Una ricetta per l’Europa Se l’europeismo ci arriva dalla tavola

Un viaggio di Gastronomika nel mondo della cucina europea, in conversazione con Carlo Corazza, direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia

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Lo scambio dei professionisti della cucina è uno dei modi possibili di costruire l’Europa, partendo dall’enogastronomia, dal cibo e dal vino. Per rafforzare il sentimento europeo, che passa necessariamente anche dalla cucina e dalle tradizioni culinarie locali, Gastronomika racconta come gli scambi tra cuochi siano un veicolo di arricchimento delle culture nazionali e di integrazione. Facendo conoscere tradizioni e ingredienti diversi si può creare un’Europa unita, partendo dalla tavola.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Carlo Corazza, direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia nonché membro del gabinetto della presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola. Questa volta abbiamo considerato una dimensione per così dire più “valoriale”, o anche politica, della cucina europea. Possiamo, in altre parole, pensare alla tavola come a un terreno di scambio, finanche politico, nell’Unione europea? O siamo destinati a combattere una serie infinita di battaglie “gastronazionaliste”?

Anche la cultura enogastronomica fa parte del motto dell’Ue “uniti nella diversità”, ragiona con noi Corazza, sostenendo che quello della tavola è sicuramente un ambito in cui i popoli si uniscono piuttosto che dividersi. Così, ogni territorio ha le proprie tradizioni e i propri piatti tipici, ma questi non sono in competizione: o meglio, possono esserlo in senso strettamente commerciale, ma l’esistenza di ognuno non pregiudica quella dell’altro. Peraltro, questa grande varietà funziona anche da volano per il turismo, dal quale viene a sua volta valorizzata, creando una sinergia di cui, alla fine, finiscono per avvantaggiarsi tutti i membri del blocco.

Del resto, noi italiani facciamo la parte del leone: su questo non ci piove, assicura a Linkiesta Gastronomika il nostro ospite, che si spinge fino a tratteggiare i contorni di un “colonialismo culinario” per cui, dato il primato indiscusso in termini di apprezzamento della nostra tradizione (o meglio, delle nostre tradizioni, al plurale), i piatti del Belpaese sono riprodotti letteralmente ovunque – anche se non sempre con esiti del tutto convincenti. In questo senso potremmo considerare quelli italiani come cibi “paneuropei”: pizza e pasta (solo per menzionarne due) stanno a pieno diritto nel pantheon della cucina continentale, così come la tartarre d’Oltralpe o la feta greca, la paella spagnola o i würstel tedeschi.

Di più: alla (sana) competizione tra le cucine si accompagnano anche percorsi e sperimentazioni di fusione, con i piatti tipicamente locali che vengono diffusi ovunque da un angolo all’altro del continente e finiscono talvolta per venire contaminati con aggiunte e ingredienti che non trovavano posto nelle ricette originali. Lungi dal dover essere considerata come una blasfemia, se seguita con cognizione di causa (e un pizzico di audacia) questa strada può anzi portare a un arricchimento reciproco, che potenzialmente non conosce fine.

Alla fine, ci spiega il nostro ospite, possiamo considerare la cucina come la metafora della storia europea: quella nata sulle sponde del Mediterraneo – il mare nostrum per antonomasia – è una civiltà di scambi, la cui dinamica chiave è sempre stata quella della circolazione continua e prolifica di idee, popoli, culture e, naturalmente, cibo. Dall’olio di Creta alle terrecotte di Tarquinia, tutto viaggiava (anche) grazie alla rete stradale romana, per non parlare dei trasporti fluviali della Lega anseatica. Una civiltà di apertura, insomma, che per mantenersi viva non ha alternative se non rimanere aperta: come la stessa cultura europea deriva dalle fusioni e dalle contaminazioni tra le tradizioni letterarie, artistiche e religiose dei vari popoli che abitavano i diversi territori, così anche le influenze culinarie si possono combinare in modi sempre nuovi portando a risultati inaspettati.

Niente battaglie, dunque. Al contrario, il gusto è libero e decide sempre il consumatore. Secondo Corazza abbiamo creato, tramite l’integrazione europea, un grande spazio comune dove possiamo muoverci liberamente e dove, di conseguenza, possiamo anche gustare tutti quei prodotti che hanno un collegamento diretto con il territorio che stiamo visitando. Dal Chianti toscano allo Champagne di Reims, continua, siamo depositari tutti insieme di un’enorme ricchezza e di un patrimonio culturale di respiro europeo, che va esplorato anche (ma non solo) in senso commerciale.

E la prova del nove di quanto sia concreto e reale tutto quello di cui abbiamo discusso, chiosa il funzionario Ue concludendo il ragionamento con Gastronomika, ci arriva proprio da chi ha preso una scelta diversa rispetto all’apertura di cui parlavamo. Se guardiamo al Regno Unito, infatti, scopriamo ad esempio che gustare un prodotto fresco che arriva dall’Italia (come la mozzarella di bufala campana o il gambero rosso di Mazara) è estremamente faticoso da quando il Paese è uscito dall’Unione, perché la complessità delle norme e la quantità di controlli alle frontiere complicano grandemente la continuità della catena del freddo. Per carità, nessuno vuole togliere nulla al fish and chips, però…

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