Il sol(a) dell’AvvenireLe fanfaronate di Tarquinio e Zingaretti trasformano il Pd in un centro sociale

Gli elettori riformisti del Partito democratico sono sempre più a disagio con le roboanti dichiarazioni massimaliste dei candidati di Schlein alle elezioni europee

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Il Partito, cioè la macchina elettorale del Partito democratico, non sta supportando e forse nemmeno sopportando le continue uscite di Marco Tarquinio, nella testa di lista, al numero quattro, della circoscrizione Centro. Per questo l’ex direttore di Avvenire è costretto a spararla sempre più grossa, fino all’auspicio dello scioglimento della Nato, una questione, come ricorda Peppe Provenzano, «risolta da Enrico Berlinguer nel 1976» con la famosa intervista a Giampaolo Pansa. Dopodiché si capisce sempre meno perché nelle liste del Pd ci sia uno più arretrato del Berlinguer di quarantotto anni fa. 

Ieri Elly Schlein ha messo un punto, «non è la nostra linea», ma intanto Tarquinio ha fatto almeno un adepto, e di un certo peso. È Nicola Zingaretti, numero due nella stessa circoscrizione Centro, che ieri ha elogiato le tesi tarquiniste: «Giusta la richiesta di Tarquinio per un maggior protagonismo per la pace, è una denuncia forte di fronte al senso di impotenza che c’è». È evidente che Zingaretti non vuole lasciare a Tarquinio i voti pacifisti. E inoltre con questa posizione va a sposare i ragionamenti di quel Goffredo Bettini di cui è stato per anni il delfino ma dal quale da tempo è stato mollato, tanto che “Goffredone” fa campagna per Matteo Ricci, uno che sembra a rischio bocciatura. 

In una competizione dove non si butta via niente i voti del residuo partito bettiniano non sono da buttare via e Zingaretti ha pensato bene di mostrarsi in sintonia con l’ex direttore di Avvenire, l’uomo che Bettini ha definito «un fiore all’occhiello». Tutto questo contribuisce alla centrosocializzazione del Pd (non si dimentichi la proposta di Cecilia Strada sulla patrimoniale) abbastanza evidente nella lista del Centro superaffollata da esponenti della sinistra e pacifisti vari e avara di riformisti (praticamente solo l’ex deputata Alessia Morani e il toscano Antonio Mazzeo). 

È stato Matteo Renzi a fiutare una incipiente trasformazione del Pd «in un centro sociale», una formula polemica che parla a quegli elettori riformisti a disagio con le ultime posizioni dei candidati di Schlein cui non bastano le critiche di Giorgio Gori, Alessandro Alfieri e, ieri, di Pina Picierno per la quale quella di Tarquinio «non è la posizione del Pd, non è la posizione di Socialisti e democratici, non è nemmeno la mia. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha detto in maniera molto più autorevole in varie occasioni: l’alleanza atlantica è stata garanzia di pace in questi anni e nello specifico penso che l’alleanza atlantica vada rafforzata e non indebolita».

Dunque il caso Tarquinio ormai è squadernato sicché il trucchetto trasformista tanto voluto da Schlein, cioè lo specchietto tarquinista per le allodole pacifiste, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se l’ex direttore di Avvenire alla fine non dovesse raccogliere quella massa di preferenze che il Nazareno si attende da lui.

E poi anche il silenzio del gruppo dirigente sugli ultimi sviluppi del dibattito europeo sull’Ucraina è significativo. Mentre Matteo Salvini insulta quotidianamente Jens Stoltenberg e Josep Borrell che hanno responsabilmente posto la questione della possibilità di una contro difesa ucraina che tocchi il suolo russo, il Pd non ha detto una parola. Forse aspetta che Tarquinio, o Zingaretti, diano la linea.

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