Occhi su BibiIl governo Netanyahu è finalmente in crisi perché non ha un piano per Gaza

Il ministro della Difesa Gallant ha criticato apertamente il premier, nonostante siano dello stesso partito, mentre il capo dell’opposizione Gantz minaccia di uscire dal Gabinetto di Guerra se non si creerà un piano per gestire la Striscia dopo che Israele avrà sconfitto Hamas

Lapresse Netanyahu proteste

In Israele è deflagrata una crisi di governo strisciante, dagli esiti incerti, che ha una caratteristica drammatica: è innescata da uno scontro al calor bianco tra i vertici militari e Benjamin Netanyahu. Uno scontro che non si era mai verificato nella storia israeliana che oggi vive una divaricazione netta, in piena guerra, tra le direttive strategiche del governo civile e quelle dei vertici militari, le cui conseguenze saranno gravi.

Il fuoco incrociato di dichiarazioni di segno opposto tra generali e premier è iniziato il 15 maggio con il ministro della Difesa, il generale Yoav Gallant, che pure è del Likud come Netanyhau, che gli ha ingiunto «di prendere una posizione chiara e di dichiarare che Israele non governerà la Striscia di Gaza e che non vi sarà nessun suo governo militare. La fine dell’attività militare deve essere accompagnata da un’azione politica; “il giorno dopo Hamas” può essere raggiunto solo con entità palestinesi che prendono il controllo di Gaza e con attori internazionali che portino alla definizione di un governo alternativo al potere di Hamas». Di fatto, una posizione opposta a quella dei ministri estremisti sui quali si regge Netanyhau, che puntano a una annessione pura e semplice di Cisgiordania e Gaza a Israele e che infatti hanno subito chiesto a gran voce le dimissioni di Gallant.

Passano tre giorni e il 18 maggio Benny Gantz, un generale, già capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, e leader del principale partito di opposizione, lancia un nuovo e ancora più pesante ultimatum politico a Netanyhau: «Uscirò dal Gabinetto di Guerra se entro l’8 giugno non vi verrà presentato un piano d’azione sulla guerra. Netanyahu devi scegliere, se non sceglierai usciremo dal governo. Il piano deve prevedere sei obiettivi, tra cui una visione concordata per il dopoguerra a Gaza, in particolare su chi potrebbe governare il territorio dopo la sconfitta di Hamas. La leadership deve vedere il quadro generale, il gabinetto di guerra deve decidere entro l’8 giugno di riportare a casa gli ostaggi, abbattere Hamas e smilitarizzare Gaza e che ci sia una direzione Usa-Ue-araba-palestinese che getti le basi di un’alternativa futura a Gaza che non sia né Hamas né Abu Mazen». Di nuovo, come già Gallant, Benny Gantz si colloca in pieno nell’alveo dell’iniziativa diplomatica degli Stati Uniti su Gaza che condivide, e agisce, in palese concerto con l’amministrazione Biden.

Per accentuare ancora di più la volontà di rompere con Netanyhau e di provocare una crisi di governo ed elezioni anticipate, il 27 maggio Gantz propone l’immediata entrata in funzione di una commissione d’inchiesta sulle responsabilità del disastro del 7 ottobre e sulla conduzione della guerra di Gaza. Commissione che non potrà non inchiodare alle proprie pesantissime responsabilità personali Netanyhau, ma anche il suo indispensabile alleato Itamar Ben Zvir, ministro della Sicurezza nazionale, così come i vertici militari e dei Servizi nominati dallo stesso Netanyhau.

Di fatto, i lavori di questa Commissione porterebbero alla fine sostanziale della carriera politica di Netanyhau, nell’infamia. Naturalmente, il premier ha rigettato tutte le mosse di Gallant e Gantz, forte del fatto che, in pura linea di diritto, se anche l’8 giugno Benny Gantz, assieme al suo sodale, il prestigioso generale Gadi Eisenkhot, dovesse dare le dimissioni dal governo di Guerra, questo non porterebbe meccanicamente a una crisi di governo e a elezioni anticipate. Netanyhau infatti, sulla carta, continua a godere di una maggioranza parlamentare di sessantaquattro voti su centoventi e il gabinetto di Guerra, che comanda le operazioni belliche, in linea teorica può continuare a funzionare anche se il leader del principale partito d’opposizione lo abbandona.

Nei fatti, però, questa clamorosa rottura, soprattutto perché è contrassegnata da una chiara linea di frattura tra i principali generali israeliani e il governo, creerà una crisi nell’esecutivo che Netanyhau difficilmente potrà governare. Anche perché, il dato di fatto è allarmante, a otto mesi dall’inizio della guerra, il bilancio è tutt’altro che positivo.

Hamas è ancora operativa, anche se ha subìto gravi perdite e soprattutto nessuno dei tre obiettivi strategici posti da Netanyhau è stato raggiunto. Non la liberazione di tutti gli ostaggi, non la distruzione completa dell’apparato militare di Hamas che è ancora in grado di lanciare missili su Israele e che conta ancora su dieci mila miliziani, non la cattura e la punizione dei suoi leader Yaha Sinwar e Mohammed Deif. Un bilancio amaro e preoccupante che è alla base della rivolta dei generali israeliani contro il premier.

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