Una ricetta per l’Europa Come l’Unione Europea tutela la qualità dei prodotti italiani

Un viaggio di Gastronomika nel mondo della cucina europea, in conversazione con Carlo Corazza, direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia

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Lo scambio dei professionisti della cucina è uno dei modi possibili di costruire l’Europa, partendo dall’enogastronomia, dal cibo e dal vino. Per rafforzare il sentimento europeo, che passa necessariamente anche dalla cucina e dalle tradizioni culinarie locali, Gastronomika racconta come gli scambi tra cuochi siano un veicolo di arricchimento delle culture nazionali e di integrazione. Facendo conoscere tradizioni e ingredienti diversi si può creare un’Europa unita, partendo dalla tavola.

Ma parlare di tavola e cucina vuol dire anche considerare alcuni aspetti “tecnici” legati al mondo enogastronomico, incluso qualche numero. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Carlo Corazza, direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia nonché membro del gabinetto della presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola.

Siamo partiti da una panoramica sui regimi di qualità, cioè quei marchi di protezione con cui l’Unione europea tutela specifici prodotti agroalimentari, promuovendone le caratteristiche uniche legate all’origine geografica e alle competenze tradizionali. Insomma, proteggendo il legame tra territorio, cultura locale e prodotti enogastronomici.

Le denominazioni dei prodotti, ci illustra il dottor Corazza, possono beneficiare di una “indicazione geografica” (Ig) se sono legate a uno specifico luogo di produzione: questo riconoscimento consente da un lato ai consumatori di distinguere facilmente i prodotti di qualità e, dall’altro, aiuta i produttori a commercializzare meglio i propri prodotti senza temere la concorrenza sleale delle contraffazioni.

La riforma delle indicazioni geografiche (il quadro normativo risale al 1992 ed è stato poi modificato nel 2006 e nel 2012) è stata portata a termine il mese scorso, quando gli eurodeputati hanno approvato definitivamente il nuovo regolamento in materia durante la prima plenaria di aprile a Strasburgo. Il relatore del provvedimento è stato un italiano, ex ministro dell’Agricoltura nei governi D’Alema e nel secondo esecutivo Prodi: Paolo De Castro, eurodeputato del Pd alla sua terza e ultima legislatura europea.

Corazza spiega a Gastronomika che si tratta di ben 3064 voci registrate tra denominazione d’origine protetta (Dop), indicazione geografica protetta (Igp) e indicazione geografica (Ig), per un mercato che vale globalmente circa ottanta miliardi di euro l’anno. E l’Italia fa decisamente la parte del leone: il Belpaese ha registrato 886 marchi, contro i 776 della Francia, i 378 della Spagna e i 178 della Germania. Sono numeri importanti, che ci danno un’idea di quanto è importante il settore agroalimentare italiano con le sue eccellenze.

Quindi no, sottolinea il nostro ospite, non è proprio vero che l’Europa è contro il made in Italy: anzi, tutto il contrario. E aggiunge che chi sostiene questo tipo di retorica o è male informato o è in malafede – e in nessuno di questi casi dovrebbe ottenere attenzione. Piuttosto, il nostro Paese gode di questa tutela normativa ed economica in tutti i mercati dell’Ue: quello interno, naturalmente (che è il mercato più grande del mondo), ma anche quelli degli Stati con cui Bruxelles ha accordi commerciali.

Un tema su cui sicuramente il nostro Paese è contrario – ma è ben lungi dall’essere l’unico – è quello relativo a certi sistemi di etichettatura di alcune categorie di prodotti. L’esempio principe è quello del cosiddetto Nutriscore: una classifica “a semaforo”, che colloca i prodotti lungo una scala colorata che dal verde (grado “A”, cioè alimento più sano) arriva al rosso (grado “E”).

In sostanza, ci spiega Corazza, il problema fondamentale di questo sistema è che fornisce una sorta di “patente di sicurezza” sulla base di quelli che definisce criteri non scientifici: stabilire una categoria per ogni prodotto, considerando unicamente il quantitativo in percentuale di determinati ingredienti o componenti (normalmente su cento grammi del prodotto medesimo), è semplicemente insensato.

Fondamentalmente, continua, l’etichetta semaforica distorce la realtà perché manca di considerare che non tutti i prodotti che mangiamo vengono assunti nelle stesse quantità: così, ad esempio (solo uno tra moltissimi), il Parmigiano Reggiano viene addirittura consigliato dai pediatri, ma avendo un alto contenuto di sale non appare nella categoria verde del Nutriscore.

Questo può risultare fuorviante per i consumatori, indotti a pensare che questo formaggio non sia sano quanto altri concorrenti. E per questo, infatti, probabilmente non verrà mai approvato per l’applicazione in tutta l’Ue. Al momento, a utilizzarlo in maniera unilaterale sono solo alcuni Stati membri come la Francia (che l’ha inventato) e il Belgio.

La conversazione con il dottor Corazza non si è fermata qui, ma il resto ve lo sveleremo nelle prossime puntate.

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