Som una naciò La Catalogna va al voto dopo la campagna elettorale meno indipendentista degli ultimi anni

Secondo i sondaggi, i socialisti sono in vantaggio, a dimostrazione che le istanze secessioniste della regione spagnola non sono più una priorità per molti elettori, che preferirebbero una politica pragmatica, in particolare sul tema dei finanziamenti regionali

AP/Lapresse

Sono tempi strani per gli abitanti di Argelès-sur-mer, un comune francese di circa diecimila abitanti, a poco più di due ore di macchina da Barcellona. È qui infatti che Carles Puigdemont, leader di Junts, che dal 2017 non torna in Spagna per evitare le conseguenze del suo tentativo fallito di dichiarare l’indipendenza unilaterale della Catalogna, ha scelto di fare i suoi comizi. A cadenza regolare, poche migliaia di fedelissimi attraversano la frontiera e occupano la polisportiva Jean Carrère, davanti agli sguardi confusi degli abitanti, abbastanza indifferenti di fronte agli striscioni che inneggiano «Puigdemont president» e alle bandiere gialle, rosse e azzurre con una grande stella bianca (le esteladas, il vessillo indipendentista).

I comizi dislocati di Puigdemont non sono l’unica stranezza della campagna elettorale che ha preceduto il voto in Catalogna di questa domenica. Per la prima volta in dodici anni, ovvero dall’inizio dell’insieme di fatti politici e sociali che hanno portato al referendum unilaterale del 2017 e alle sue conseguenze per gli organizzatori (il cosiddetto procès), l’indipendentismo non è stato il principale tema di discussione.

«L’epica indipendentista degli anni passati è passata a miglior vita a favore di una nuova narrazione politica, abbastanza trasversale a tutti i partiti, che si concentra sulla gestione: educazione, sanità, trasporti, siccità, energia, crisi abitativa. Un ritorno al pragmatismo», spiega Paola Lo Cascio, politologa e professoressa di Storia contemporanea presso l’Università di Barcellona.

Il principale partito a fare leva sul ritorno al pragmatismo è stato sicuramente quello socialista (Psc), che dal 2010 è stato sempre relegato all’opposizione all’interno della Generalitat (il governo regionale catalano). Un pragmatismo che per il candidato socialista Salvador Illa non riguarda solo la cosa pubblica, ma anche una nuova era di distensione del conflitto tra indipendentisti e non, in linea con gli sforzi degli ultimi anni del presidente Pedro Sanchez.

Una scelta che ha premiato il Psc alle elezioni amministrative dello scorso anno e che, secondo i sondaggi, potrebbe tornare a dare i suoi frutti: i socialisti sono infatti i favoriti, con il ventotto per cento dei voti, seguono Junts (centrodestra indipendentista) con il ventuno per cento ed Esquerra Republicana Catalana (Erc, sinistra indipendentista) con il sedici per cento.

Per quanto pragmatica (e incentrata soprattutto sulla gestione dei finanziamenti regionali), i toni della campagna di Junts sono rimasti i soliti: sul palco ad Argelès-sur-mer, Puigdemont ha assicurato che con lui alla Generalitat il partito «continuerà a fare quello che vuole, come abbiamo fatto negli scorsi sei anni».

«Questo è un elemento importante della retorica di Puigdemont: dipingere i suoi come gli unici capaci di farla franca, di sbaragliare la giustizia spagnola. Una strategia vincente nel 2019, ma che ora potrebbe aver perso smalto», commenta Lo Cascio.

E se l’epica non funziona più, la nostalgia forse sì, soprattutto per un elettorato over cinquanta, rurale e conservatore, per cui il procès resta un’esperienza di vita importante e queste elezioni l’ultima occasione per farlo tornare in vita.

Domenica, infatti, Puigdemont si gioca il tutto per tutto: in caso di vittoria ha promesso di tornare a Barcellona dopo sette anni in esilio (o da latitante, dipende dai punti di vista), sperando che nel frattempo la legge di amnistia sia stata finalmente approvata al parlamento spagnolo; in caso di sconfitta, rinuncerà alla politica regionale, dopo aver già rifiutato la ricandidatura al Parlamento europeo.

Chi esce sconfitto in partenza da queste elezioni è sicuramente Pere Aragonès, leader della sinistra indipendentista (Erc): il suo tentativo di mettere in difficoltà gli avversari chiamando elezioni anticipate non è riuscito bene. Anzi: la sua formazione paga il prezzo di tre anni di gestione dimenticabile, peggiorata dalla siccità e dalla situazione critica della sanità e dei concorsi pubblici.

«Alla mancanza di efficienza si somma poi un certo complesso di inferiorità verso l’altra grande forza indipendentista, Junts, che nel tempo li ha resi incoerenti e poco incisivi», aggiunge Lo Cascio.

Ciononostante, è probabile che sia proprio il partito di Aragonès a decidere il vero risultato di queste elezioni: quale coalizione di partiti, insomma, riuscirà a formare un governo. Le due ipotesi più probabili sono un blocco di sinistra, formato da socialisti e sinistra repubblicana, a cui potrebbe sommarsi facilmente Comuns (sinistra radicale) o uno blocco indipendentista, formato da Junts ed Erc, al quale potrebbero aggiungersi, al bisogno, o la Cup (estrema sinistra indipendentista) o l’estrema destra di Aliança Catalana.

«Il risultato di Aliança Catalana è una delle grandi incognite di queste elezioni, dato che è la prima volta che il partito, fondato da Silvia Orriols, sindaca di un piccolo comune della Catalogna interna, Ripoll, fa il salto dalla politica locale a quella regionale, portandosi dietro le sue posizioni xenofobe e, per la precisione, islamofobe, molto vicine all’estrema destra francese di Marine Le Pen», spiega Lo Cascio.

Esiste poi una terza opzione, la più delicata: un’alleanza tra i socialisti e Junts. Un accordo che già esiste a livello nazionale, ma che in Catalogna dovrebbe costringere uno dei due capogruppo a mettersi da parte e lasciare all’altro le redini della Generalitat. Né Puigdemont, né Illa al momento sembrano disposti a farlo: al contrario, fonti socialiste hanno già fatto sapere che «la presidenza della Generalitat catalana è la priorità, anche a costo di compromettere la stabilità del governo spagnolo».

Tutto sembra nelle mani della sinistra indipendentista, incluso un possibile ritorno alle urne, che tuttavia la penalizzerebbe ulteriormente in questa nuova era di pragmatismo politico. Ma è presto per dirlo, anche perché sia l’affluenza che il comportamento elettorale della popolazione catalana sono difficili da prevedere.

«Alle regionali in Catalogna non solo vota meno gente, ma le stesse persone votano in maniera diversa rispetto a quanto farebbero alle politiche. Non è raro, ad esempio, che alle elezioni nazionali qualcuno voti socialista e per la Generalitat scelga invece la sinistra indipendentista. Più in generale, la partecipazione sarà un dato fondamentale, e nello specifico se a votare andranno non solo gli indipendentisti, ma anche la fascia della popolazione che dieci anni di procès hanno reso più insofferente nei confronti della politica», conclude Lo Cascio.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club