Inquinanti eterni La necessità di un quadro normativo per limitare la presenza di Pfas nell’acqua

Gli ultimi governi, indipendentemente dal colore politico, hanno mostrato timidezza nella regolamentazione di un problema che travalica i confini regionali. E le iniziative nazionali, da sole, non bastano: serve un approccio chiaro e universale

Una manifestazione di Greenpeace a Venezia contro i Pfas (Ph. Francesco Alesi/LaPresse)

Lo scorso 10 aprile gli Stati Uniti hanno introdotto il primo standard nazionale sull’acqua potabile, per proteggere la comunità dall’esposizione a sostanze chimiche nocive. La norma, definita «life-changing» dal capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, Michael Regan, imporrà alle amministrazioni statali e ai servizi idrici americani di monitorare cinque tipologie di Pfas, i cosiddetti «inquinanti eterni». 

Cosa sono i Pfas
Pfas sta per “sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate”: si tratta di un vasto gruppo di circa diecimila composti chimici di sintesi, ampiamente utilizzati dalle industrie per conferire proprietà idrorepellenti e antifiamma a una moltitudine di prodotti di largo consumo. Tra questi figurano imballaggi alimentari, carta forno, filo interdentale, cosmetici, capi di abbigliamento e schiume antincendio. 

I Pfas “contengono” legami carbonio-fluoro, che sono tra i legami più forti nella chimica organica. Per questo non si degradano nell’ambiente – vengono chiamati forever chemicals – e possono penetrare nelle falde acquifere fino ad arrivare nei campi, nei prodotti agricoli e quindi all’interno dei nostri organismi. Negli ultimi due decenni la ricerca scientifica si è evoluta in modo significativo, suggerendo come l’esposizione a questi composti sia correlata all’aumento del rischio di danni al fegato e al sistema immunitario, a vari tipi di tumore, all’ipertensione, all’ipercolesterolemia e a molte altre problematiche.

Acque torbide
Purtroppo, i Pfas si trovano anche nell’acqua che molti di noi bevono quotidianamente. Un nuovo studio su oltre quarantacinquemila campioni in tutto il mondo ha rilevato che il trentun percento delle acque sotterranee analizzate (lontane da fonti evidenti di contaminazione) presentavano livelli di Pfas considerati dannosi per la salute umana. Discorso simile per le acque di superficie, seppur in percentuale minore (sedici percento). 

La ricerca, pubblicata su Nature geoscience e basata su centinaia di studi precedenti sull’argomento, include migliaia di campioni di acque superficiali internazionali (ruscelli, fiumi, stagni e laghi) e altrettanti provenienti da pozzi di acque sotterranee, raccolti negli ultimi vent’anni. Il lavoro ha rivelato livelli di contaminazione generalmente più elevati in prossimità di luoghi come aeroporti e basi militari, che utilizzano abitualmente schiuma contenente perfluoroalchilici per esercitarsi a combattere gli incendi. Come dichiarato da Denis O’Carroll, professore di ingegneria ambientale presso l’Università del Nuovo Galles del Sud e tra gli autori dello studio, la scoperta «fa scattare un campanello d’allarme». 

Presa singolarmente, anche l’Italia non se la passa bene. Greenpeace ha recentemente pubblicato un report che ha evidenziato elevatissime concentrazioni di Pfas in Piemonte, dove oltre centomila persone potrebbero aver bevuto acqua contaminata da Pfoa, una molecola cancerogena per l’uomo. Parliamo di quantità che superano anche i cinquecento nanogrammi per litro: preoccupante, considerato che il limite accettabile stabilito dalla Direttiva Europea 2020/2184 è di cento nanogrammi per litro.

