“Escalescion”L’Iran lancia missili su Israele, il gran circo “demogradico” se la prende con gli ebrei

L’attacco di Teheran avrebbe causato la morte di migliaia di civili se lo Stato ebraico non avesse investito miliardi per difendersi. Invece di condannare quanto ordinato dai Pasdaran, fioccano appelli per chiedere a Gerusalemme di non rispondere

AP/LaPresse

Mentre l’italico ministro degli Esteri spiegava di essersi battuto come un leone per ottenere dall’Iran che i nostri guaglioni lontani da mammà non corressero pericoli; mentre Madame Boldrinì du côté de chez Amman spiegava che lì andava tutto bene, salvo il dramma del sonno tormentato dalle fastidiose intercettazioni dei missili iraniani; mentre naa capitale la meglio gioventù europeista preparava il comunicato che avrebbe diffuso a tempo debito, mica de notte, ma il mattino dopo, presto presto, verso mezzoggiorno con du’ g, vale a dire la dichiarazione da Stati Uniti del Grande Raccordo Anulare secondo cui Israele nun deve da fa l’escalescion; mentre D’Alema il colombiano spiegava che se bombardi le ambasciate altrui te la cerchi, diciamo, e se poi sono ambasciate umanitarie (questo lo disciamo noi) te la cerchi in modo tanto più irresponsabile; mentre insomma l’Italia democratica e pacifista, già esausta dopo due anni e passa di terribili afflizioni per essere stata coinvolta nella guerra per procura, scoppiava d’angoscia per il proprio destino messo a rischio dai provocatori insubordinati al dovere morale di capire che il 7 ottobre non veniva dal nulla, laggiù i figli della Shoah, dei ghetti rastrellati e degli shtetlekh inceneriti non dovevano seppellire le decine di migliaia di morti che l’attacco iraniano avrebbe causato se un’enorme quantità di miliardi non fosse stata investita per proteggere quel Paese e la sua popolazione da chi ancora non li ha distrutti non perché non vuole, ma solo e soltanto perché ancora non ci è riuscito.

E come le piazze d’Occidente, già il pomeriggio del Sabato Nero, e cioè quando ancora fumavano i corpi degli ebrei bruciati vivi e i macellai rompevano le ossa delle ragazze per farle stare sui cassoni dei pick up, si dividevano tra quelli che festeggiavano il colpo all’entità sionista e quelli che deploravano le intenzioni vendicative israeliane, così, analogamente, l’altra sera, mentre quella pioggia di droni e missili era intercettata, febbrile era il dibattito e angosciate erano le dichiarazioni sul dovere morale due punto zero degli aggrediti di arrendersi, di alzare bandiera bianca davanti al comprensibile risentimento della democrazia delle impiccagioni e delle bastonate sul cranio delle bambine con la ciocca fori posto, uno Stato magari non proprio perfetto ma intollerabilmente provocato dall’interferenza nella privacy dei suoi generali impegnati a salvare la popolazione palestinese.

E tutto questo, si noti superfluamente, non ha davvero nulla a che fare con legittime preoccupazioni sulle conseguenze del conflitto, giusto come non erano quelle preoccupazioni a motivare gli strilli per il pericolo dell’escalation quando gli ucraini si preparavano a difendersi, non quando i russi ammassavano ai confini centocinquantamila soldati da spedire a denazificare il Paese governato dai drogati e dagli omosessuali asserviti alle brame espansive della Nato.

Non ce la cantava giusta, certa propaganda atlantista che sottaceva la verità, e cioè che «Putin sta puntando sui suoi obiettivi e nel frattempo cerca di non spaventare la popolazione». Non ce la canta giusta, oggi, l’imperante propaganda della cospirazione sionista, che usa come scudi umani i cittadini israeliani per intralciare la sacrosanta risposta della resistenza iraniana.

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