Una nuova partitaIl delicato scacchiere geopolitico dei minerali critici e delle terre rare

La transizione energetica impone strategie e scelte mirate da compiere senza ingenuità e senza perdere tempo prezioso

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 60 di We – World Energy, il magazine di Eni

Per stimolare un cambiamento occorre una narrazione convincente che lo accompagni. Più è profondo il cambiamento auspicato e più radicale deve essere la narrativa. Nel vocabolario della politica è la distinzione fra riforme e rivoluzione. Mentre la transizione digitale irrompe nelle vite degli abitanti del mondo con la forza di una rivoluzione che non ha alcun bisogno di spinte supplementari, quella ecologica/energetica è percepita in modi molto diversi a seconda delle geografie e uno dei punti di maggior discussione è proprio la sua natura di riforma o rivoluzione, la gradualità o radicalità dei cambiamenti richiesti, l’urgenza dei tempi.

Produrre quanta più energia rinnovabile elettrificando al contempo gli usi finali dell’energia è stata la ricetta semplice, la narrativa più immediata per convincersi e convincere che la liberazione dalle fonti fossili era possibile e nemmeno poi così complicata. E che – raggiunta questa libertà – acqua, sole e vento, abbondanti in natura e “democratiche” per distribuzione, avrebbero regalato una geopolitica dell’energia libera dai vincoli, dai ricatti, dalle pressioni, dalle dipendenze che avevano segnato l’ultimo secolo. Mai più guerre per il petrolio o per il gas, insomma

Non solo avere risorse, ma poterle sfruttare
La geologia è capricciosa. Questo vale per il petrolio e il gas ma anche per qualsiasi altro minerale necessario allo sviluppo. Averlo o non averlo non dipende da una scelta ma da un destino. Il XX secolo ha definito una mappa di Paesi produttori ed esportatori di petrolio e gas e una complementare di importatori, con le conseguenze politiche a tutti note. La fonte energetica rispondeva a un destino geologico me le infrastrutture di sfruttamento, distribuzione e uso erano più o meno accessibili a tutti, trattandosi in buona sostanza di acciaio e cemento.

Nel nuovo paradigma energetico, basato su acqua, sole e vento, è però emerso con crescente chiarezza che, non le fonti, ma le infrastrutture per lo sviluppo, la distribuzione, lo stoccaggio della nuova energia rimandano a un diverso e nuovo menù geologico composto da minerali critici e terre rare. Ce ne sono abbastanza per tutti? Dipende. Innanzitutto dalla velocità con cui vogliamo far marciare la transizione. Più rapida essa è, maggiore è la quantità di queste nuove risorse che deve essere prodotta e trasformata in magneti, componenti per pale eoliche, celle e batterie di accumulo.

Sono economicamente sostenibili? Dipende. Dalla legge della domanda e dell’offerta: litio, vanadio, cobalto, terre rare hanno conosciuto negli ultimi anni dei rimbalzi di prezzo impressionanti. Sono questi minerali fondamentali per le infrastrutture della transizione a loro volta ecologicamente sostenibili? Difficile dare una risposta positiva. Tutti sappiamo che il mining è una delle attività a maggior impatto ambientale e rischio socioeconomico. Voglio sottolineare come le tre domande appena espresse definiscano, anche per la transizione minerale dell’energia, gli stessi elementi del “trilemma” più generale di cui abbiamo parlato tanto negli ultimi due anni: sicurezza di approvvigionamento, sostenibilità ecologica, sostenibilità economica.

A oggi, riserve e produzione della gran parte di questi minerali sono concentrate in un numero ristretto di Paesi, alcuni non problematici come Cile e Australia, altri decisamente più complicati come Repubblica Democratica del Congo o Russia. Diverso il ragionamento per le cosiddette “terre rare”, la cui produzione è al momento concentrata in Cina: le terre rare non sono rare perché difficili da trovare ma perché disperse in concentrazioni piccolissime in grandi quantità di minerale madre. Per ottenere un chilogrammo di alcuni di questi elementi è necessario estrarre, lavare e separare da venti a duecento tonnellate di roccia originaria.

Non sorprende dunque che le maggiori riserve potenziali siano tutte localizzate nei più grandi Paesi del pianeta che hanno ancora vaste superfici non antropizzate: Russia, Kazakistan, Canada, Congo, Cina appunto. Se però si esamina, a dati attuali, il peso dei singoli Paesi sull’intera catena del valore (dall’estrazione alla raffinazione in prodotti), si scopre che – in media – la Cina occupa oltre il sessanta per cento della supply chain, con percentuali che sfondano il novanta per cento nel caso dei minerali più ricercati. Di converso, l’Unione Europea è completamente ferma al palo con percentuali che – in quasi tutte le circostanze – vanno dal novanta al cento per cento della dipendenza da fornitori extra europei, Cina in primis. La geopolitica espulsa dalla porta rientra dalla finestra.

Un campo da gioco chiaro
I principali Paesi del mondo si sono dotati negli ultimi anni di “politiche”, “dottrine”, “strategie” di sicurezza per ovviare a questa scoperta di fragilità. Paesi con grandi e consolidate tradizioni minerarie come Canada e Australia hanno ovviamente puntato su questa competenza nazionale in patria e all’estero. Stati Uniti e Unione Europea hanno prodotto strategie più sofisticate che mettono in campo sia il rilancio del mining che la negoziazione di partnership, per evitare strozzature economiche e politiche nella fornitura necessaria; gli Stati Uniti con una robusta tradizione alle spalle di sfide impossibili vinte mobilitando l’intero sistema nazionale (dalla corsa allo spazio, all’indipendenza fossile con lo shale gas e tight oil); l’UE con il più sobrio e rassegnato obiettivo di non dipendere per più del sessantacinque per cento da un solo fornitore per minerale da qui al 2030.

Le liste dei minerali critici stilate da ciascun Paese non sono identiche ma in larga parte sovrapponibili. Esse definiscono dunque un campo di gioco molto chiaro in cui è noto chi detiene le risorse, chi le chiede, quali sono i Paesi terzi con i quali verrà ingaggiata (in realtà essa è già iniziata) una competizione strategica per attrarli nella propria orbita.

La Cina – come già detto – gode di un indubbio vantaggio competitivo. Pechino si è mossa con anni di anticipo, a casa e fuori, acquisendo licenze minerarie in Africa e America Latina, stringendo alleanze nel pianeta, e oggi dispone di una leva politica fortissima per condizionare concretamente le politiche di transizione energetica dell’Occidente. Non è una buona ragione per fermare la transizione a casa nostra. Ma è una potente sveglia per comprendere che essa non è un pranzo di gala, non è gratis, non accadrà con lo schioccar di dita che permise a Cenerentola di disporre di una carrozza al posto di una zucca.

L’Occidente ha giustamente puntato anche su altri fattori: l’innovazione tecnologica per sostituire alcuni dei minerali noti con altri materiali più facilmente disponibili; il riuso e riciclo dei minerali critici oggi presenti, una scelta che potrà dispiegarsi più compiutamente quando finirà il suo percorso la prima generazione di oggetti (veicoli elettrici, magneti, pale eoliche, batterie) adatti a questo scopo. Siamo davanti dunque a una nuova partita, politica ed economica. Occorre giocarla senza ingenuità e soprattutto senza perdere altro tempo

Lapo Pistelli dal 1 luglio 2020 è Director Public Affairs di Eni. vice Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale dal 2013 al 2015, si è dimesso dalla posizione nel Governo e dal Parlamento, entrando in Eni nel luglio 2015. È Chairman di OMEC (Organisation Méditerranéenne de l’Energie et du Climat)

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