L’inchiestaLe accuse di torture e pestaggi nel carcere minorile Beccaria di Milano

Tredici agenti della Polizia penitenziaria sono stati arrestati e otto sospesi per le violenze contro i detenuti minorenni. Venticinque gli indagati. La gip Stefania Donadeo parla di «un sistema consolidato di violenze reiterate, vessazioni, punizioni corporali, umiliazioni, pestaggi di gruppo realizzati dai poliziotti»

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Pestaggi, minacce e torture. Con relazioni di servizio falsificate per «aggiustare le cose», per dare spiegazioni alla violenza evidente sul volto e sul corpo dei giovanissimi detenuti del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. Tredici agenti della Polizia penitenziaria sono stati arrestati e otto sospesi per le violenze contro i detenuti, tra cui l’ex comandate Francesco Ferone, che avrebbe «agevolato, contribuito, favorito e coperto le condotte violente integranti i ripetuti maltrattamenti anche attraverso false relazioni di servizio». Le accuse vanno dai maltrattamenti alle lesioni, fino alla tortura e anche una tentata violenza sessuale. Venticinque i poliziotti indagati, in pratica la metà dell’organico.

«Questa è una conferenza stampa che non avremmo voluto tenere, una vicenda dolorosa, una brutta pagina per le istituzioni», ha detto il procuratore di Milano Marcello Viola. «Ma va assicurato il controllo di legalità, il rispetto della legge. Le indagini sono state svolte insieme, di questo va dato atto alla polizia penitenziaria. È interesse dello Stato in tutte le sue articolazioni quello di far luce su questi fatti, che creano sconforto, perché commessi in un ambito, quello penitenziario, che vive un momento di difficoltà. Il carcere è di per sé luogo di sofferenza, va fatto di tutto perché questa condizione non venga aggravata soprattutto quando si tratta di minori. Che andrebbero rieducati, aiutati, reinseriti nella società. Bisogna interrogarsi sul perché questo è successo. Bisogna lavorare sulla formazione».

La gip Stefania Donadeo parla di «un sistema consolidato di violenze reiterate, vessazioni, punizioni corporali, umiliazioni, pestaggi di gruppo realizzati dai poliziotti a danno dei detenuti minorenni»: questo era, fino a poche settimane fa, il carcere minorile Beccaria di Milano, come svelato dall’inchiesta della procura con le pm Rosaria Stagnaro, Cecilia Vassena e l’aggiunta Letizia Mannella. «Un clima infernale», «di paura» in cui sarebbero state «annientate anche le reazioni» per il terrore di «ulteriori ritorsioni».

L’indagine è nata un anno fa dalla segnalazione del Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto, che ha raccolto le informazioni dell’ex consigliere comunale David Gentili, che a sua volta aveva ricevuto le segnalazioni di una psicologa e della madre di un ex detenuto preoccupate per quel che accadeva all’interno della struttura.

Spesso le violenze avvenivano nell’ufficio del “capoposto” o nelle celle d’isolamento. Spazi senza telecamere, anche se alcuni pestaggi sono stati ripresi. I detenuti avrebbero avuto paura di denunciare per le ritorsioni, ma poi hanno parlato. Dodici le vittime al momento accertate.

Don Gino Rigoldi, 84 anni, che è stato cappellano del carcere Beccaria per cinquant’anni, dice a Repubblica: «Mi sento in colpa, forse devo fare mea culpa per essere stato meno attento del dovuto, per non essere stato in grado di farmi dire quel che davvero succedeva in quelle celle, di notte, quando il carcere era buio e vuoto. Solo loro, i ragazzi e gli agenti». Poi aggiunge: «Certi giorni li vedevo insofferenti e sofferenti. Ma non sapevo che li menassero in quella maniera lì. Non me lo dicevano, i ragazzi. Il loro racconto era sempre molto superficiale. A volte mi hanno parlato di uno schiaffo. Si può capire che, in mezzo a tanti problemi, possa succedere un incidente, una volta. Ma qui si parla di fatti gravi, e sicuro i responsabili minacciavano i ragazzi per paura che parlassero».

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