Protezione comunePerché adesso la difesa europea piace a tutti

Il primo passo per garantire una sicurezza coordinata tra tutti gli Stati membri non sarà aumentare la spesa militare, ma razionalizzare gli investimenti in poche piattaforme tecnologiche difensive, come fanno gli Stati Uniti

LaPresse

Forse l’Unione Europea ha trovato il fattore unificante su cui compiere il vero salto di qualità nella costruzione del mercato unico: la difesa. Quello che non è accaduto sull’auto verde, l’agricoltura, le case verdi, il packaging, l’alimentare si sta infatti verificando adesso. L’Europa non è vista come problema da cui dover difendere interessi nazionali consolidati (non sempre degni di essere difesi) ma come la soluzione. 

Restando nel nostro piccolo italiano, è di pochi giorni fa un convegno sugli scenari geopolitici globali e il ruolo dell’Europa nella miriade di conflitti planetari (non ci sono solo l’Ucraina e Gaza) in cui maggioranza, opposizione (almeno una parte) e governo hanno sostanzialmente detto la stessa cosa: il problema della sicurezza esiste, gli italiani hanno oggi più paura delle guerre che della crisi economica, la soluzione non si può trovare a livello di singoli Paesi. Ci vuole l’Europa. 

Il convegno, organizzato a Roma dalla Comin & Partner, ha avuto come protagonisti il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (Forza Itali), Stefano Graziano, capogruppo del Partito democratico in Commissione Difesa della Camera e da Emanuele Loperfido, deputato di Fratelli d’Italia della stessa Commissione. Tutti d’accordo su un punto: la pace è un bene prezioso per le persone, ma anche per i Paesi Ue e la loro economia. Specie per uno Stato come l’Italia in cui una larghissima parte del suo Prodotto interno lordo deriva dalle esportazioni e ha quindi bisogno che le merci viaggino con sicurezza e i mercati di sbocco non siano paralizzati da guerre in corso, sanzioni e quant’altro impedisca alle persone di condurre una vita normale.

Alla fine qui si parla di armi. È la stessa difficoltà che vivono tutti i politici europei in questa fase, tanto più a ridosso delle elezioni di giugno. Ed è un segnale positivo di responsabilità che non sia passata la linea di tacere sul tema lasciando l’onere al prossimo Parlamento europeo e alla prossima Commissione Ue: si arriverebbe a fine anno e siamo in una fase in cui non ci si può permettere di perdere sei mesi. Tanto più che l’Unione europea è già in ritardo.

Non si tratta solo di investire in munizioni e armamenti, sistemi di tiro, missili, aerei, droni e navi. Anche, certo, tanto più che quelli già le compriamo: duecentosettanta miliardi di euro nel 2023. Ma soprattutto nelle nuove tecnologie di difesa: scudi elettronici che grazie a radar, satelliti, droni sensori e grande capacità di calcolo sono la vera chiave di un sistema di sicurezza. E anche qui l’Europa è indietro.

Un ritardo che la politica europea ha costruito in due decenni tagliando le spese per gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore sicurezza e difesa e facendo finta che le tensioni geopolitiche fossero affari di cortile di singoli quadranti locali. E l’Italia non è stata da meno. Una rappresentazione andata in pezzi nel febbraio 2022, con l’aggressione russa all’Ucraina e che ha avuto il colpo finale con gli attacchi dei ribelli Houthi filoiraniani alle navi mercantili in rotta nel Mar Rosso da e verso il Canale di Suez e quindi il Mediterraneo.

Oggi si comincia ad alzare lo sguardo e a capire che il problema è globale. Gli analisti geopolitici la chiamano Caoslandia ed è una vastissima area che va dall’America Centrale e attraversando il Mediterraneo, con Africa, Medio Oriente più a sud e Ucraina più a nord, arriva nel Pacifico dove un anno e mezzo fa, nel dicembre 2022, si è costituito il Quad, alleanza militare tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India per contrastare e contenere l’attivismo politico cinese, con al centro il nodo nevralgico di Taiwan. Sempre di questa fascia fanno parte i Paesi del Nord Africa, in bilico tra democrazie incerte, dittature e sistemi confessionali e i Paesi della fascia sahariana. Senza dimenticare i focolai di tensione tra Serbia e Kosovo, ossia a poche centinaia di chilometri da casa nostra. 

Questa vasta porzione della carta politica mondiale è l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati. Qui si sta svolgendo quella che Papa Francesco già dieci anni fa aveva definito «la terza guerra mondiale a pezzi».Un conflitto che ha i suoi punti di riferimento nelle tre grandi potenze militari: Stati Uniti, Russia e Cina. Come si vede da questa ricostruzione manca l’Europa e questo è il punto. 

