Palla al centroLa risposta del calcio spagnolo al razzismo in campo (e fuori)

La clamorosa espulsione del portiere Cheikh Sarr che ha reagito a insulti discriminatori in una partita della terza divisione spagnola ha suscitato finalmente parole di condanna da parte di autorevoli addetti ai lavori, tra cui l’allenatore Sánchez Flores

LaPresse

«Se davvero vogliamo fermare il razzismo, Cheikh non deve essere sanzionato». Così ha titolato Marca, il più importante quotidiano sportivo spagnolo, la sua prima pagina di mercoledì 3 aprile. Il riferimento è al caso di Cheikh Sarr, portiere senegalese del Rayo Majadahonda, un club della terza divisione, che sabato 30 marzo è stato espulso dal campo di Sestao per aver reagito a degli insulti razzisti. Benché sia un caso avvenuto solo nelle serie minori, l’equivalente della nostra Serie C, l’episodio ha scosso la Spagna. Anche perché, dopo l’espulsione del giocatore, i suoi compagni di squadra hanno deciso di abbandonare il campo per protesta, ponendo fine all’incontro in anticipo. Una decisione che, a norma di regolamento, potrebbe costare la partita persa a tavolino al piccolo club madrileno e anche tre punti di penalizzazione in classifica. Ma a Sarr potrebbe andare anche peggio: nel suo referto, l’arbitro Francisco García Riesgo non ha identificato alcun coro razzista contro il portiere senegalese, ma ha segnalato che, dopo averlo espulso, questi avrebbe provato ad aggredirlo. Perciò, Cheikh Sarr rischia fino a otto giornate di squalifica.

I fatti di Sestao hanno fatto quasi passare in secondo piano quello che è accaduto poco prima a Getafe, nella partita della massima divisione spagnola tra squadra di casa e il Siviglia. Un match durante il quale si sono verificati ben due episodi discriminatori da parte del pubblico locale: il primo contro il difensore argentino Marcos Acuña, apostrofato come «scimmia», e il secondo contro l’allenatore ospite Quique Sánchez Flores, insultato per le sue origini gitane.

Da qualche anno il razzismo nel calcio spagnolo è un tema ricorrente sulle pagine della stampa sportiva, ma prevalentemente nei confronti del brasiliano Vinícius Jr. I numerosi episodi che hanno colpito il giocatore del Real Madrid sono stati addirittura incentivati da alcune trasmissioni televisive: nel settembre 2022, il procuratore Pedro Bravo, ospite a El Chiringuito, disse che Vinícius doveva smetterla di festeggiare i gol ballando “come una scimmia”, e da allora questa parola è divenuta l’insulto maggiormente utilizzato dai tifosi spagnoli, specialmente quelli dell’Atlético Madrid, verso l’attaccante brasiliano. Vinícius ha sempre insistito che, sebbene lui sia il bersaglio favorito dai razzisti, il problema è decisamente più ampio, ma si è visto spesso rispondere che gli insulti che riceve non sono dovuti al colore della pelle, ma al suo atteggiamento provocatorio in campo.

I fatti del 30 marzo dimostrano che invece l’attaccante ha pienamente ragione. Da qualche anno i dati indicano che gli episodi razzisti in Spagna, non solo nello sport, sono in aumento, e già nel 2021 El País segnalava la necessità di agire con forza contro questo fenomeno. La reazione di Cheikh Sarr, così come le parole di condanna di Sánchez Flores, mostrano però anche un altro lato della medaglia: nel mondo del pallone aumenta il numero degli addetti ai lavori che reagiscono apertamente a simili episodi, e non si può ignorare che sia stato proprio il giovane Vinícius il primo ad alzare la voce, diventando un parafulmine ma ispirando anche altri individui. E non a caso il brasiliano ha immediatamente espresso la sua solidarietà ai colleghi vittime di razzismo nei match di sabato scorso.

Dalla Spagna all’Italia, cercando soluzioni
La situazione spagnola dimostra anche che le discriminazioni etniche non sono unicamente una piaga della Serie A. Al momento, questi due campionati sono quelli che in Europa stanno faticando maggiormente a tenere a bada il fenomeno razzista, anche se bisogna considerare che, anche doveva sembrava debellato, come in Germania, sta risorgendo in questi mesi sotto nuove forme. Questo ovviamente non può però servire ad assolvere il calcio italiano dalle sue responsabilità.

Una prima pagina come quella di Marca, citata all’inizio di questo articolo, nel nostro paese resta un traguardo ancora lontanissimo. Il recente caso tra Acerbi e Juan Jesus è stato corredato da articoli decisamente più discutibili usciti sui principali quotidiani sportivi italiani, come quello a firma di Giancarlo Dotto sulla Gazzetta dello Sport, che pur condannando il razzismo si apriva indicando una serie di presunte “colpe” commesse dal brasiliano del Napoli. Se pensiamo a quanto avvenuto a Cheikh Sarr, non si può non pensare agli episodi avvenuti l’anno scorso a Lukaku e Vlahović, ammoniti – ed espulsi per somma di ammonizioni – per aver reagito a insulti discriminatori, e infine graziati dalla squalifica per intervento del presidente federale. Si era parlato, subito dopo, di modificare i regolamenti e di sensibilizzare gli arbitri su queste situazioni, ma quasi dodici mesi dopo sembra che tutti quei buoni propositi siano stati dimenticati dalla FIGC.

Fronteggiare le discriminazioni razziali non è una cosa semplice e di sicuro ancora non è stata trovata una soluzione definitiva e univoca al problema. Tuttavia rimangono delle differenze evidenti sul modo in cui i vari campionati europei si pongono di fronte a questa situazione. Il gesto del Rayo Majadahonda di abbandonare il campo dopo l’espulsione del proprio portiere è stato forte e ha pochi eguali in giro per il mondo, soprattutto perché pone la stessa lega e la federazione davanti alle proprie contraddizioni. Il fatto che sia avvenuto nelle serie minori, generalmente più marginali a livello di attenzione mediatica, e per questo più problematiche a livello di discriminazioni, rende questo fatto ancora più significativo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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