Negli Stati Uniti, le nuove linee guida dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente prevedono soglie limite consentite per l’acqua potabile: per quanto riguarda i Pfoa e i Pfos (sottocategorie dei Pfas) la soglia è pari a zero. Sono stati introdotti limiti molto bassi anche per altri tre Pfas (Pfhxs, Pfna e Hfpo-da) e per i mix che contengono due o più di queste sostanze. Il conto sarà salato: si prevede un investimento di oltre 1,5 miliardi di dollari annui per l’adattamento alla nuova depurazione in tutto il Paese.

Eppure, nonostante il trattamento dell’acqua potabile sia fondamentale, da solo non basta a risolve l’intero problema. La scienza ha dimostrato che i cosiddetti forever chemicals sono pervasivi anche nella fauna selvatica. L’unica soluzione quindi è non utilizzarli, soprattutto negli ambiti in cui esistono chiare alternative. Fortunatamente, come spiega il New York Times, alcuni marchi di abbigliamento per l’outdoor stanno già abbandonando i Pfas per l’impermeabilizzazione dei loro prodotti, a favore di alternative come i siliconi. Anche il Dipartimento della Difesa statunitense sta iniziando a sostituire la schiuma antincendio tradizionale con un’alternativa chiamata schiuma senza fluoro, o F3. Le iniziative individuali però non bastano. Serve un quadro normativo chiaro e il più universale possibile.

Le misure contro i Pfas in Europa e in Italia
A inizio aprile la Francia ha vietato la produzione e la vendita di prodotti non essenziali contenenti Pfas. Con il disegno di legge proposto dal deputato Nicholas Thierry e approvato in parlamento, a partire dal 2026 questi “inquinanti eterni” saranno vietati in vari ambiti, dai cosmetici alla produzione di abiti. La misura segue l’esempio della Danimarca, dove ne è stato bandito l’uso per i contenitori alimentari. 

Anche l’Unione europea potrebbe introdurre presto un divieto generalizzato. Nel 2022, cinque Paesi hanno presentato all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) una proposta ufficiale per vietare i Pfas. La proposta di restrizione è stata pubblicata il 7 febbraio 2023 ed è sotto esame: potrebbe portare al più grande divieto chimico della storia europea. Se verrà accettata ci sarà un periodo di transizione di diciotto mesi, il che significa che il ban potrebbe entrare in vigore tra il 2026 e il 2027. Tuttavia, potrebbero essere concesse deroghe da cinque a dodici anni per settori specifici, in cui esistono prove significative dell’assenza di alternative valide.

E in Italia? Semplice: per ora non esiste alcuna legge in materia di Pfas. Questo nonostante il nostro Paese sia «teatro del più grave caso di contaminazione nel continente europeo», come riferito da Greenpeace Italia. Il Veneto vanta infatti un triste primato: un’area di duecento chilometri quadrati in provincia di Vicenza risulta essere la più inquinata al mondo in questo senso. Un’azienda chimica locale, Miteni, è salita alle cronache nel 2013 per la scoperta di una grave dispersione di questi composti nelle acque (di falda e superficiali) delle aree limitrofe. Almeno trecentomila persone continuano a vivere le conseguenze dannose dell’esposizione a questi agenti nocivi. Un processo è attualmente in corso, nonostante la società sia fallita nel 2018.

Sfortunatamente, le ultime legislature hanno mostrato timidezza nella regolamentazione di un problema che travalica i confini veneti e riguarda in lungo e in largo tutta l’Italia. Nel 2015 il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha introdotto gli standard di qualità ambientale (Sqa) per i cinque Pfas più diffusi nell’ambiente. Attualmente vige anche un Dl del 2023 – attuazione di una direttiva europea – che prescrive il rispetto di alcuni parametri specifici per l’acqua potabile ed è competenza del ministero della Salute. Ma non basta. Un disegno di legge presentato nel settembre 2021 dall’ex senatrice Vilma Moronese aveva l’obiettivo di dare vita a un quadro normativo in materia. Si risolse in un nulla di fatto: la proposta, che peraltro aveva diverse lacune, naufragò inesorabilmente.

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