Versioni incompatibiliChe cosa non torna nel caso Salis (e cosa, purtroppo, torna)

Dopo avere consigliato di fare il contrario, il governo rivendica il merito del risultato (la concessione degli arresti domiciliari), scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

La concessione degli arresti domiciliari a Ilaria Salis, ottenuta in appello a pochi giorni dalla formalizzazione della sua candidatura con Alleanza Verdi Sinistra, colpisce per il tempismo e anche per il merito, perché rovescia diametralmente il parere espresso in prima istanza dalla magistratura ungherese il 28 marzo. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, seguito da tutti i giornalisti e commentatori di area, non ha esitato a rivendicare il merito della svolta, almeno in parte, al suo governo. Il padre di Ilaria, Roberto Salis, dice invece a Repubblica di avere su questa storia non dei «sassolini» nelle scarpe, ma tanta «ghiaia» da fargli sanguinare i piedi, e di non aver visto «alcuna volontà concreta né da parte di Tajani né da parte di Nordio». 

In linea di principio, naturalmente, non possiamo sapere chi abbia ragione e chi menta spudoratamente. Possiamo solo registrare che le due versioni sono reciprocamente incompatibili, ricostruire lo svolgersi dei fatti e cercare di seguire la logica, o almeno segnalare le contraddizioni più evidenti.

La prima è che il governo ha sostenuto per mesi che la politicizzazione del caso avrebbe danneggiato Salis, riuscendo persino, per un momento, a convincere il padre a chiedere ai giornali di interrompere la campagna, confidando nel silenzioso lavoro diplomatico dell’esecutivo. Ma dopo aver visto rigettare la richiesta dei domiciliari ed essersene sentito pure dare la colpa dal ministro della Giustizia (italiano, non ungherese) per avere «perso un anno», Roberto Salis ha comprensibilmente ripreso ad alzare la voce, rilanciando la campagna politica e di stampa che l’esecutivo, ovviamente per il bene di Ilaria, gli aveva consigliato di abbandonare. 

Con la candidatura della figlia alle europee, obiettivamente, la politicizzazione della vicenda non poteva raggiungere un grado più alto, eppure il risultato ottenuto non pare disprezzabile. Naturalmente, anche se speriamo tutti di no, può darsi che il seguito della vicenda riservi ancora amare sorprese, ma comunque vada a finire non si spiega perché il governo, dopo avere suggerito di fare l’esatto contrario di quel che si è fatto, pretenda ora di prendersi il merito del risultato. 

Senza contare le ulteriori contraddizioni (numeratele voi nell’ordine di importanza che preferite) di una maggioranza che finora aveva respinto le accuse di inerzia e complicità venute dall’opposizione sostenendo che non si poteva da un lato accusare Viktor Orbán di violazione dello Stato di diritto, per il controllo esercitato sulla magistratura, e dall’altro chiedergli di influire sulle sue decisioni. Argomento già capzioso e contraddittorio in sé (è proprio perché sappiamo che la controlla, che a maggior ragione possiamo chiedergli conto delle sue scelte), che in ogni caso il governo italiano si è di fatto rimangiato nel momento stesso in cui ha rivendicato il merito della nuova decisione. Insomma, molte cose non tornano nella versione del governo sul caso Salis. O forse ne tornano troppe. L’importante, comunque, è che adesso torni lei.

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