Rivoluzione liberaleIl vero impatto della Reaganomics sull’economia degli Stati Uniti

Quando Ronald Reagan arrivò alla Casa Bianca, l’inflazione era a due cifre. In otto anni di mandato diminuì le tasse dal settanta al ventotto per cento e tra il 1981 e il 1989 furono creati diciassette milioni di nuovi posti di lavoro

LaPresse

Negli anni Settanta, gli Stati Uniti erano afflitti da una serie sempre crescente di problemi, la maggior parte dei quali erano il risultato di un eccessivo intervento del governo nell’economia e della proliferazione dei programmi di welfare, a dispetto dell’immagine popolare europea degli Stati Uniti come esempio da manuale di un’economia di libero mercato non gravata da programmi e istituzioni di welfare. Depurata dall’inflazione e dalla crescita demografica, la spesa federale pro-capite per i programmi di welfare quasi raddoppiò dal 1970 al 1980, passando da 1.293 a 2.555 dollari.

La situazione economica di molti cittadini statunitensi si era deteriorata prima dell’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca. In termini reali, i redditi delle famiglie bianche americane diminuirono del 2,2 per cento tra il 1973 e il 1981, mentre gli afroamericani videro il loro reddito ridursi del 4,4 per cento. La situazione peggiore fu quella del venticinque per cento più povero della popolazione complessiva, il cui reddito scese del cinque per cento. All’altro estremo dello spettro di reddito, i redditi più alti venivano schiacciati da aliquote fiscali fino al settanta per cento.

Al momento dell’insediamento di Reagan, la disoccupazione era salita al 7,6 per cento, mentre l’inflazione aveva superato il dieci per cento per tre anni consecutivi, salendo al 13,5 per cento nel 1980 (il livello più alto dal 1947).

In altre parole, Reagan entrò in carica quando le prospettive economiche erano fosche. Cresciuto in una famiglia di modeste condizioni, iniziò la sua carriera come annunciatore radiofonico prima di passare al cinema con ruoli da attore in oltre cinquanta film di Hollywood. Tra il 1967 e il 1975 ricoprì due mandati come governatore della California, dove riuscì a tenere il bilancio in pareggio e a ottenere una significativa ripresa economica.

Alle elezioni presidenziali, Reagan vinse in quarantaquattro Stati, con un’ampia maggioranza del voto elettorale (quattrocentottantanove a quarantanove) e il 50,7 per cento del voto popolare nella sua schiacciante vittoria sul presidente in carica, Jimmy Carter, il 4 novembre 1980. Il suo discorso inaugurale trasmetteva un messaggio semplice: «In questa crisi attuale, il governo non è la soluzione al nostro problema, il governo è il problema»- Alcuni anni dopo, avrebbe detto notoriamente: «Le parole più terrificanti della lingua inglese sono le seguenti: “Sono del governo e sono qui per aiutarti”».

Il programma politico di Reagan era semplice: limitare l’influenza dello Stato nella sfera economica e aumentare il ruolo del libero mercato. Per ripristinare una versione più solida del capitalismo, ridusse la burocrazia, abolì le restrizioni inutili e diminuì le tasse dal settanta per cento al ventotto per cento! Negli anni di Reagan, gli Stati Uniti passarono dal sistema fiscale più progressivo a quello meno progressivo.

Alla fine del secondo mandato di Reagan, l’economia statunitense era cresciuta di quasi un terzo rispetto al momento del suo insediamento. Tra il 1981 e il 1989 furono creati diciassette milioni di nuovi posti di lavoro. Quando Reagan arrivò alla Casa Bianca, l’inflazione era a due cifre. Alla fine del suo secondo mandato, si attestava solo al 4,1 per cento, grazie soprattutto alla prudente politica monetaria di Paul Volcker, presidente della Federal Reserve dal 1979 al 1987. Pur sapendo che avrebbe causato una temporanea recessione, Reagan sostenne esplicitamente la strategia di Volcker. Contrariamente alle previsioni funeste di molti suoi critici, i suoi drastici tagli alle tasse non portarono a un ulteriore aumento dell’inflazione.

I critici di Reagan amano indicare una statistica in particolare per dimostrare cosa non andava nella sua politica economica: il debito nazionale raddoppiò da 1.004 a 2.026 miliardi di dollari durante la sua presidenza. Il crescente accumulo di debito fu causato dalle ingenti spese militari di Reagan, che videro il bilancio della difesa quasi raddoppiare da centocinquantotto miliardi di dollari nel 1981 a trecentoquattro miliardi di dollari nel 1989. L’aumento cumulativo della spesa per la difesa superò persino l’aumento cumulativo del deficit di bilancio. Se non fosse stato per questo massiccio aumento della spesa militare, Reagan sarebbe riuscito a ridurre le tasse e il debito, creando al contempo posti di lavoro e mettendo sotto controllo l’inflazione.

Tuttavia, la seconda questione chiave che l’amministrazione Reagan si trovò ad affrontare – la Guerra Fredda, che il presidente propose di terminare con una massiccia escalation della corsa agli armamenti – rese questo obiettivo impossibile da raggiungere. Questo fu il prezzo per la vittoria dell’Occidente nella Guerra Fredda e per il crollo dell’Unione Sovietica.

Il sogno americano della mobilità sociale era vivo e vegeto negli anni Ottanta: l’ottantasei per cento delle famiglie che si trovavano nel quintile di reddito più povero nel 1981 riuscirono a salire nella scala economica fino a un quintile superiore entro il 1990. Tra il 1981 e il 1988, le famiglie afroamericane registrarono una crescita ancora maggiore della retribuzione reale rispetto ai loro coetanei bianchi. Questo smentisce la leggenda degli anticapitalisti, secondo cui solo i bianchi ricchi avrebbero beneficiato dei tagli alle tasse di Reagan.

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