Cimeli di famigliaLa condanna di Fini, la casa di Montecarlo e l’eredità della Prima Repubblica

La triste vicenda dell’ex leader di An smentisce l’idea che i leader del passato sarebbero sempre più seri, più colti, più moderni di quelli attuali, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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La condanna di Gianfranco Fini, della sua compagna Elisabetta Tulliani e del fratello di lei, Giancarlo, per la vicenda della famosa casa di Montecarlo, anche per via dei tempi non rapidissimi della giustizia, ci riporta improvvisamente a un’altra epoca della politica italiana. E ci ricorda non solo di quali miserie, ma anche di quale violenza e di quali colpi bassi sia stata capace, specialmente nella lotta per la leadership all’interno di uno stesso schieramento, e persino di uno stesso partito. A riprova di quanto sia infondato il luogo comune secondo cui il tarlo della divisione colpirebbe soltanto la sinistra, mentre la destra al dunque sarebbe sempre capace di unirsi.

La triste vicenda smentisce però anche un altro luogo comune, secondo cui i leader e i gruppi dirigenti del passato sarebbero sempre più seri, più colti, più moderni di quelli attuali. Ma si tratta in realtà di un giudizio antistorico, al tempo stesso vero e falso.

È vero, per la banale ragione che la politica italiana, sul piano della cultura e anche del costume, da ormai diversi decenni subisce un processo di costante degenerazione, come testimonia persino il fatto che delle due librerie prosperate per anni accanto ai palazzi del potere, l’una davanti a Montecitorio, l’altra a pochi passi da Palazzo Chigi, non ne è rimasta in piedi nemmeno una, sostituite da tutt’altro genere di attività commerciali.

Ma è anche falso, questo discorso, perché di tale deriva i dirigenti della Seconda Repubblica (cosiddetta, bisognerebbe sempre aggiungere) sono stati attori decisivi, e ne portano dunque la responsabilità. E se oggi il confronto con i loro degni successori induce qualche nostalgia persino nei nemici più acerrimi, come nel caso dei numerosi tentativi di rivalutazione riguardanti Silvio Berlusconi, la realtà finisce sempre per rimettere le cose a posto, specie quando la cronaca riporta alla memoria le concrete vicende di cui quei dirigenti furono protagonisti, come nel caso della virulenta campagna contro Fini e dei mezzi che furono impiegati per combatterla (vedi in proposito la recente intervista a Repubblica di Valter Lavitola).

Al di là dell’esito giudiziario di una vicenda in sé modestissima (in ogni caso siamo ancora alla sentenza di primo grado), la triste storia della casa di Montecarlo, riguardando tecnicamente l’eredità di un partito finita nelle mani dei famigliari del capo, conserva un forte valore simbolico. E ben rappresenta una generazione di leader capaci di dilapidare ben altro patrimonio politico e culturale, da loro indegnamente ereditato dalla gloriosa Repubblica dei partiti, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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