Testimone di un secoloLa profezia di Intini su Israele e il rifiuto corale della Shoah

Lo stretto collaboratore di Bettino Craxi, che sarà ricordato il 16 aprile alla Camera, aveva previsto una narrazione aberrante e antisemita che sta prendendo sempre più piede: accusare gli ebrei di essere i nazisti del XXI secolo

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Il 16 aprile alla Camera, con l’intervento del gotha del socialismo che fu e di qualche autorevole esponente del Partito democratico (tra cui Andrea Orlando), sarà ricordato Ugo Intini, lo stretto collaboratore di Bettino Craxi, già direttore dell’Avanti!, parlamentare, saggista. Ugo forse sarebbe il primo a stupirsi delle lodi che sta ricevendo da defunto, mentre in vita gli toccò di condividere le critiche rivolte al leader socialista. Si vede, però che, anche per Intini, il tempo è galantuomo. 

Proprio perché l’ho conosciuto, vorrei partecipare al suo ricordo evocando le sue opinioni su temi ora divenuti di grande attualità. Intini avrebbe molte considerazioni da svolgere in questi frangenti in cui la guerra è tornata non solo in Europa ma sull’altra sponda del Mediterraneo coinvolgendo – in condizioni di grande difficoltà – lo Stato di Israele, con il quale i socialisti avevano storicamente un rapporto speciale, a partire dalle relazioni tra socialismo e sionismo e dall’epopea comunitaria dei kibbutz. 

Sono andato a rileggere per l’occasione un brano che a suo tempo mi aveva colpito nel saggio “Testimoni di un secolo’’ (l’edizione è del 2022), dedicato, tra gli altri, al profilo di Shimon Peres, uno dei più prestigiosi leader di quello Stato, con il quale Intini aveva avuto diverse occasioni di incontro e di consolidamento di un’amicizia antica. 

Intini – qui sta l’attualità di quel brano – racconta di aver posto a Peres una domanda politicamente scorretta: «Poiché gli anni e le generazioni passano, sei sicuro che il senso di colpa per la Shoah possa consentire in eterno agli israeliani di fare ciò che agli altri non è consentito?». Quella frase mi colpì, ma mi trovai subito in disaccordo perché non credevo che Israele avesse (o abbia) qualche cosa di cui rimproverarsi da dover giustificare con la storia tragica della diaspora dell’ebraismo nel corso dei secoli. 

La Shoah, a mio avviso, è una specie di industrializzazione (solo i tedeschi avrebbero potuto mettere in campo tanta disciplinata efficienza) di una persecuzione praticamente ininterrotta di quel popolo in tutte le fasi della storia antica e moderna. L’Olocausto è stato possibile proprio in conseguenza di un’ostilità millenaria e pregiudiziale nei confronti degli ebrei, fino al punto di considerare quasi normali’ gli atti di violenza e i soprusi nei loro confronti. Altrimenti non sarebbero stati possibili i ghetti, i pogrom, le conversione forzate, le discriminazioni e quant’altro. 

Intini però era stato profetico, perché dal 7 ottobre in poi noi stiamo vivendo non solo un rifiuto corale della Shoah, ma assistiamo a una narrazione inaccettabile e diffusa in maniera crescente: quella che ha portato molti giovani ad attribuire a Israele (e agli ebrei in quanto tali) il ruolo e la malvagità dei loro aguzzini. Accusare gli ebrei di essere i nazisti del XXI secolo e di praticare il genocidio sono nefandezze che gridano vendetta al cospetto del Dio di ogni religione. Ma è ciò che avviene sotto i nostri occhi. 

Nelle pagine dedicate a Peres, Ugo – da profondo conoscitore di quella realtà che aveva frequentato in tanti ruoli per decenni – diventa un testimone obbiettivo delle trasformazioni profonde della nazione ebraica. Mette innanzi tutto in evidenza una circostanza che salta agli occhi di chiunque abbia visitato Israele: gli ebrei non sono una etnia a parte, non hanno caratteristiche somatiche comuni come il naso adunco e la testa a pera. Sono come gli altri abitanti dei paesi da cui provengono. Non si può neppure accomunarli – come gli arabi – nell’ambito di un credo religioso. Ci sono sicuramente – e sono in crescita – gli ebrei ortodossi, ma Israele nasce come uno stato laico, grazie a una classe dirigente sionista/laburista come Ben Gurion, Golda Meir, Hytzak Rabin, Mhosè Dayan.

Nel tempo – osserva Ugo – molte cose sono cambiate nella composizione di quella popolazione: i Sabra, gli israeliani nati in Palestina, e i sefarditi (provenienti dai paesi arabi) hanno superato gli immigrati dall’Europa orientale nel secondo dopoguerra: gli askenaziti. Poi si sono aggiunti gli ebrei provenienti dall’Urss. La rivoluzione – scrive Intini – che ha cambiato la politica israeliana è stata soprattutto quella demografica sia, dall’esterno, attraverso l’immigrazione, sia all’interno, in conseguenza della prolificità delle coppie ortodosse la cui componente ha condizionato e condiziona parecchio la politica del governo come dimostra l’attuale maggioranza alla Knesset. 

Nel saggio Intini ricorda la commozione con cui furono accolti ad Oslo, nel 1994, gli accordi di pace mentre era in corso il Congresso dell’Internazionale socialista. Ugo poi scrive di Pietro Nenni e di come il grande leader socialista conobbe e prese a stimare Golda Meir. Era il 1937; Nenni, reduce dalla guerra civile in Spagna, parlò dalla tribuna di un congresso socialista sostenendo che la vicenda spagnola era l’anticipo di un’altra guerra mondiale. La sola a condividere la sua tesi fu proprio Golda Meir delegata del partito socialista/sionista. 

Val la pena di chiudere – come una sorta di auspicio – ricordando una domanda di Shimon Peres rivolta al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e ai presenti quando, nel 2000, assistevano, in compagnia di Arafat, allo stadio Olimpico, alla partita della pace tra israeliani e palestinesi, «Sa, presidente, quale è la differenza tra il calcio e la guerra?». Sia Ciampi che Intini non seppero cosa rispondere. Così Peres continuò: «Nel calcio si vince senza uccidere, nella guerra si uccide senza vincere». In fondo questo è il destino di Israele. Anche stavolta sono gli alleati più fedeli a impedirgli di vincere definitivamente la partita della vita.

Sono significative le riflessioni conclusive di Ugo. Oggi – scrive – sulla montagna di Masada si arriva con la funivia. Lassù i giudei resistettero a lungo contro l’esercito di Tito, l’imperatore romano, che volle chiudere i conti con quella popolazione irriducibilmente ribelle, fino ad abbattere le torri di Sion e provocare quella diaspora che sembra essere una condanna biblica per gli ebrei. Per non doversi arrendere – racconta la leggenda – quei valorosi si diedero tra loro la morte. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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