Non solo Supertuscan Cinquant’anni di Tignanello, il vino che ha cambiato le sorti del Chianti Classico

La storia ha dato ragione alla grande famiglia del vino toscano che in tempi non sospetti ha deciso di cambiare la storia e di scriverne una personale, che è diventata internazionale e identitaria

Come ti immagini un vino rosso toscano blasonato? Così. Perché il Tignanello è un vino che ha fatto scuola. È il risultato di una storia antica, ventisette generazioni oggi, per uno dei cognomi toscani più celebri nel mondo del vino, quello di Marchesi Antinori, da sempre un riferimento per la cultura del vino e per la valorizzazione del territorio, su cui la famiglia investe.

Risale al 1971, dopo un viaggio a Bordeaux, l’intuizione dell’attuale Marchese che decise di cambiare strada rispetto alla tradizione e di cambiare radicalmente la produzione del Chianti classico, introducendo il legno in produzione e affinamento, e puntando in una zona iper tradizionale sui vitigni internazionali in blend, potenziando al contempo il lavoro in vigneto. In quegli anni le bottiglie di Tignanello vennero vendute a 2200 lire, quando il Chianti era a 300 lire. Dalle 3mila bottiglie dell’inizio alle 330mila di oggi sono passati non solo cinquant’anni, ma tante mode, tanti stili, tante tendenze, lasciando comunque intatta l’allure di questo vino che senza peccare di lingua di plastica possiamo chiamare iconico, anche grazie all’etichetta identitaria, mai cambiata, disegnata nel ’73 dal designer emergente Silvio Coppola, presentato al Marchese dal giornalista Luigi Veronelli.

Ma è negli anni Ottanta che il successo diventa planetario: con la scoperta dei SuperTuscan, un termine coniato dalla stampa anglosassone per identificare vini di alta qualità che non rispondevano ai disciplinari dell’epoca, e che ha radicalmente cambiato le sorti dei vini toscani nel mondo, determinandone l’ascesa e il successo. E se il Chianti classico prevedeva l’aggiunta di uve a bacca bianca, nel 1971 lo storico enologo Tachis scelse di evitarlo, di fatto uscendo dal disciplinare e trovando un nuovo modo di valorizzare quel territorio.

In questi cinquant’anni il vigneto è stato ripiantato in parte solo quattro volte: a inizio ’900, per recuperare le vigne dopo la fillossera, che ha distrutto tutti i vigneti europei, negli anni ’70, negli anni ’90 e quest’anno, segno di una rinnovata convinzione verso questo territorio.
È proprio degli anni ’90 la convinzione di una nuova attenzione alla qualità in vigneto, per avere il meglio della qualità tecnico produttiva sia in campagna che in cantina. E risale ad allora uno dei tratti distintivi di questa cantina, i sassi bianchi in vigna che sono ormai un segno di riconoscimento. Sono stati rinvenuti ed esposti alla superficie durante lo scasso del vigneto, ma in realtà hanno anche una funzione tecnica, come parte fondamentale dello scheletro del terreno.

È degli anni Duemila invece l’investimento in una ricerca di qualità, per un miglioramento costante che ha portato a studiare tutta la filiera, dalle caratteristiche del terroir  all’identificazione di piccole parcelle con caratteristiche distinte all’interno della collina, fino allo studio dei sesti d’impianto. Ma è anche il momento della ristrutturazione delle cantine storiche, con la vinificazione separata delle singole varietà, che ha permesso di gestire ogni singolo lotto in maniera distinta.
Gli anni di inizio millennio hanno anche significato un cambiamento di stile, frutto del reimpianto dei vigneti di Sangiovese, alla ricerca di un vino moderno, non più muscolare ma elegante, che ha aperto una nuova strada. Dall’ossessione per i vini muscolari, si è trattato di un altro cambio strategico, che ha riaperto la nuova strada del futuro a un vino che è fatto di uva, territorio, ma soprattutto di storia e di adesione a principi nuovi per un territorio così ancorato alle sue certezze.

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