Anello deboleL’aggressione russa e il conflitto in Medio Oriente hanno rivelato le fragilità dell’Ue

Dalle elezioni europee non dipende solo il futuro dell’Ucraina ma anche quello dell’Europa intera, che ha bisogno di trovare un nuovo protagonismo sui dossier di politica internazionale

AP/Lapresse

«Non c’è difesa dell’Unione europea, c’è solo la Nato. Senza gli Stati Uniti, l’Europa non sarebbe stata presa sul serio nell’invasione russa in Ucraina». Il primo problema dell’Unione europea in politica estera, secondo Eleonora Tafuro Ambrosetti, senior research fellow presso il centro Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Istituto di politica internazionale Ispi, è stato l’incapacità di imporsi come «il nemico al quale Putin ha guardato per avere un discorso alla pari».

Tafuro Ambrosetti ha parlato durante la conferenza su “Ucraina e Medioriente, le sfide dell’Europa in vista delle elezioni”. Recuperando le parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, ha mostrato la marginalità del ruolo dell’Unione europea sin dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nonostante l’immediata introduzione di sanzioni economiche, l’esclusione della Russia dai mercati finanziari aperti e l’invio di aiuti economici e bellici, nonché assistenza militare, la supposta trasformazione dell’Unione europea in attore geopolitico non è stata immediata. Anzi, non ha fatto altro che rivelarne il drammatico ritardo accumulato, negli ultimi anni, come big player a livello internazionale.

Dopo più di due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa si è rivelata passiva, frammentata. Il suo è stato un ruolo marginale. «Spetta agli Alleati decidere sulle restrizioni all’uso delle armi consegnate all’Ucraina. Questa non è una decisione della Nato, viene presa dai singoli Stati membri, che finora hanno agito diversamente», ha detto il segretario generale Stoltenberg durante la recente riunione primaverile dell’Assemblea parlamentare a Sofia, in Bulgaria.

La guerra in Ucraina ha modificato il ruolo dell’Unione europea come agente di sicurezza. Si è assistito a un’accelerazione nella trasformazione dell’Europa da unione principalmente economica ad agente politico e di difesa. Eppure, se la sovrastruttura sembra modificarsi, la struttura procede ancora troppo lentamente per assecondarne i movimenti. Un’unione dimezzata, amputata dal punto di vista strategico-militare, il cui focus è stato per anni su crisi di medio-bassa intensità.

«Anche nel conflitto israelo-palestinese, l’Unione europea è un player di peso molto inferiore rispetto ai paesi arabi e agli Stati Uniti, non è mai stato un vero attore politico. Anche prima del 7 ottobre, non ha mai svolto un ruolo attivo nei negoziati», aggiunge Rolla Scolari, giornalista di SkyTg24 che, inviata a Gaza nel 2005 durante il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia (Piano di disimpegno), ha assistito all’ascesa politica di Hamas e la conseguente lotta di potere tra fazioni palestinesi.

La posizione assunta nel conflitto in corso ne ha messo a rischio la credibilità, evidenziandone la marginalità. Posizioni diverse degli stati membri non hanno fatto altro che aprire chiaramente una spaccatura all’interno del consiglio europeo, sottraendo così legittimità e influenza. «L’Ue ha una visione sul conflitto israelo-palestinese chiara: soluzione a due Stati. Eppure, sono tante le divisioni che riguardano il come arrivare a tale soluzione», dichiara Scolari, aggiungendo come l’Unione europea possa ancora avere un ruolo nella penisola, ma debba prima fare i conti con una sorta di handicap nei confronti di quei paesi arabi che hanno perso la sua fiducia.

Il Medio Oriente è cambiato molto negli ultimi anni. Il protagonismo dei Paesi del golfo, attori che stanno giocando un ruolo molto attivo nel conflitto israelo-palestinese, è cresciuto esponenzialmente. «L’Europa deve farsi conoscere, instaurare rapporti stato-stato, essere presente. Scommetto che molti leader di paesi arabi non sappiano neanche chi sia Roberta Metsola», conclude in tono ironico riferendosi alla presidente del Parlamento europeo, forse neanche poi così tanto.

Questi deficit di sovranità, per lo più causati dalla difficoltà di raggiungere l’unanimità necessaria tra gli Stati membri, hanno determinato una certa passività, oltre che una posizione necessariamente periferica rispetto a quella della Nato. Eppure, non tutti sono d’accordo. Come dice Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, «Putin teme che l’Ucraina entri nell’Unione europea. Metsola è stata definita non grata da Putin. Quello che sta facendo il Parlamento europeo nel sostegno all’Ucraina non è gradito da Mosca. Dire che gli Stati Uniti siano l’unico vero nemico della Russia è fuorviante, oltre che inaccurato». 

Oltre centoquarantatré miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina e della sua popolazione sono stati stanziati dall’inizio della guerra: ottantuno miliardi in assistenza finanziaria, di bilancio e umanitaria. Trentatré miliardi in sostegno militare. Non solo sostegno economico però. «Le recenti operazioni militari marittime, in risposta all’aumento degli attacchi lungo le coste dello Yemen alle navi mercantili e civili, hanno rivelato la sempre più matura capacità dell’Ue di porsi come security provider a livello internazionale. Tanto si è parlato del cosiddetto strategic compass, piano d’azione per rafforzare la politica di sicurezza e di difesa dell’Unione entro il 2030, e ciò non fa altro che evidenziare come un’alleanza più forte in materia di difesa apporti un contributo positivo alla sicurezza globale, complementare e non necessariamente subordinato alla Nato», conclude Molinari. 

Bisogna ora decidere se perseguire un ruolo più globale e accettare gli immancabili rischi che ciò comporta, purché tale aspirazione di potenziamento sia in linea con ciò che è politicamente concretizzabile. In un contesto estremamente frammentato come quello qui sopra descritto, il rischio è che l’Unione europea non riesca a reggere un intensificarsi del conflitto ucraino, oltre alla totale perdita di credibilità in Medio Oriente. Serve una presa di coscienza, che potrebbe arrivare proprio nel weekend con i risultati delle elezioni europee, probabilmente le più importanti della storia. A essere eletti saranno i nuovi europarlamentari. A essere determinata sarà una nuova Europa, più attiva, player, interventista se vogliamo, oppure maggiormente ritirata, che lasci spazio agli stati membri e alla loro sovranità nazionale.

«Le elezioni avranno un impatto non tanto sui fondi europei, che sono già stati allocati, bensì, in caso di elezione di forze di estrema destra – che hanno espresso o dirette posizioni filorusse o velate opposizioni agli aiuti all’Ucraina – si avrebbero antagonismi nella costruzione di una nuova Ucraina, più sostenibile e democratica, che possa essere un domani integrata in Europa», conclude Ambrosetti.

E se democrazia significa anche creare stabilità con paesi al nostro confine, come suggerito da Ambrosetti, la decisione risulta chiara. Fondamentale sarà, infatti, il risultato delle elezioni per l’allargamento dell’unione una conseguente annessione dell’Ucraina al continente europeo. Se l’attuale Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato, l’ungherese Olivér Várhelyi, nominato dal presidente della Commissione europea e, dunque, strettamente correlato all’orientamento dell’europarlamento stesso, risulta ostile all’annessione di Kyjiv, lo stallo potrebbe sbloccarsi.

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