Dilemma amleticoLa sinistra danese vince grazie a una politica di destra sull’immigrazione

Il Paese scandinavo ha leggi severe sull’accoglienza approvate dai Socialdemocratici. Il metodo trovato per sconfiggere i populismi potrebbe però rivelarsi una mela avvelenata

LaPresse

I Socialdemocratici danesi sono protagonisti, ormai da cinque anni, di una rara storia positiva per la sinistra europea. Il partito progressista, guidato dalla premier Mette Frederiksen, è riuscito a imporsi alle consultazioni del 2019 e del 2022 e continua a essere apprezzato dai cittadini della piccola nazione scandinava.

Un recente sondaggio, realizzato da Epinion tra il 23 e il 29 aprile, ha evidenziato come il movimento sia al primo posto, con il 20,1 per cento dei voti, in vista delle elezioni europee di giugno. Il successo dei Socialdemocratici è dovuto anche all’applicazione di politiche, poco ortodosse per un partito progressista, come quelle in ambito migratorio. Questa contraddizione può rivelarsi problematica per la sinistra.

La Danimarca, come ricordato da Il Post, ha alcune tra le leggi più severe e discriminatorie contro i migranti che ci siano in Europa e questi provvedimenti sono stati votati insieme al centrodestra oppure varati direttamente dai progressisti. Tra le norme più controverse ci sono state la legge, varata nel 2021 e poi sospesa, che consentiva la deportazione dei richiedenti asilo in Paesi terzi e che è stata criticata dalla Commissione Europea oppure il provvedimento, varato nel 2023 e poi ritirato in seguito alle proteste internazionali, che dichiarava parti della Siria come regioni sicure e ritirava i permessi di residenza ai rifugiati. Il centrosinistra danese condivide con l’estrema destra il paradigma secondo cui i migranti, in particolare modo i rifugiati, non avrebbero il desiderio di integrarsi, ma desidererebbero tornare quanto prima nel proprio Paese di origine.

La Danimarca ha fatto di tutto per scoraggiare, nel corso degli anni, l’arrivo dei migranti. Ottenere la cittadinanza è molto complicato e bisogna essere in possesso di una lunga serie di requisiti che richiedono una permanenza media di diciannove anni in territorio danese. I criteri per i ricongiungimenti familiari sono stati resi più severi, mentre la revoca dei permessi di soggiorno è stata semplificata.

I Socialdemocratici hanno mantenuto in vigore una legge varata dal centrodestra nel 2018 che prevede di ridurre il numero di unità abitative a basso reddito nei quartieri dove gli immigrati di prima e seconda generazione costituiscono più della metà della popolazione, obbliga i bambini residenti in queste aree a frequentare l’asilo a partire da un anno di età e inasprisce le pene per alcuni reati commessi dai residenti.

I Socialdemocratici hanno vinto le elezioni del 2019 promettendo una stretta sull’immigrazione e l’erogazione di sussidi e il secondo successo, ottenuto alle consultazioni del 2022, ha rafforzato le idee del partito su questo tema. Il ministro per l’Immigrazione Kaare Dybvad Bek ha dichiarato, come riportato dal portale GB News, che «se vuoi essere un partito della classe media e di quella lavoratrice devi assicurarti che l’immigrazione sia a un livello gestibile» mentre il deputato Rasmus Stoklund ha espresso concetti simili sul giornale The Sun: «Non ritengo sia sorprendente che un partito di sinistra sia duro sull’immigrazione. La parte della società che sopporta il peso della migrazione senza controllo è la popolazione delle classi lavoratrici che dovremmo rappresentare».

Le politiche estremiste adottate dai Socialdemocratici hanno prosciugato il serbatoio di voti della destra radicale, con il Partito del popolo danese che è passato dal ventuno per cento dei voti ottenuti nel 2015 a un più modesto 8,7 per cento nel 2019, e hanno contribuito a favorire la nascita di un governo di unità nazionale con il centrodestra dopo le consultazioni del 2022.

A Copenaghen il tema dell’immigrazione, vero e proprio tallone d’Achille per i partiti progressisti di mezza Europa, è stato risolto con un approccio pratico a discapito di quello ideologico. L’obiettivo primario, quello di ottenere più voti e di vincere le elezioni, ha spinto i Socialdemocratici a cambiare pelle e ad assomigliare alle forze più radicali dello spettro politico. Non è un caso che le politiche migratorie della sinistra danese siano state lodate da esponenti della destra conservatrice come il premier svedese Ulf Kristennson, il ministro degli Interni austriaco Gerhard Karner ed Eric Ciotti, esponente tra i più oltranzisti dei Repubblicani francesi.

Le elezioni europee del prossimo giugno, come ricordato dallo “European Council on Foreign Relations”, vedranno una svolta a destra in molte nazioni con partiti radicali che guadagneranno voti e seggi e partiti progressisti che li perderanno. I populisti euroscettici potrebbero arrivare al primo posto in nove Stati, tra cui Francia e Paesi Bassi e secondi o terzi in altro nove Paesi, tra cui Germania, Spagna e Svezia.

La ricetta danese rischia di trasformarsi, in questo contesto, in una tentazione irresistibile per molti partiti progressisti in difficoltà. Il problema è che si tratta anche di una pericolosa mela avvelenata. Sconfiggere i populisti sui temi a loro più cari, come quello del contrasto all’immigrazione, può consentire ai socialdemocratici di vincere e di impostare il proprio programma su priorità come la lotta al cambiamento climatico e le politiche economiche di redistribuzione.

In questo modo si sacrificano, però, una parte delle proprie origini e in fondo si resta in balia di un populismo attenuato che continua a influenzare le dinamiche e le scelte di governo. I diversi partiti socialdemocratici d’Europa sono chiamati a scelte difficili che li portano a dover scegliere tra coerenza e impopolarità. Un vero e proprio dilemma che può rivelarsi difficile da risolvere.

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