Tutti i riformisti del presidenteIl futuro politico di Draghi ha già monopolizzato la campagna per le Europee

Il discorso dell’ex presidente della Bce ha riacceso entusiasmo in un dibattito sinora asfittico, portando Renzi e Calenda a gareggiare su chi sia il più draghiano del reame. Ma si muove qualcosa anche dentro il Pd

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Non c’è dubbio che il manifesto di Mario Draghi abbia fatto irruzione in una campagna elettorale dominata dagli arresti di Bari (e adesso dallo scandalo catanese che coinvolge la Lega) o dal balletto sulla candidatura dei leader: e dunque i temi europei hanno cominciato a tenere banco e insieme a questo, soprattutto, il fatto che sta emergendo Draghi come possibile, o addirittura probabile, figura chiave del futuro europeo. 

La novità costituita dal discorso di La Hulpe è molto seria. Il meteorite-Draghi è piombato sul dibattito europeo sinora asfittico, provinciale, privo di emozione. A livello psicologico può cambiare molto anche da noi. E infatti i liberal-riformisti, cioè Matteo Renzi e Carlo Calenda, che come si sa guidano due liste diverse pur nella stessa famiglia di Renew Europe, hanno iniziato a gareggiare anche su chi sia il più draghiano del reame. 

La cosa incredibile è che secondo i sondaggi l’area Draghi già viaggiava verso il dieci per cento prima del discorso con il quale l’ex presidente del Consiglio ha disegnato la nuova Europa. Pertanto dalla virtuale scesa in campo di super-Mario le liste di Calenda e di Renzi-Bonino non potranno che trarre nuova linfa e infatti l’aria che si respira nelle due squadra è già cambiata, per certi aspetti ricorda quella della fase in cui si preparò, nello scetticismo generale, il governo Draghi dopo i due esecutivi di colore diverso di Giuseppe Conte. Come allora Draghi salvò l’Italia, potrebbe adesso essere chiamato a salvare l’Europa, è il discorso che si fa tra i draghiani. 

Ieri Calenda ha presentato la sua lista “Siamo europei” che ha un programma molto forte e naturalmente l’ambizione di superare lo sbarramento. Il leader di Azione sa che deve affrontare la concorrenza di Renzi-Bonino e per questo non ha rinunciato a mettere qualche puntino sulle “i” rispetto a Stati Uniti d’Europa: «Questa è una lista politica e non di scopo, è composta da persone che hanno desiderio di continuare a lavorare insieme. A differenza degli Stati Uniti d’Europa, gli eletti lavoreranno tutti nello stesso gruppo, quello di Renew. E poi dirsi europeisti ed essere europeisti è diverso, dubito che un europeista sia aperto a trattare con un condannato per mafia, oppure sia disposto a prendere soldi da un dittatore straniero, oppure ospiti nella lista persone che erano contro l’invio di armi in Ucraina». 

Polemiche a parte, è da notare che a sostegno della lista calendiana, sotto quello di Azione, ci siano otto simboli di forze laiche, tra cui la storica edera dei repubblicani. Ed ecco l’impegno: «Faremo di tutto perché Mario Draghi sia presidente o del Consiglio Europeo o della Commissione europea». 

Da parte sua Renzi – la cui candidatura pare sempre più probabile – vuole essere protagonista in prima persona delle trattative, che saranno come al solito complicate, che si terranno dopo il voto di giugno ed è determinato a dare un forte contributo per portare super-Mario alla Commissione europea. «Renzi – si legge in una nota di Italia viva – vuole sedere direttamente al tavolo delle trattative e se la lista Stati Uniti d’Europa porterà almeno cinque eletti a Strasburgo, allora sarà la seconda componente dopo i francesi nel gruppo dei centristi».

E il Partito democratico? Nel silenzio di Elly Schlein e dello stato maggiore, che forse una parola di apprezzamento per il discorso draghiano avrebbero pure potuta dirla, finora si evince l’interesse assoluto dei riformisti del Pd per una scesa in campo di Draghi, la cui analisi – ha osservato il dem riformista Pierfrancesco Maran – implica «un protagonismo europeo che consenta un cambio di scala: da piccoli stati nazionali a un continente che condivide risorse, tecnologie, industrie per difendere un mercato interno che può essere sempre più messo in crisi dal contesto internazionale dove le regole di ingaggio sono cambiate». Il treno di Mario Draghi è partito.

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