Normalizzare l’orroreAbbassare i toni sull’Ucraina è un esercizio di rimozione, non di responsabilità

Minimizzare la gravità della situazione e le implicazioni globali del conflitto con la Russia è un vile esercizio retorico che permette ai politici italiani ed europei di mantenere la loro posizione di ipocrisia nei confronti di Kyjiv e della libertà occidentale

LaPresse

Il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha detto che i paesi alleati dell’Ucraina non possono continuare a limitare l’uso delle armi fornite a Kyjiv all’interno del territorio ucraino. Questo divieto, dopo ventisette mesi di terrorismo metodico da cielo e da terra delle forze di Mosca, rimane un grottesco tributo che l’ipocrisia diplomatica è costretta a rendere alla retorica pacifista dei numerosi membri dell’Alleanza Atlantica (Italia inclusa), per i quali il meglio sarebbe che tutto si chiudesse con un salomonico pareggio – l’Ucraina non vince e la Russia non perde, o viceversa.

In sé, ormai, il confinamento dell’utilizzo del potenziale bellico fornito a Kyjiv non ha alcun senso né politico, né militare. Impedisce, da una parte, che gli attacchi sui bersagli civili ucraini siano prevenuti con operazioni militari sul territorio russo, obbligando a fronteggiarli, con ben minore efficacia, a casa dell’aggredito. Dall’altra parte, non impedisce al Cremlino di addebitare alla Nato il sostegno alla presunta aggressione ucraina alla Russia, con evocazioni minacciose di un’escalation bellica mondiale.

Nei fatti questo divieto non serve a niente, se non a imbellettare la cattiva coscienza di una classe politica (certo non solo italiana) complessivamente indisponibile a fare i conti con la natura globale ed epocale della guerra russa all’Ucraina e con l’impossibilità di tornare alla routine di rapporti puramente affaristici con un regime che si è riconvertito a un’economia di guerra, essendosi da tempo votato a un’ideologia e politica di guerra totale.

Le parole di Stoltenberg, che Nona Mikhelidze ha utilmente riassunto a uso degli imbroglioni o dei disattenti – tra i quali si possono alternativamente annoverare tutti gli esponenti della maggioranza che hanno messo bocca sul tema, per non dire dei variegati esponenti del pacifismo campo-larghista – non sono una fuga in avanti avventuristica, ma un invito realistico ai membri della Nato a prendere atto della realtà.

L’illusione di dissolvere nelle liturgie diplomatiche il senso tragico della storia e delle sue sfide è una via di fuga psicologicamente comprensibile per qualunque essere umano, ma politicamente irresponsabile per un uomo o una donna di governo. 

L’invito ad abbassare i toni e a non drammatizzare – l’ha fatto Guido Crosetto, gli ha fatto eco Antonio Tajani, l’ha ripetuto Giorgia Meloni cui pare «abbastanza controproducente questo racconto allarmante per il quale l’Europa sarebbe sull’orlo di un conflitto più ampio» – cioè nella sostanza la scelta di normalizzare la mattanza ucraina, derubricandola a episodio increscioso, ma circoscritto, dell’instabilità post-sovietica del Russkiy Mir è esattamente la causa il cui effetto è costringere l’Ucraina a difendersi con una mano legata dietro la schiena e a vedere centinaia di missili abbattersi quotidianamente sul suo territorio, con sistemi antimissile adatti alla bisogna che gli alleati continuano a considerare imprudente offrire a Kyjiv.

Nella sostanza, molti (troppi) politici italiani ed europei si ostinano a pensare che l’Ucraina non sia Europa proprio per continuare a pensare questa guerra come qualcosa di diverso da una guerra all’Europa e al mondo libero e a considerare gli ucraini e le ucraine le sfortunate vittime di un incidente storico, non la frontiera civile, politica e militare più prossima e preziosa della libertà occidentale. «Abbassare i toni» sull’Ucraina è un esercizio di rimozione, non di responsabilità.

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