ForzalavoroLe regole europee sull’olio di palma e i rischi per i coltivatori malesi

Le nuove norme europee contro la deforestazione mettono in pericolo i piccoli coltivatori della Malesia. Dal governo parlano di «imperialismo normativo». Riuscirà Bruxelles a salvare le foreste senza distruggere migliaia di posti di lavoro? È il dilemma della transizione giusta. Iscriviti alla newsletter!

(Unsplash)

Qui spopolano nei supermercati le etichette «senza olio di palma», lì rischiano di rimanere in centinaia di migliaia senza un lavoro. È l’«effetto farfalla» delle politiche ambientali europee: quello che viene deciso a Bruxelles per combattere la deforestazione potrebbe cambiare la vita di migliaia di famiglie fin nello Stato di Sabah, nel Borneo malese.

Di cosa parliamo Il divieto europeo – che partirà dal 2025 – sull’importazione di prodotti fabbricati su terreni oggetto di deforestazione (dal 2021 in poi) da questa parte del mondo è stato salutato come il “gold standard” della politica climatica. Ma Paesi come Malesia e Indonesia, che da sole forniscono l’85 per cento dell’olio di palma mondiale, non la pensano allo stesso modo. Anzi.

Il ministro dell’Economia indonesiano l’ha definito «imperialismo normativo»: i Paesi ricchi e le ex potenze coloniali – dice – stanno ancora una volta cambiando le regole del commercio quando gli fa comodo. Il ragionamento è questo: prima hanno acquistato enormi quantità di l’olio di palma, portando alla deforestazione di grandi aree, poi smettono di comprarlo, lasciando le popolazioni senza lavoro, e senza foreste.

«Non mettiamo in discussione la necessità di combattere la deforestazione. Ma non è giusto che i Paesi responsabili della distruzione di gran parte delle nostre foreste possano imporci unilateralmente le loro condizioni», ha detto Nik Nazmi Nik Ahmad, ministro dell’ambiente della Malesia. 

Chi produce l’olio di palma Patricia Cohen del New York Times ha trascorso una settimana nelle piantagioni di palme da olio dello Stato malese di Sabah, spiegando che in realtà nessun piccolo agricoltore aveva ancora sentito parlare delle nuove regole europee.

Oltre 500mila persone in Malesia lavorano nella produzione di olio di palma, di cui l’80 per cento è costituito da migranti provenienti da Indonesia, India, Nepal e Bangladesh.

I piccoli proprietari terrieri – quelli che possiedono meno di 40 ettari – coltivano il 27 per cento delle palme da olio del Paese. I raccolti sono frequenti, più o meno ogni due settimane tutto l’anno, per questo il guadagno è costante e conviene di più rispetto agli alberi da gomma. In un mese buono, anche per chi ha pochi ettari, si possono raccogliere fino a otto tonnellate di frutti. Non a caso, la corsa all’olio di palma ha contribuito a ridurre la povertà in Malesia, creando posti di lavoro grazie soprattutto alle esportazioni.

Chi consuma olio di palma Negli ultimi decenni, la richiesta mondiale di olio di palma è esplosa. Circa la metà dei prodotti sugli scaffali dei nostri supermercati contiene il viscoso olio rosso, con le multinazionali del cibo che negli anni hanno inghiottito ettari ed ettari di terreni. E l’Europa è il terzo importatore al mondo.

La questione ambientale Per un certo periodo il «petrolio rosso» venne addirittura promosso come ecologico. Una super-coltura, visto che un ettaro può produrre da quattro a dieci volte più olio della stessa superficie coltivata a soia, colza o girasole.

Ma i benefici ambientali si ottengono solo se i terreni coltivati vengono convertiti in palme da olio. Quello che è successo, invece, è che i produttori hanno abbattuto o bruciato le foreste pluviali incontaminate per far posto ai raccolti. Secondo il World Resources Institute, la Malesia ha perso quasi un quinto della sua foresta tropicale tra il 2001 e il 2022. Gli habitat di migliaia di specie animali, tra cui oranghi, orsi ed elefanti, sono stati distrutti.

Organismi di vigilanza ambientale come il World Wildlife Fund, operatori del settore e multinazionali si sono uniti nel 2004 per creare una task force sull’olio di palma sostenibile, stabilendo standard minimi per ridurre l’impatto distruttivo. Ma un rapporto del Parlamento europeo ha concluso nel 2020 che l’auto-regolamentazione «dovrebbe essere solo complementare alle misure vincolanti» sulle importazioni.

La questione burocratica Così sono arrivate le nuove regole che stabiliscono che qualsiasi prodotto venduto nei 27 paesi dell’Ue debba essere tracciato fino alla sua origine, accertando che non sia stato prodotto in un terreno oggetto di deforestazione dopo il 2021. Si chiede quindi che i produttori di olio di palma traccino i confini precisi dei loro terreni. E spetta agli esportatori dimostrare che le regole sono state rispettate in ogni punto della catena di approvvigionamento.

Ma tracciare ogni grosso grappolo di frutti delle palme fino alla più piccola azienda agricola situata in aree remote è molto più complicato di quanto i legislatori di Bruxelles pensino, dicono i gruppi di piccoli proprietari. Lungo la catena, si incrociano e si intrecciano intermediari su intermediari che finiscono per mescolare insieme frutti provenienti da centinaia di piantagioni.

Il rischio, ora, è che i produttori e i commercianti più piccoli siano esclusi dalla filiera. Con centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio. Molti stanno cercando di vendere i terreni alle grandi aziende perché non hanno risorse per garantire la conformità dei prodotti, ma non tutti ci riescono.

Una via di mezzo? La Commissione europea, ha spiegato un portavoce, «si impegna a fornire tutto il supporto necessario per garantire che i piccoli proprietari terrieri siano pienamente preparati al cambiamento delle regole». L’Ue ha stanziato 110 milioni di euro per fornire supporto tecnico e finanziario per la mappatura dei terreni.

Dalla Malesia, però, i funzionari governativi dicono che il Paese si è già dotato di norme più stringenti. Dal 2020, tutti i coltivatori e le aziende devono essere certificati dal comitato malese per l’olio di palma sostenibile. Gli standard corrispondono a molti stabiliti dall’Unione europea, anche se non è richiesta la mappatura dei terreni. E nel suo sondaggio del 2022, il World Resources Institute ha rilevato che la Malesia è stato uno dei pochi Stati in cui la deforestazione non è peggiorata.

Intanto, sono in corso le interlocuzioni tra rappresentanti della Commissione europea e i ministri del governo di Malesia e Indonesia. I funzionari malesi hanno chiesto a Bruxelles di accettare il sistema di certificazione del Paese e di esentare i piccoli proprietari dalla legge.

Transizione giusta È questo uno dei casi che – come quello del passaggio all’auto elettrica, ad esempio –  dimostra come e quanto le politiche ambientali hanno e avranno un impatto notevole sul mondo del lavoro.

La transizione verde creerà milioni di nuovi posti di lavoro e, secondo le previsioni, il beneficio sarà maggiore delle perdite, soprattutto sul fronte della riduzione della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Ma serviranno anche politiche complementari, raccomandano dall’Organizzazione internazionale del lavoro. Il caso dell’olio di palma è sicuramente un banco di prova.

Riuscirà l’Europa a salvare le foreste senza distruggere migliaia di posti di lavoro?

 

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