Da Kyjiv a BruxellesNataliya Kudryk, la candidata ucraina di Azione al Parlamento europeo

La giornalista quarantanovenne si presenta con Calenda nella circoscrizione del Centro Italia. «In questa guerra bisogna avere il coraggio di decidere da che parte stare: da quella dell’aggredito o da quella dell’aggressore. La posta in gioco è chiara, o vince Putin o vince la libertà», dice a Linkiesta

LaPresse

Da quando ha trent’anni Nataliya Kudryk vive a Roma, dove ha quotidianamente ha raccontato al pubblico ucraino gli sviluppi della vita politica e culturale italiana. Ha collaborato con media di prestigio come The Ukrainian Week, 5 Chanel, BBC Ucraina e infine Radio Free Europe/Radio Liberty. Nata a Kyjiv nel 1975, la quarantanovenne giornalista potrebbe fare la storia del suo e del nostro Paese diventando la prima eurodeputata ucraina eletta al Parlamento europeo. E per una volta diventerebbe protagonista della politica che ha sempre raccontato. Kudryk ha deciso di candidarsi con la lista “Siamo Europei” di Carlo Calenda nella circoscrizione del Centro Italia per una ragione semplice: «Perché Azione pensa che questa sia una guerra che l’aggressore deve perdere e l’aggredito deve vincere, che non esista alcuna possibilità di pace trasformando l’Ucraina in una Bielorussia, cioè in un protettorato o in un gulag di Mosca e che l’unico negoziato che ha senso promuovere è quello per ripristinare la legalità internazionale e la sovranità e la libertà dell’Ucraina. Da vent’anni io racconto l’Italia agli ucraini. Ora è più utile che io racconti l’Ucraina agli italiani e spieghi che i due Paesi di cui sono cittadina hanno interessi e pericoli comuni. Per questo mi candido come cittadina insieme ucraina e italiana».

Quale saranno le sue priorità nei prossimi cinque anni al Parlamento europeo, se dovesse essere eletta?
La mia priorità è fare in modo che gli ucraini abbiano il futuro che vogliono e meritano: vivere nella libertà, nella democrazia, nello stato di diritto, cioè nell’Unione europea. Io voglio rappresentare l’aspirazione europea degli ucraini e persuadere gli italiani di una verità chiarissima, eppure negata: oggi l’Ucraina non è un pericolo per l’Europa, ma è la trincea da cui si difende la libertà dell’Europa. Se l’Ucraina cadesse, non sarebbe l’ultima, ma la prima nazione europea a finire, nuovamente, sotto il giogo di Mosca. Se volete sapere la verità sulla Russia dovete parlare con i cittadini ucraini, baltici e finlandesi, non coi politici, i diplomatici e i giornalisti russi. Molti in Italia pensano di sapere tutto della Russia, ma sanno solo quello che la Russia ha deciso che loro sapessero.

Tra i temi importanti della legislatura europea ci sarà anche il processo di adesione dell’Ucraina all’Ue, secondo lei potrà avvenire nei prossimi cinque anni?
Tra tutti i Paesi in fila per l’ingresso nell’Ue l’Ucraina è quella che sta pagando il prezzo più alto e dunque è quella la cui volontà meno può essere messa in discussione. Per le persone comuni, se escono dalla narrazione “pro Mosca” così comune in Italia, non dovrebbe essere difficile capirlo: vogliamo avere una vita normale e pacifica come in qualunque città europea. La narrazione “pro Mosca” non è solo il frutto della stagione putiniana; risale al periodo comunista, dove la propaganda russa fomentava il pregiudizio anti-occidentale. L’Europa per noi non è un vantaggio economico: è una condizione di libertà. Per gli ucraini è fondamentale rimanere nello spazio europeo e uscire dallo spazio russo. L’illusione di potere essere un “paese cuscinetto” ha portato a questa catastrofe. Abbiamo fatto la nostra scelta.

Perché gli elettori dovrebbero scegliere proprio “Siamo europei” nell’area dei riformisti liberaldemocratici?
Per la stessa ragione per cui ho accettato la candidatura che mi è stata proposta. Perché Azione ha una posizione chiara, non equivoca e trasparente. La gran parte dei partiti italiani, non solo nell’opposizione – pensiamo alla Lega, che fa parte della maggioranza di governo – dichiara di essere dalla parte dell’Ucraina, secondo la logica del “ma anche”. Con l’Ucraina, “ma anche” per un negoziato con Putin. Oppure contro Putin, “ma anche” per non umiliarlo e per giungere a un accordo di reciproca soddisfazione. Questa linea diventa: “Aiutiamo, sì, ma non troppo”. In questa guerra bisogna avere il coraggio di decidere da che parte stare: o da quella dell’aggredito o da quella dell’aggressore. La posta in gioco è chiarissima: o vince Putin o vince la libertà.

