Destini incrociatiL’ascesa politica di Berlusconi e il tramonto giornalistico di Montanelli

In “Controstoria dell’Italia” (Bompiani), Giampiero Mughini ripercorre a moso suo le vicende della nostra repubblica, intrecciando ricordi personali a fatti storici

Lapresse

Oltre che essere la più grande casa editrice italiana di libri, la Mondadori negli anni novanta contrassegnava col suo marchio tre delle più autorevoli testate giornalistiche italiane, i due settimanali Panorama e l’Espresso (assieme cumulavano oltre ottocentomila copie vendute settimanalmente) e il possente quotidiano la Repubblica, che il suo fondatore Eugenio Scalfari aveva trasformato in una corazzata che procedeva di conserva con i due settimanali citati nell’andare permanentemente all’assalto di Berlusconi e del suo fortilizio editoriale ed economico.

In fatto di antiberlusconismo non gli era da meno il mio rimpianto direttore a Panorama, Claudio Rinaldi, antiberlusconismo che io (una delle firme di punta del giornale) non condividevo ma rispettavo profondamente dato l’uomo e il giornalista che Claudio era. I nostri dissidi avvenivano sempre con il sorriso sulla bocca di entrambi. Sorriso che nel caso mio divenne leggermente sfottente la mattina del 1990 in cui entrai nella redazione di via Sicilia ed era appena arrivata la notizia che Berlusconi avesse acquisito la proprietà della Mondadori.

Mi pare ci fosse il fior fiore dello stato maggiore del giornale in quel momento, bravissimi giornalisti quali Toni Pinna (il vicedirettore), Bruno Manfellotto (il capo della redazione romana), se non sbaglio c’era anche Fabrizio Coisson (che nel frattempo se n’era andato a fare il corrispondente da Parigi).

Francamente non mi immaginavo che proprio dagli accadimenti di quella giornata si sarebbe avviato il declino del nostro giornale, che mai più avrebbe toccato il rango che aveva avuto ai tempi in cui Claudio ne era stato il superbo direttore. Che cos’era successo? Nel 1988 Berlusconi aveva rilevato le azioni che Leonardo Mondadori possedeva nel gruppo editoriale che portava il suo cognome. A quel punto, dopo Carlo De Benedetti e gli eredi di Mario Formenton, Berlusconi diventava il terzo azionista del gruppo.

Ebbene nel novembre 1989 lui riuscì a convincere questi ultimi a passare dalla sua parte e a sopravanzare in termini azionari De Benedetti, con il quale gli eredi Formenton avevano precedentemente stipulato un accordo in base al quale gli avrebbero ceduto la loro quota azionaria facendolo diventare il proprietario della Mondadori.

Il 25 gennaio 1990 Berlusconi si insedia alla presidenza della Mondadori, laddove De Benedetti oppone la validità del suo precedente accordo con i Formenton. Nuovo parapiglia ai vertici della Mondadori, il cui gruppo dirigente torna a essere di marca debenedettiana. Solo che il 24 gennaio 1991 la Corte d’appello di Roma ribalta il giudizio espresso nel cosiddetto “lodo Mondadori” e riattribuisce la maggioranza della proprietà della casa editrice al Cavaliere. Non esiguo particolare, Vittorio Metta, il giudice relatore ed estensore della sentenza, verrà più tardi condannato per avere ricevuto dai conti esteri della Fininvest una tangente di quattrocento milioni.

Guerra civile del 1943-1945 a parte, non credo ci sia stata nell’Italia recente un’altra contesa di pari ferocia reciproca la cui posta era l’egemonia sulla società reale. Superfluo dirvi che né allora né dopo ho mai scritto una riga sull’argomento. Perlustrare a puntino le carte d’accusa e quelle di difesa in un processo-monstre non era e non è il mio terreno di pascolo professionale.

Quanto alle eventuali tensioni che nascono tra proprietari di mezzi di comunicazione di massa e chi li dirige, e in questo caso sto parlando di quotidiani cartacei, il Berlusconi dei suoi esordi politici è di mezzo a un’altra contesa che dirò selvaggia.

