il pieno di voti a Roma e dintorni. Perché, come ha spiegato lo steso Tajani, «l’obiettivo minimo per Forza Italia è il dieci per cento. Possiamo anche prendere il cinquanta per cento a Frosinone o a Viterbo, ma ci serve un buon risultato a Roma», ha spiegato il vicepresidente del Consiglio.

Sta tutto qui il risvolto nazionale della notizia locale. È la sfida che Tajani lancia in questo caso a Giorgia Meloni nella città della presidente del Consiglio. Ma è anche la sua città, il suo core business politico, il bacino di voti dove candidarsi alle europee e non sfigurare. Anzi far vedere quanto ancora vale Forza Italia e la sua leadership. I figli di Silvio si fidano, lasciano fare e finanziano. E tutto questo accade in un periodo in cui di Silvio Berlusconi viene alzato sugli altari di una gloria imperitura.

A poco a poco, Silvio santo subito. Sta diventando un’icona, se non per tutti ma per molti, mondato da errori politici, lati oscuri, sentenze di condanne passate in giudicato, prescrizioni che hanno oscurato angoli reconditi. Oggi conta il suo testamento politico dedicato a Forza Italia, scritto in ospedale di suo pugno in punto di morte, e consegnato alla sua vera prediletta, Marina. Un lasciato per il momento in mano a un energico signore settantenne che incarna la moderazione dei Popolari europei e l’abbraccio romano e ciociaro (ha casa di villeggiatura a Fiuggi) di tutti dentro l’utilitaria Forza Italia che ha acceso la freccia del sorpasso ai danni di Matteo Salvini, nella speranza che non finisca come quello di Vittorio Gassman. 

Tajani, il leader che da Bruxelles zitto zitto ha fatto fuori schiere di delfini, le sta provando tutte. Non solo al nord, con la candidatura di Letizia Moratti in Lombardia e dell’ex leghista Flavio Tosi in Veneto (due dita negli occhi a Salvini). Le prova tutte per afferrare il dieci per cento alle europee e tagliare la strada alle liste di Emma Bonino, Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma il colpo grosso vuole farlo a Roma (oltre che nel sud dei governatori forzisti Roberto Occhiuto e Renato Schifani). Nella capitale soprattutto punta a fare bingo perché è qui il grosso dei voti, il perno nell’Italia centrale, la mega circoscrizione elettorale di cui fa parte anche l’Abruzzo dove è fresca la vittoria di Marco Marsilio e dove Meloni ha il suo collegio elettorale.

Berlusconi potrebbe fare più miracoli da morto che quando era in terra infidelium, sbranato dal giovane leone Matteo e dalla leonessa Giorgia, i due che da destra gli avevano rubato il grande giocattolo politico: il centrodestra. Ora invece lo Zio Silvio è celebrato. C’è in giro una nostalgia che si allunga anche nel campo politico opposto anche per mero interesse prosaico: fanno gola quei voti di centro moderato che comunque sono la differenza in uno schema che tende al bipolarismo anche in salsa bipopulista. E allora meglio ricordare Berlusconi intonso dalla politica politicante, come fa Netflix che mette in onda giovedì, una docuserie sul giovane Berlusconi. «Lui è ancora qui», scrive Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera. Il suo fantasma si aggira a Palazzo Grazioli ristrutturato per la moderna sede dell’Associazione Stampa estera. «Poi un pomeriggio due giornaliste scoprono, dietro all’unica vecchia libreria rimasta, un passaggio segreto. Ci consenta, Cavaliere; a chi serviva?».

Tajani e il suo mentore Gianni Letta lo sapranno di sicuro ma allora come oggi nessuno scucirebbe loro una sillaba. Le orazioni per il Santo subito hanno una narrazione purificata per attirare quei voti sempre in bilico tra nostalgia e la tasca dei patrioti interessati che vagano dalle parti di Meloni e stentano a tornare a Salvini. Comprese le piccole sanatorie edilizie sulle quali Forza Italia pretende la primogenitura avendo per prima depositato una proposta di legge al Senato. 

 

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