L’evoluzione politica negli Stati Uniti, di nuovo in bilico tra Joe Biden e Donald Trump, è l’altra novità di rilievo: l’America non han più intenzione di essere ancora lo sceriffo unico del mondo occidentale. Scenario che poteva funzionare nell’Europa uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale ma che non è più agibile oggi, dove l’Unione Europea è una potenza economica di livello planetario, ma è rimasta un nano nella difesa. Il budget europeo nella sicurezza militare è di duecentosettanta miliardi di euro. Un terzo di quanto spendono gli Stati Uniti, la prima potenza militare al mondo e anche parecchio meno della Cina, la seconda. 

A fine dicembre scorso l’Ue ha iniziato a muoversi, prima la Commissione e poi il Consiglio hanno varato la European Defence Industrial Strategy (Edis) e la European Defence Technological Industrial Strategy (Editb). Come ha ricostruito una recentissima analisi (19 marzo) di Bruegel, il think thank con sede a Bruxelles fondato nel 2005 tra gli altri da Mario Monti, che ne è stato anche il primo presidente, l’obiettivo numero uno è di risolvere e rapidamente la dipendenza europea dall’estero. 

Come ha sottolineato anche Enrico Letta nel suo report sul Mercato Unico, nella difesa l’Ue importa tra il settantotto e l’ottanta per cento del suo fabbisogno. E, sottolinea l’analisi di Bruegel, tale quota era del sessanta per cento fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Vuol dire che noi ci siamo già riarmati, ma lo facciamo comprando prodotti soprattutto americani. Ed è paradossale che mentre gli Stati Uniti chiedono agli europei un maggiore impegno economico nella Nato questo avvenga aumentando il fatturato dell’industria americana della difesa. In questo quadro anche l’Italia deve per forza aumentare la sua spesa, raggiungendo almeno la quota del due per cento del Pil, livello a cui si è impegnata con l’adesione stessa all’Alleanza e che non ha mai raggiunto.

La via d’uscita individuata a Bruxelles può mettere tutti d’accordo perché non punta tanto sull’aumento della spesa ma sulla sua razionalizzazione. Oggi l’Ue ha ventisette sistemi di difesa: quanto più si riuscirà a omogeneizzarli tanto più si libereranno risorse. L’industria americana, per esempio, spiega sempre l’analisi di Bruegel, lavora su una dozzina di piattaforme tecnologiche, quella europea si disperde su un numero triplo. 

Non si tratta quindi tanto del famoso esercito europeo su cui spesso si ironizza, ma è un approccio più economico-industriale che militare in senso stretto. Non serve, almeno per ora, ridurre il numero di eserciti, che tanto avranno un ruolo sempre minore nelle guerre elettroniche, specie perché per l’Europa non si tratta di fare la guerra a nessuno ma di difendere i confini e di avere un potere di deterrenza ragionevole. Si tratta di usare tutti gli stessi sistemi. 

L’obiettivo è dunque di portare la domanda di sistemi di difesa europei nel 2030 a utilizzare per almeno il quaranta per cento (rispetto al venti per cento odierno) di prodotti Made in Ue, e di obbligare ogni singolo Paese a rifornirsi per almeno il cinquanta per cento del proprio budget non comprando singolarmente ma consorziandosi con altri Paesi membri. Non saranno obiettivi facili da realizzare ma la direzione sembra quella giusta.

Nelle more questo permetterà di aumentare gli investimenti in R&D dell’industria, dare più ossigeno finanziario anche ai campioni europei della difesa. Che sono al momento due grandi alleanze, una avionica e una marittima. La prima è la joint venture Mbda, tra Airbus, l’italiana Leonardo e la britannica Bae (in questo tipo di affari la Brexit può attendere). L’altra è la joint venture Naviris tra la nostra Fincantieri e la francese Naval Group. Ma la strategia europea punta anche più in alto: a sviluppare un intero tessuto industriale. Compreso quindi il sistema delle piccole e medie imprese tecnologiche che, se lavorano per il militare, hanno molte più difficoltà di accesso al credito rispetto alle aziende normali. 

Si capisce perché un piano di questo tipo raccolga consensi: i singoli Paesi sono coscienti che è una partita troppo grande per ciascuno di loro e poi in qualche modo lascia il peso di decisioni ancora oggi sentite come impopolari a Bruxelles (ma sarà davvero così?). Se ci si riuscirà, puntando sulle eccellenze già presenti, l’Europa potrà anche permettersi di stabilire un nuovo grande obiettivo. Quello di diventare un leader tecnologico mondiale. E su questa base riconquistare quella capacità di presenza e mediazione nei diversi quadranti di crisi che hanno finora sempre delegato agli Stati Uniti e alle sporadiche presenze regionali di Francia e Regno Unito. La pace si costruisce anche così.

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