Era successo che, malvoluto da un Corriere della Sera che s’era spostato un tantino verso sinistra, Indro Montanelli s’era congedato dal quotidiano milanese che lo aveva reso il più celebre giornalista italiano del Novecento e ne aveva fondato uno suo il 25 giugno 1974, il Giornale. Dove s’era portato appresso un bel gruzzolo di primattori della carta stampata, da Cesare Zappulli a Egisto Corradi, da Enzo Bettiza a Mario Cervi, tutta gente irremovibile nel loro credo politico di stampo liberale e moderato.

L’editore del quotidiano fin dal 1977 fu di fatto Silvio Berlusconi, senza le cui centinaia di milioni di lire versate a ogni fine mese il Giornale avrebbe retto ben poco. Parlo con delicatezza di toni della storia di quel quotidiano perché all’avvio degli ottanta ero stato il primo, tra quanti provenissero dalla sinistra politica e culturale, a elogiare Indro come si fa con un maestro e forse con un padre.

Dopo quel mio articolo su Pagina, il mensile che avevamo ideato (con Ernesto Galli della Loggia, Paolo Mieli e Massimo Fini) a farne un punto di vista «terzo» nella cultura italiana, Indro mi telefonò a chiedermi di collaborare al suo quotidiano, ciò che poi avrebbe fatto con Galli della Loggia e con Fiamma Nirenstein, per dire di due giornalisti-scrittori che provenivano dal mio stesso ambiente generazionale.

La buona parte degli esponenti di quella nostra generazione invece se mi incontravano per strada mi chiedevano con aria di rimprovero come facessi a collaborare «a un giornale fascista» com’era quello di Indro. Una collaborazione che durò a lungo, finché non si spense a inizio novanta per cause del tutto naturali e ferma restando la mia devozione a Montanelli. Nel frattempo Berlusconi, che sino a quel momento non aveva messo bocca nella conduzione politica e giornalistica del quotidiano (la cui proprietà formale era adesso di suo fratello Paolo), aveva deciso di entrare in politica e a quel punto era per lui vitale che il quotidiano diretto da Montanelli ne sostenesse le ragioni.

Montanelli che si fa dettare da qualcun altro le ragioni di un quotidiano da lui diretto? Non sta né in cielo né in terra, e difatti ancora nel gennaio 1994 Indro dice di no, che non ci sta a fare da propagandista del Berlusconi divenuto uomo politico. Prontissimo ad accorrere in soccorso di chi gli paga lo stipendio, Emilio Fede il 6 gennaio 1994 chiede in diretta al Tg4 le sue dimissioni.

Peggio ancora, pochi giorni dopo e all’insaputa di Montanelli Berlusconi si presenta all’assemblea dei redattori del quotidiano milanese a chieder loro che lo sostengano quanto di più esplicitamente nella sua imminente avventura politica. «È difficile affrontare con un fioretto chi ti spara addosso con un mitra» lascia detto Berlusconi ai giornalisti di Montanelli. Il quale l’11 gennaio 1994 si dimette dal quotidiano, seguito dal vicedirettore Federico Orlando e da una quarantina di redattori.

Il 22 marzo 1994 esce il primo numero del nuovo quotidiano diretto da un Montanelli ottantacinquenne, la Voce, le cui quattrocentoquarantacinquemila copie vanno esaurite già nelle prime ore del mattino. Il pubblico di fedeli del grande giornalista toscano aveva gridato «presente». Solo che le vicende editoriali e politiche del nuovo quotidiano (la cui redazione era di prim’ordine, ivi compresi alcuni dei valorosi giornalisti che molti anni dopo daranno vita al Fatto) si sarebbero rivelate molto più complesse e da percorrere tutte in salita. Già nell’agosto del 1994 i conti del giornale erano divenuti dolorosissimi. Tanto che a un anno di distanza dalla sua nascita, il 12 aprile 1995, la Voce chiude i battenti.

Le sue vendite erano difatti precipitate a quarantamila copie quotidiane, segno che gli stessi fedelissimi di Montanelli gli avevano detto addio.

Tratto da “Controstoria dell’Italia” (Bompiani) di Giampiero Mughini, pp. 256, 19,00€

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