Linea rossaLa telefonata con cui Biden fece capire a Putin che l’America non era più quella trumpiana

In “L’ultimo dei politici” (Longanesi), Franklin Foer racconta un episodio dei primi giorni del presidente alla Casa Bianca: l’ex vice di Obama voleva mettere subito in chiaro che il suo Paese non sarebbe stato indulgente con Mosca come durante l’amministrazione precedente

AP/Lapresse

Nessuno si aspettava quella telefonata. Il secondo giorno di Biden alla Casa Bianca, gli emissari di un vecchio nemico dissero che il loro capo voleva parlare. Il nemico non aveva accennato a ciò di cui avrebbe voluto discutere, ma gli assistenti di Biden avrebbero preferito ignorare la sua sgradita presenza. Rovinare una luna di miele era esattamente quello che ci si sarebbe potuti aspettare da uno come Vladimir Putin.

Secondo Jake Sullivan, quarantatreenne consigliere di Biden per la sicurezza nazionale, la conversazione poteva aspettare. Sullivan aveva redatto una lista di capi di Stato stranieri che Biden avrebbe dovuto chiamare per riparare ai danni provocati da Trump, ristabilire vecchie alleanze, dedicare attenzione a quelle amicizie europee che si erano in parte guastate. La lista era stata preparata con moltissima cura, perché c’era il rischio che ogni telefonata finisse per occupare troppo tempo nell’agenda di Biden. Perdersi in chiacchiere con i capi di Stato esteri sarebbe stato tipico del neopresidente.

Quando informò Biden della richiesta dei russi, Sullivan gli disse che non ci sarebbe stato nulla di male nel lasciare che Putin aspettasse il proprio turno. Ma la risposta di Biden lo sorprese. «Sai, da dove vengo io, quando ti chiama un importante capo di Stato, che ti sia amico o nemico, bisogna rispondere, a meno che tu non abbia un’ottima ragione per non farlo.»

Certo, sarebbe stato bello lasciare Putin ad aspettare, soprattutto dopo quello che aveva fatto nelle ultime elezioni per mettere in crisi la democrazia americana. Ma quella telefonata, proseguì Biden, era un’opportunità. Esisteva infatti la possibilità che Putin volesse creare altro scompiglio, mettendo così a rischio gli ambiziosi piani di Biden per cambiare l’approccio americano alla minaccia strategica rappresentata dalla Cina. Se Biden voleva minimizzare il pericolo rappresentato dal presidente russo, avrebbe dovuto occuparsi personalmente delle sue manie di protagonismo.

Secondo Biden, l’amministrazione Obama aveva sbagliato a mancare inutilmente di rispetto alla Russia. Il suo vecchio datore di lavoro aveva definito l’antico rivale della Guerra fredda una « potenza regionale» che agiva «per debolezza». Biden non voleva commettere lo stesso errore. Pensava che Putin rispondesse sia alle dimostrazioni di forza sia alle manifestazioni di rispetto. Sebbene combinare quei due aspetti non fosse facile, Biden spiegò a Sullivan che intendeva lisciare il pelo a Putin rispondendo alla telefonata, ma che avrebbe sfruttato l’occasione per lanciargli un severo monito.

Quattro giorni dopo, Biden era al telefono con il presidente russo. Aprì la conversazione con una questione di fondamentale importanza. Di lì a meno di due settimane sarebbe scaduto un accordo sul controllo degli armamenti, il trattato New START. Biden disse a Putin che non voleva lasciarlo scadere. A prescindere dalle loro divergenze, dovevano tutelare il pianeta dalla vecchia minaccia della catastrofe nucleare.

Risolta la parte facile della telefonata, Biden passò alle fonti di tensione.

«Voglio parlare chiaro con lei», disse.

La Russia era sospettata di aver commesso una serie di azioni ostili durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Trump. Con l’attacco informatico a SolarWinds, i russi avevano inserito dei malware in un aggiornamento software, consentendo ai propri servizi di intelligence di accedere ai server di migliaia di aziende ed enti governativi americani; poi era stata la volta dell’avvelenamento del dissidente Alexei Navalny, nel mese di agosto; senza contare la questione ancora aperta sull’interferenza nelle elezioni, oltre alle notizie secondo cui i russi avevano messo taglie sulle teste dei soldati statunitensi in Afghanistan.

Biden disse a Putin che non stava puntando il dito, almeno non ancora. La sua intelligence avrebbe analizzato le accuse contro la Russia. Di lì a un mese, avrebbe ricevuto un rapporto. Se le prove fossero state convincenti, la punizione non sarebbe tardata.

A Sullivan parve che Putin fosse colto di sorpresa dal tono schietto di Biden. Invece di replicare alle accuse, il presidente russo sembrò stranamente accettarle come dati di fatto, concludendo la telefonata con un educato « grazie». Ma non era facile immaginare come avrebbe reagito a quella conversazione, perché non era chiaro nemmeno che cosa sperasse di ottenere quando l’aveva chiesta. Molto probabilmente, Putin stava cercando una debolezza da sfruttare, in vista di qualche sinistro piano ancora segreto per rovesciare i progetti di Biden. E questo, nessuna manifestazione di rispetto sarebbe stata in grado di evitarlo.

