Ora succede a meGli Smiths, l’effetto Goldie Hawn e il club del primo botulino

Un’amica quarantaequalcosenne mi ha rivelato che le sue coetanee hanno tutte il filler tranne lei, e che «riposata» è divenuta parola in codice per quelle che si son rifatte la faccia

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Come per tutti gli italiani del Novecento, anche per me “Natale in casa Cupiello” è lessico famigliare. Solo che io non dico mai che non mi piace il presepe (danno tutti già per scontato che non mi piaccia, sarebbe ridondante).

Io, quando mi accorgo che esiste al mondo un fenomeno di cui sapevano tutti tranne me, un dettaglio che tutti avevano osservato tranne me, in quei casi, che essendo io sempre più vegliarda si verificano sempre più spesso, io mi guardo allo specchio e canticchio: tu scendi dalle stelle, Concetta bella.

È successo ieri, due giorni dopo una conversazione con una quarantaequalcosenne così figlia di questo tempo da non avere remore, imbarazzi, pudori nel dire cose che ho visto le generazioni prima della sua provare a negare anche di fronte alle evidenze più evidenti. Invece la quarantaequalcosenne, come premessa per un aneddoto su una dottoressa, mi dice: la settimana scorsa ho fatto il botox.

Io quasi casco dalla sedia, balbetto «ma in che senso», e lei mi spiega bella serena che andrebbe fatto ogni sei mesi ma lei lo fa con parsimonia, una volta l’anno, «così posso non truccarmi». Ribalbetto «ma in che senso», e lei mi spiega col tono didascalico che ho io quando spiego a qualcuno l’Oxford comma (che non vi dico cosa sia perché vi so tutti studiosi di punteggiatura) che ci si trucca per sembrare più riposate, e col botulino hai già quell’effetto.

Vorrei obiettare, ma non so fornire un’alternativa: perché diavolo mi trucco, io, le rarissime volte in cui mi trucco? Perché durante la pandemia avevo un libro da promuovere, i collegamenti televisivi si facevano da casa, e Cristina Fogazzi mi disse che non potevo farmi vedere in tv senza fondotinta, e io comprai il primo fondotinta della mia vita. O forse non era il primo, a quindici anni mi truccavo come un mignottone, ma quello che fai a quindici anni per fortuna non conta.

Da adulta non sono in grado di spalmarmi un fondotinta, e infatti Cristina me ne fece comprare uno per dilettanti. Non sono in grado di pittarmi gli occhi, e infatti ogni volta che lo faccio lei poi se vede una foto mi cazzia. Ma non credo che i miei vani sforzi siano per sembrare «più riposata», qualunque cosa significhi.

Insomma ieri una neoquarantenne m’ha detto che, alla festa per il suo compleanno tondo, ha osservato le facce delle sue coetanee e avevano tutte il filler tranne lei. Qualunque cosa sia il filler. Credo volesse dei complimenti, qualcosa tipo: brava, sei una decrepita quarantenne eppure resisti alla pressione sociale di farti infilare degli aghi in faccia.

Dopodiché ha proceduto a spiegarmi – senza, lo giuro, che io le avessi ancora detto niente della mia scioccante conversazione sul botulino – che esistono dei codici di conversazione. Se una ti dice che s’è fatta roba in faccia, tu devi dirle: non si vede niente, sembri solo più riposata.

Ma quand’è che «riposata» è divenuta parola in codice per quelle che si son rifatte la faccia, invece che lessico delle noiosissime conversazioni sull’insonnia, in cui ognuno ha il suo rimedio da suggerirti e c’è sempre un’erba, una melatonina, un rumore bianco che ti fa svegliare riposatissima? Com’è possibile che le parole d’ordine cambino e nessuna mi avvisi che è ora di scendere dalle stelle?

«Più riposata», m’ha spiegato la neoquarantenne, è il modo socialmente accettabile di dire «Preferisco infilarmi una tossina sotto la retina che avere la faccia che ho», e io stavo per obiettare che la faccia che ho è un problema degli altri, io mica passo il tempo a guardarmi allo specchio; poi mi sono ricordata che ormai passano tutte tutto il tempo a guardarsi nella telecamera del telefono e quindi la tossina è un’invalidità di servizio.

Conosco un paio di vecchie che si sono rifatte tutta la vita la faccia, e giuro che io non sono contraria alla medicina estetica in sé: sono contraria all’effetto Goldie Hawn in “Il club delle prime mogli” che hanno queste ottuagenarie con le labbra gonfie che sembrano staccate da un’altra faccia e messe lì di prepotenza.

Però certo, Abatantuono in “Turné” diceva che, tra il momento in cui ti dicono che sei troppo giovane e quello in cui ti diranno che sei troppo vecchio, ci dev’essere una fase centrale in cui correre, e forse quella è l’età del botulino e di tutte le altre cose. Oddio, per la verità le mie compagne di scuola si rifacevano tutte già al liceo (molti anni prima che i mezzi di comunicazione iniziassero a pubblicare ciclicamente indignazioni sulle adolescenti che chiedono la chirurgia plastica come regalo per la promozione, la notizia della marmotta che ogni volta viene data come fosse la prima, ogni paio d’anni almeno da che lavoro io: feci il mio primo pezzo sulle adolescenti che si rifanno che era il 1998, c’erano la lira e le cabine telefoniche).

Ma a quindici anni (pure a venticinque) sei così giovane e soda che nessun medico ti devasta, nessuna miglioria diventa un evidente peggioramento, al massimo ti toccano i giornali che ti rimproverano: sei troppo giovane, devi piacerti così come sei, la body positivity. A quaranta è probabilmente l’età giusta per voler vedere nello specchio una te con la faccia meno cascante (scusate: più riposata). Ma quando devi smettere, per evitare l’effetto Goldie Hawn?

Non lo so, ma scendendo dalle stelle mi sono ricordata d’una signora che frequentavo molti anni fa, e che diceva che le donne si facevano tutte le punturine, e la me trentenne la ascoltava con mezzo orecchio, come si fa quando si è così giovani da illudersi che ci siano cose che non ci riguarderanno mai. La signora, ho calcolato, aveva allora più o meno l’età che ho io adesso.

Come per tutte le adolescenti degli anni Ottanta, anche per me gli Smiths sono lessico famigliare. E quindi, mentre tutte intorno a me parlavano di punturine e di botulino e di fillerini (qualcuno ha studiato questi diminutivi, questo lessico infantilizzante del ringiovanirsi artificialmente?), ho iniziato a canticchiare quella canzone che uscì quando avevo dodici anni, e ascoltavamo testi che pensavamo non ci avrebbero mai riguardato, e poi invece: l’ho visto accadere nelle vite degli altri, e ora accade nella mia.

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