Sbagliando non si imparaI cattivi maestri antisemiti e la conseguente peggio gioventù della pace russa e iraniana

Fino a quando tollereremo la propaganda anti-israeliana nelle scuole e università del nostro paese? È normale che una lezione di filosofia si trasformi in un comizio Houthi, o che una di educazione civica si riduca a una requisitoria contro Gerusalemme?

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In base a quale criterio si lascia che i ragazzi del Paese che scrisse le leggi razziali siano indottrinati da un professore che li istiga a «sostenere la giusta resistenza armata degli sfruttati palestinesi» contro «il nuovo nazismo», vale a dire Israele che «divora famelico» la vita altrui? Qual è il principio? Libertà di insegnamento? Sulla scorta di quale giustificazione si permette a un altro professore di affidare agli studenti temi sulla «strage che da settanta anni si sta compiendo nella Striscia di Gaza, con gli attacchi dell’esercito italiano contro la popolazione innocente»? Qual è il riferimento? L’autonomia e indipendenza dell’insegnamento depending on the context?

A questi docenti che chiedono ai ragazzi di esercitarsi in quelle valutazioni dopo aver loro impartito lezioni sui comunicati del segretario generale dell’Onu, quello che il 7 ottobre non viene dal nulla; a questi professori che sottopongono agli alunni la notizia falsa, letta sui giornali che pubblicano notizie false, circa il raid israeliano che avrebbe raso al suolo un ospedale facendo cinquecento morti, sollecitandoli a condividere lo sdegno per il deliberato massacro mentre venivano a sapere anche i sassi che era una bufala messa in pagina dal giornalismo che copia e incolla i comunicati di Hamas; a questi propalatori di bigini dei Protocolli dei Savi di Sion in vernacolo pacifista che formano la meglio gioventù italiana – la gioventù della pace russa e iraniana – sugli sproloqui di Norman Finkelstein, quello che «Hezbollah rappresenta la speranza»; a questi signori che coartano in quel modo la coscienza di una generazione malcapitata si concede di continuare nei propri cimenti cripto-jihadisti perché, evidentemente, nessuno trova qualcosa di eccepibile nei contenuti e nei modi di quella docenza gonfia del vento che spira dal fiume al mare per la rimozione dello Stato dell’apartheid.

E deve essere, appunto, il sacrosanto principio di libertà di insegnamento a mandare in cavalleria anche solo il sospetto che forse c’è qualcosa che non fila per il verso giusto in una lezione di filosofia trasformata in un comizio Houthi o in una di educazione civica ridotta a requisitoria anti-sionista.

Continuiamo pure a far finta di nulla, perché questo si sta facendo: finta di nulla (quando va bene, perché non raramente quella somma di porcherie è ritenuta il giusto contributo educativo da offrire ai fanciulli). Ma ricordiamoci che i bacilli di questa infezione non stanno in coltura in paio di scuole in cui si dà spazio e impunito agio d’azione a qualche sparuto manipolo di improbabili insegnanti: al contrario, come dovrebbe vedere chiunque, diffusi focolai di un’identica patologia lambiscono dal grado più basso sino all’apice una buona parte del nostro sgangherato sistema dell’istruzione. 

E allora il problema, se possibile, è anche più grave rispetto a quello costituito dai primi tentativi di una scuola Judenfrei ri-denominata «contro il genocidio» o «Free Palestine»: il problema è ancora una volta ciò che spinge in quella direzione, e cioè la temperie insieme di menzogna e di noncuranza che irrobustisce le membra del mostro che ci si incaparbisce a non chiamare con il suo nome proprio.

Lasciare che abbiano corso senza conseguenze i comportamenti di quei professori, e anzi consentir loro di persistere in un simile, osceno sacerdozio, lasciare che passi come una giustificata e innocua intemperanza quella della ragazza che strilla «Fuori i sionisti da Roma», lasciare che il responsabile di un istituto universitario faccia compilare le liste delle imprese e delle università israeliane, inibite dall’avere contatti con l’ateneo solo per quel motivo, e cioè in quanto israeliane, significa affidare la società e i giovani alle cure istruttive di un andazzo molto pericolosamente orientato, e capace di danni irrimediabili.

Che cosa serva ancora, che cosa debba ancora succedere perché ci si decida a cambiare registro, affinché non ci siano più registri elettronici che elencano gli spropositi che sopra ho messo in rassegna è un mistero che non si spiega: se non arrendendosi alla riprova, banale quanto sconfortante, che questo Paese non riesce a fare i conti con sé stesso perché non ha mai fatto i conti con il proprio passato.

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