Nessuno si aspettava quella telefonata. Il secondo giorno di Biden alla Casa Bianca, gli emissari di un vecchio nemico dissero che il loro capo voleva parlare. Il nemico non aveva accennato a ciò di cui avrebbe voluto discutere, ma gli assistenti di Biden avrebbero preferito ignorare la sua sgradita presenza. Rovinare una luna di miele era esattamente quello che ci si sarebbe potuti aspettare da uno come Vladimir Putin.

Secondo Jake Sullivan, quarantatreenne consigliere di Biden per la sicurezza nazionale, la conversazione poteva aspettare. Sullivan aveva redatto una lista di capi di Stato stranieri che Biden avrebbe dovuto chiamare per riparare ai danni provocati da Trump, ristabilire vecchie alleanze, dedicare attenzione a quelle amicizie europee che si erano in parte guastate. La lista era stata preparata con moltissima cura, perché c’era il rischio che ogni telefonata finisse per occupare troppo tempo nell’agenda di Biden. Perdersi in chiacchiere con i capi di Stato esteri sarebbe stato tipico del neopresidente.

Quando informò Biden della richiesta dei russi, Sullivan gli disse che non ci sarebbe stato nulla di male nel lasciare che Putin aspettasse il proprio turno. Ma la risposta di Biden lo sorprese. «Sai, da dove vengo io, quando ti chiama un importante capo di Stato, che ti sia amico o nemico, bisogna rispondere, a meno che tu non abbia un’ottima ragione per non farlo.»

Certo, sarebbe stato bello lasciare Putin ad aspettare, soprattutto dopo quello che aveva fatto nelle ultime elezioni per mettere in crisi la democrazia americana. Ma quella telefonata, proseguì Biden, era un’opportunità. Esisteva infatti la possibilità che Putin volesse creare altro scompiglio, mettendo così a rischio gli ambiziosi piani di Biden per cambiare l’approccio americano alla minaccia strategica rappresentata dalla Cina. Se Biden voleva minimizzare il pericolo rappresentato dal presidente russo, avrebbe dovuto occuparsi personalmente delle sue manie di protagonismo.

Secondo Biden, l’amministrazione Obama aveva sbagliato a mancare inutilmente di rispetto alla Russia. Il suo vecchio datore di lavoro aveva definito l’antico rivale della Guerra fredda una « potenza regionale» che agiva «per debolezza». Biden non voleva commettere lo stesso errore. Pensava che Putin rispondesse sia alle dimostrazioni di forza sia alle manifestazioni di rispetto. Sebbene combinare quei due aspetti non fosse facile, Biden spiegò a Sullivan che intendeva lisciare il pelo a Putin rispondendo alla telefonata, ma che avrebbe sfruttato l’occasione per lanciargli un severo monito.

Quattro giorni dopo, Biden era al telefono con il presidente russo. Aprì la conversazione con una questione di fondamentale importanza. Di lı` a meno di due settimane sarebbe scaduto un accordo sul controllo degli armamenti, il trattato New START. Biden disse a Putin che non voleva lasciarlo scadere. A prescindere dalle loro divergenze, dovevano tutelare il pianeta dalla vecchia minaccia della catastrofe nucleare.

Risolta la parte facile della telefonata, Biden passò alle fonti di tensione.

«Voglio parlare chiaro con lei», disse.

La Russia era sospettata di aver commesso una serie di azioni ostili durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Trump. Con l’attacco informatico a SolarWinds, i russi avevano inserito dei malware in un aggiornamento software, consentendo ai propri servizi di intelligence di accedere ai server di migliaia di aziende ed enti governativi americani; poi era stata la volta dell’avvelenamento del dissidente Alexei Navalny, nel mese di agosto; senza contare la questione ancora aperta sull’interferenza nelle elezioni, oltre alle notizie secondo cui i russi avevano messo taglie sulle teste dei soldati statunitensi in Afghanistan.

Biden disse a Putin che non stava puntando il dito, almeno non ancora. La sua intelligence avrebbe analizzato le accuse contro la Russia. Di lì a un mese, avrebbe ricevuto un rapporto. Se le prove fossero state convincenti, la punizione non sarebbe tardata.

A Sullivan parve che Putin fosse colto di sorpresa dal tono schietto di Biden. Invece di replicare alle accuse, il presidente russo sembrò stranamente accettarle come dati di fatto, concludendo la telefonata con un educato « grazie». Ma non era facile immaginare come avrebbe reagito a quella conversazione, perché non era chiaro nemmeno che cosa sperasse di ottenere quando l’aveva chiesta. Molto probabilmente, Putin stava cercando una debolezza da sfruttare, in vista di qualche sinistro piano ancora segreto per rovesciare i progetti di Biden. E questo, nessuna manifestazione di rispetto sarebbe stata in grado di evitarlo.

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Longanesi & C. F 2024 – Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Tratto da “L’ultimo dei politici” (Longanesi), di Franklin Foer, pp. 448, 24€

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