Alternativa diversaIl mancato sfondamento dell’estrema destra in Germania

Alternative für Deutschland (AfD) non ha ottenuto i risultati sperati nelle recenti elezioni comunali e distrettuali. in Turingia In molte città importanti, l'AfD non è riuscita a qualificarsi per i ballottaggi, mentre la Cdu ha ottenuto vittorie significative.

LaPresse

Due notizie giunte negli scorsi giorni dalla Germania dovrebbero spingere a guardare più oggettivamente l’avanzata dell’estrema destra alle prossime elezioni europee, annunciata da mesi sui media. Prima di tutto, le elezioni in Turingia, un Land ex-Ddr da sempre sui generis. Basti pensare che da tempo il primo partito è la Linke, la sinistra radicale tedesca che in Turingia è guidata da Bodo Ramelow, che governa con una coalizione che vede anche la partecipazione di Verdi e socialdemocratici. L’estrema destra di Alternative für Deutschland, in crescita a livello nazionale e con forti consensi nell’est, è risultata il secondo partito cinque anni fa, non riuscendo a scalfire gli equilibri di governo; a settembre, però, si vota di nuovo e in molti temono che AfD possa diventare primo partito (ma la coalizione Linke-Spd-Verdi potrebbe avere comunque i seggi per governare).

Domenica, in Turingia si votava in molti comuni e distretti: una sorta di prova generale delle elezioni di settembre, che però non è andata benissimo per AfD, che nel migliore dei casi ha preso il trentatré per cento nel distretto di Altenburger, dove però al ballotaggio il candidato Cdu potrebbe ricevere un supporto trasversale. Su tredici distretti che andranno al ballottaggio a giugno, AfD avrà nove candidati, ma nessuno di questi è visto come favorito. Nelle città più rilevanti, come Jena e Weimar, ai ballottaggi non ci sarà AfD, mentre nella capitale Erfurt la notizia è che la Cdu vince contro la Spd, che governava da diciotto anni.

In attesa delle elezioni per il Land di settembre, dunque, il risultato di queste elezioni sembra essere il mancato sfondamento dell’estrema destra, contrariamente a timori e previsioni. Un dato, per giunta, in linea con la notizia arrivata ieri da Meseberg, dove si è tenuto l’incontro tra Macron e Scholz nel corso del quale, tra i vari temi, i due capi di governo hanno discusso anche delle recenti aperture di Ursula von der Leyen all’ingresso del gruppo di destra Ecr nella prossima maggioranza europee.

L’allargamento ai sovranisti e a Giorgia Meloni è un’ipotesi inaccettabile per entrambi; soprattutto per Scholz, che la considera una linea da non oltrepassare, nonostante avrebbe interesse a vedere una tedesca (di nuovo) alla guida della Commissione Europea. Nils Schmid, responsabile esteri della Spd, ha spiegato che «un conto sono i rapporti che il Cancelliere Scholz ha con la presidente Meloni nel Consiglio Europeo», come capi di governo, «un conto sono le logiche di partito e le combinazioni che definiranno la direzione dell’Europa nella prossima legislatura». Una sorta di «cordone sanitario» intergovernativo, simile a quello che al Parlamento Europeo vede i gruppi parlamentari ostracizzare l’estrema destra per evitare che ottenga ruoli rilevanti e dossier specifici. 

La crescita della destra alle prossime elezioni, dunque, è solo una parte della storia. L’effettiva capacità di incidere sulla formazione della maggioranza che darà vita alla prossima Commissione Europea è tutta da vedere, come dimostrano le notizie di questi giorni, tedesche e non solo. Anche per questo, a destra sono in corso una serie di movimenti: il Rassemblement National di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini hanno sembrano intenzionati a continuare anche nella prossima legislatura l’esperienza di Identità e Democrazia (il gruppo di estrema destra in cui sedevano proprio con AfD), Fratelli d’Italia è tentata dalla voglia di trovare formule di cooperazione tra Ecr e i popolari europei.

Si tratta di riposizionamenti dettati dalla necessità di non finire isolati dopo il voto, sprecando la crescita elettorale della destra. Ma il successo di questa operazione questo dipenderà anche, e soprattutto, dalla capacità dei governi e partiti europei di collaborare tra di loro per stabilire argini all’estrema destra: un aspetto su cui von der Leyen appare sempre più ondivaga, ma che potrebbe essere definito più nettamente da altre forze politiche, durante la fase di negoziazione post-elettorale. La partita è in corso, insomma, e non è detto che sia Ecr a tener palla.

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