Il popolo ucraino ha mostrato al mondo un grande coraggio nel respingere i russi. Secondo lei siamo arrivati in uno stallo irreversibile?
L’Ucraina e gli ucraini hanno fatto e continuano a fare tutto quello che dipende da loro. Il resto dipende dall’Europa e dall’Occidente. Noi non abbiamo chiesto l’intervento delle truppe della Nato: abbiamo chiesto munizioni e sistemi antimissile che i nostri alleati occidentali ed europei possono procurare e che tardano ad arrivare. La recente decisione del Congresso americano è importante, ma adesso tocca anche all’Europa fornire sistemi di difesa che sarebbero disponibili, ma a quanto pare non per noi. Non chiediamo agli italiani, ai francesi, ai tedeschi o agli spagnoli di morire per gli ucraini. Chiediamo loro di non fare morire gli ucraini senza dare loro le armi che possono avere senza nessun rischio per la sicurezza degli altri europei. Che senso ha tenere le protezione antimissile sulle città europee, mentre i missili cadono sulle città ucraine?

Il presidente Zelensky chiede almeno sette sistemi di difesa aerei per proteggere le città ucraine dai continui bombardamenti russi, ma gli alleati occidentali tentennano, compresa l’Italia. Secondo lei perché?
C’è il rischio che qualcuno pensi che se c’è uno stallo militare, allora si avvicina la pace. Questo però significherebbe imporre all’Ucraina il sacrificio di parte del proprio territorio e della propria sicurezza e soprattutto della dignità e della libertà della gente che si troverebbe a vivere in una galera. C’è qualche italiano che accetterebbe spontaneamente di vivere sotto il controllo della mafia o della ’ndrangheta? Come si può pensare che lo accettino gli ucraini? Come si può pensare che non si ribellino?

Che effetto le fa pensare di essere potenzialmente la prima eurodeputata di origine ucraina nel Parlamento europeo?
Tra pochi anni – se tutto andrà bene – decine di eurodeputati ucraini arriveranno nel Parlamento europeo, dopo l’adesione dell’Ucraina all’Unione. Mi piacerebbe essere la prima di loro, per poi tornarmene al mio lavoro di giornalista, dopo avere contribuito per la mia parte a che l’Ucraina vinca questa guerra e possa entrare nell’Ue e nella Nato. Io non sono una politica, ma una giornalista, quindi una testimone dei fatti. E oggi il fatto più grande è che ci sono decine di milioni di persone, in Ucraina, che vogliono essere europee e che per questo stanno pagando un prezzo di sangue altissimo.

Lei vive a Roma dal 2005, cosa rappresenta per lei l’Italia nella sua vita?
L’Italia è la mia seconda patria ed è diventata la mia seconda casa, dove ho potuto continuare il mio lavoro giornalistico. L’Italia è il luogo dove è nata mia figlia; il mio compagno è italiano. Sono arrivata in Italia per ragioni di lavoro e pensavo di rimanere per qualche anno. Dovevo raccontare agli ucraini l’esperienza italiana nell’Unione europea, perché nel 2005 dopo la rivoluzione arancione l’Ucraina aveva iniziato la sua marcia di avvicinamento all’Europa. Come capita a tutti quelli che si trasferiscono in un altro paese, ci sono state anche per me delle difficoltà, ma anche momenti molto positivi. Negli ultimi anni l’attenzione degli ucraini per l’Italia è cresciuta. È stato apprezzato il sostegno dei governi Draghi e Meloni alla causa ucraina, ma l’impressione, che emerge anche dalle cifre, è che gli aiuti siano sempre più limitati e politicamente condizionati.

Una parte della sua famiglia vive ancora in Ucraina.
Sì, i miei genitori vivono nelle zone limitrofe di Kyjiv e ho tanti parenti in vari luoghi dell’Ucraina. Alcuni di loro vivono vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, in una zona controllata dal governo ucraino. All’inizio dell’invasione su vasta scala del 2022 molti parenti sono arrivati profughi in Italia; dovevo gestire dieci persone: dalle necessità quotidiane alle questioni burocratiche. L’accoglienza delle istituzioni e delle persone comuni è stata bella e generosa. Ho ancora impresso il volto triste e spaventato di una mia nipote diciottenne, che veniva dalla zona di Bucha, e che anche in Italia non riusciva a dormire la notte. Ora sono tutti rientrati in Ucraina. Ecco a cosa è servito l’aiuto militare all’Ucraina. Anche a consentire a loro di tornare a casa, a scuola, al lavoro.

Qual è stato l’impatto della guerra nella sua vita?
Sento la tristezza di dovere parlare dell’invasione della mia terra e dell’oppressione del mio popolo, ma so di avere anche una responsabilità importante nel testimoniare fatti così tragici. Ho cercato di sfatare i miti della propaganda del Cremlino, fortemente radicata in Italia. Ho spiegato che la Crimea non è storicamente russa, che il separatismo in Donbas è stato esportato dal Cremlino e ho raccontato i motivi della resistenza ucraina e il profondo desiderio di libertà e democrazia del mio popolo. Questo è stato il mio impegno: raccontare il mio Paese, il suo legame con l’Europa e la minaccia rappresentata dalla Russia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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