Il caso TotiTutto si può dire della giustizia meno che sia «a orologeria»

Visto che gli scandali si susseguono a un ritmo pressoché quotidiano da alcuni decenni è ridicolo sostenere che le indagini siano pianificate per uscire in un determinato momento politico, spiega Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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Di tutte le reazioni pavloviane sollevate dall’inchiesta che ieri ha portato all’arresto del presidente della Liguria almeno una è chiaramente infondata. La giustizia italiana ha molti difetti, ma di sicuro non è «a orologeria». Non potrebbe esserlo nemmeno se volesse, come dimostra il fatto che siano passati cinque mesi tra la richiesta di custodia cautelare formulata dal pm e la sua autorizzazione da parte del gip. Non lo è ed è ridicolo sostenere che lo sia all’indomani di ogni nuova indagine, dal momento in cui gli scandali si susseguono a un ritmo pressoché quotidiano da alcuni decenni.

Le inchieste aperte soltanto negli ultimi mesi coinvolgono, oltre alla Liguria, i vertici di Puglia, Piemonte e Sicilia, senza distinzioni di colore politico. Ma risalendo indietro nel tempo, sarebbe difficile trovare due mesi in cui le pagine dei giornali non siano state occupate da casi giudiziari relativi ad amministratori comunali o regionali, ministri o deputati, e dal conseguente dibattito tra garantisti e giustizialisti, tra chi rilancia la «questione morale» e chi parla di «giustizia a orologeria», fingendo di non vedere che l’orologio è fermo da trent’anni, la sveglia suona sempre alla stessa ora ed è sempre il giorno della marmotta.

Ancora una volta, in molti sottolineano come, al di là dei rilievi penali, dalle intercettazioni e dagli altri elementi raccolti dall’accusa emerga un quadro gravissimo e inquietante. Eppure si tratta di quelle stesse amministrazioni locali che in ogni altro giorno della settimana vengono portate a esempio di buon governo e rapporto diretto con i cittadini, come confermerebbero le percentuali altissime di consenso con cui i sindaci e presidenti di Regione vengono puntualmente riconfermati. Tanto da fare di Comuni e Regioni, con i loro sistemi elettorali maggioritari e para-presidenzialisti, il modello di riforme istituzionali da realizzare anche a livello nazionale.

Questa schizofrenia del dibattito pubblico, che descrive le stesse realtà ora come l’abisso del degrado, del clientelismo, della compravendita e del controllo dei voti, ora come il più luminoso esempio di trasparenza, rinnovamento della politica ed efficacia della buona amministrazione, ha molto a che fare con le ragioni della trentennale sclerosi di un intero sistema, che quanto più continua a parlare di riforme e questione morale, tanto più si dimostra incapace di riformarsi.

Fino a quando non si vorrà vedere che tutto questo è anche la conseguenza di un bipolarismo paralizzante e di una concezione populistico-plebiscitaria della politica, locale e nazionale, e delle stesse riforme istituzionali, temo che non ne usciremo mai.

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