Bussano alla portaIl color quasi turchese e la spavalderia del vivere

La ventiquattresima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «La vita somiglia a un solo libro, il libro interrotto, del quale (chissà quale) non saprai come va a finire perché finirai prima tu, lasciando un segnalibro tra le pagine»

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Nella puntata precedente ho dimenticato una radice e ho lavorato poco alla preparazione di un colore. Lo zeppo dolce, questa è la radice. Va aggiunta alla mercanzia nella mia cassetta di ristori al cinema (hai presente lo zeppo dolce? Lo mastichi, addolcisce la saliva e diventa stoppa). Il colore lo direi turchese ma non basta. È il colore del davanzale della finestra in casa di mia zia (quello sul quale sedevo come Edna O’Brien; anche lei affacciava su quella segheria che è il mondo esterno?). Ho la sua tinta in mente, il pensiero è un ottimo imbianchino e va a memoria. Ma nel passaggio dalla mente alle parole ogni volta devo stare lì a mettere etichette sui flaconi, sui tubetti, su barattoli di vernice, ogni volta devo affacciarmi nella bottega del colorista (scrivere è una cosa antica, le botteghe riaprono apposta per chi scrive), devo mettere queste etichette cromatiche perché chi legge le legga.

Come ho scritto? Quale colore ho usato nella puntata precedente? Un blu sottomarino, sottomarino l’aggettivo, il colore del mare in alto mare a una trentina di metri dalla superficie e da lì in giù, guardando nello sprofondo, in piedi sulla coperta del gozzo in una bella giornata d’estate a un paio d’ore dal tramonto, ecco, quel colore che è turchese ma quasi, perché i toni del turchese li attraversi con lo scandaglio dello sguardo, quei grigi verdeggianti, quei verdi azzurro bluastri, quei globi d’argento che oscillano come incensieri, quel color peltro che ancheggia come una corrente di vasellame che cola a picco, colori che precedono il colore che dico io, che ha qualcosa del lapislazzuli, e l’acqua sembra trovare in quel colore la densità della pietra, anche la consistenza, e così placa i turbamenti e le turbolenze di superficie (la natura nel suo profondo inconscio trova pace).

È detto oltremare, ma oltremare non rende, è così astratto, piacevole, certo, ma piacevole perché lirico, quindi affettato, lezioso, stucchevole, ma il mare non è così se non nelle rappresentazioni a secco, lontane dal mare, nello sputtanamento poetico del mare (chi scrive batte sulle lettere, le parole battono sul lungorigo). Io stavo in piedi sulla coperta in teak, a gambe larghe su beccheggio e rollio (sì, sono quello che nel romanzo dice sempre io io io. E chi sennò? Io, il mare. E quel turchese verso il fondo è color mio, polvere delle mie parole pestate e sciolte in acqua) e più ce n’erano, di beccheggi e rollii e spruzzi e ondate, meglio era.

Tutto si muove con tutto, è la spavalderia del vivere. Guardavo quel colore e pensavo che un domani lo avrei scritto ossia avrei perso, forse, la spavalderia. Ma sì, per scrivere c’è sempre tempo, c’è sempre tempo per diventare una seppiolina, un mollusco intorno all’osso per i canarini (leggi alla voce seppiolina sul vocabolario: corpo ovale e depresso, colore variabile dal muco al muffito, secernente inchiostro, persona che scrive).

Ma perché scrivere parole? Andarle a cercare. Ti dovresti chiedere perché le cerchi. Non cercare nemmeno di rispondere, lascia perdere. Come diceva non mi ricordo chi? Diceva «Se le parole non ti vengono, cambia romanzo, e se continuano a non venire scrivi una lettera d’addio, e se non trovi le parole per dire addio scrivi solo Addio. Alla letteratura una parola basta, ti comprende. O credi che dovresti comprenderla tu?».

«Sto perdendo tempo perché ho tempo da perdere, intanto che matura il grano dei diritti d’autore», chi lo disse? Lo scrittore scrittore, lo scrittore spiccio, che più che perdere tempo a perfezionare il suo messaggio all’umanità preferisce perdere tempo e basta, perderlo nella proficua attesa della clientela, due tipi di clientela: quella che commissiona l’opera e quella che l’opera se la sciroppa. Ma l’umanità è una sola, e allora le due clientele coincidono, e allo scrittore scrittore non resta che fare l’investigatore sulle tracce dei profitti maturati”, con queste parole inizia, se non il romanzo, la giornata dello scrittore che sa i fatti suoi, i suoi fatti privati di investigatore, che aspetta la clientela e, guardando niente davanti a sé, vede quella clessidra che è l’attesa, vanitosamente ampia di busto e di fianchi e ancora più vanitosamente stretta in vita, e in essa il tempo sabbioso scorre e si accumula in posa di diritti d’autore.

Lo scrittore privato, come un qualsiasi investigatore, sa che i libri più letti sono quelli che hanno un finale certo, perché anche la vita ha un finale certo, ma la vita somiglia a un solo libro, il libro interrotto, del quale (chissà quale) non saprai come va a finire perché finirai prima tu, lasciando un segnalibro tra le pagine. Chi arriva a leggere il finale è ancora in vita, è questo il senso della letteratura, che è sempre percorsa da un elettrico senso del rischio: che la propria fine arrivi prima della fine del libro in lettura (chissà quale). È la manierata affettazione della letteratura: che la vita consista nello spostare segnalibri in avanti.

Bussano alla porta (perché al plurale?). Lo scrittore privato spinge il tasto di avvio. Si apre la pagina, entra lei, che sembra assolvere dalle trasparenze della clessidra. Sta cercando una persona, vorrebbe che lo scrittore la trovasse. Sta cercando me. L’anticipo è convincente (nel senso dell’attacco e dei proventi). «Lei è uno scrittore, no?» dice, offrendomi la possibilità di approfittare di quel no. «Come scrittore non scrivo una riga», ne approfitto subito, «però potrei essere la persona che lei cerca.»

L’universo si espande, è noto, ma nella scrittura si riduce ai personaggi e ai mezzi di bordo in quel momento, e in quel momento l’universo è ridotto a quel che è scritto, e quel momento è tutto il tempo. Lei guarda in giro, non cerca più me ma un regista, uno sceneggiatore qualsiasi, un addetto ai dialoghi, ai lavori in generale, alle pulizie del copione, un responsabile, un produttore, uno straccio umano (tutti anche al femminile), cerca aiuto, non sa che dire e lo dice: «Ma se non mi ha nemmeno descritta…», si rende conto che a questo avrei già risposto «… ah, sì certo, lei come scrittore non scrive…». Già non avremmo niente altro da dirci. Ma il romanzo deve continuare.

(24 Continua)

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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