Il cuore e il pallottoliereIl referendum contro l’autonomia differenziata è un regalo per Meloni

Dal 1997 solo una volta i referendum abrogativi hanno raggiunto il quorum. Non sarà facile convincere la maggioranza assoluta degli italiani a partecipare. Non è troppo tardi per ripensarci

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A quanto pare, sarà un referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata il primo guanto di sfida che le opposizioni, ringalluzzite e inebriate dopo il voto europeo dalla bipolarizzazione estremistica del confronto politico-elettorale, lanciano contro la maggioranza meloniana, in attesa del referendum confermativo sul premierato che dovrebbe rappresentare l’O.K. Corral della legislatura. Non è stata ancora presa una decisione, ma è stata così solennemente annunciata dal Partito democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, +Europa e perfino da Italia Viva e dal contorno dell’associazionismo politico sindacale progressista, che è difficile che dopo una così formidabile fuga in avanti si faccia una precipitosa marcia indietro. Che sarebbe invece prudente fare e che andrebbe valutata dai maggiorenti campolarghisti con razionalità, visto che non sempre in politica si arriva vivi e trionfanti dove ci si aspetterebbe di essere condotti dall’entusiasmo della propria piazza.

Come è noto la validità dei referendum abrogativi è condizionata al raggiungimento di un quorum di votanti pari al cinquanta per cento più uno degli aventi diritto al voto. Come è altrettanto noto, è ormai prassi consolidata di tutte le forze politiche interessate alla conservazione delle leggi o delle norme abrogande optare per una strategia astensionistica, che costituisce un uso politicamente discutibile, ma non surrettizio di un dispositivo costituzionale di tutela delle decisioni del Parlamento. 

Dal 1997 a oggi i referendum abrogativi proposti non hanno mai raggiunto il quorum, tranne in un’occasione, nel 2011, dove per una serie di referendum i votanti sfiorarono il cinquantacinque per cento e i favorevoli superarono la soglia del cinquanta per cento degli aventi diritto. In quel caso si concentrarono però una serie di condizioni oggettivamente irripetibili. Il principale dei referendum riguardava il nucleare e si tenne poche settimane dopo il tragico incidente nella centrale giapponese di Fukushima con un’opinione pubblica spaventata e mobilitata (anche da dosi massicce di fake news). 

Inoltre la maggioranza del governo Berlusconi IV era in agonia da mesi, divisa al proprio interno e isolata al proprio esterno e sarebbe giunta al quasi default dell’Italia di lì a qualche mese. Infine, il tasso di astensionismo fisiologico, indipendente dalla natura dell’elezione o del voto, era ancora relativamente basso (l’affluenza alle urne alle politiche del 2008 era stata dell’ottantuno per cento, e due anni dopo nel 2013 sarebbe stata del settantacinque per cento).

Alle politiche del 2022 hanno invece votato meno di due italiani su tre (sessantaquattro per cento) e alle europee del 2024, poche settimane fa, meno di uno su due (quarantotto per cento), cioè meno della metà di quei circa 51,2 milioni di italiani che il prossimo anno dovrebbero andare a votare perché il referendum sia valido. Davvero qualcuno nell’opposizione pensa di riuscire a portare a votare contro Meloni e Salvini 25,6 milioni di italiani? Alle ultime europee hanno votato per le forze diverse da quelle della maggioranza di Governo circa dodici milioni di elettori, meno della metà di quelli che servirebbero per raggiungere il quorum sul referendum. Gli altri tredici e rotti milioni di elettori dove pensano di trovarli? Peraltro, a ingombrare il campo e a dividere le opposizioni, ma non la maggioranza, ci dovrebbe essere anche il referendum contro il Jobs Act promosso dalla Cgil e sostenuto pure da un pezzo del partito cui è intestata questa riforma, cioè il Pd.

Dunque sarebbe bene che le opposizioni, prima di andare dove le porta il cuore, facessero qualche conto per capire se il pallottoliere dei voti ce le porta davvero. Se, come è ragionevole supporre, un referendum del genere non riuscisse a raccogliere molto più che il voto di un italiano su tre, sarebbe un successo clamoroso, e totalmente regalato, di Meloni e di Salvini. 

Questi conti, peraltro, valgono a prescindere dall’utilità e dalla forza della mostrificazione propagandistica di una legge, che non fa molto altro che tradurre (e, per certi versi, neutralizzare) il contenuto di una norma costituzionale kamikaze, di cui non si può dire neppure che sia farina del sacco della Lega, bensì della sinistra. In ogni caso, questo è ancora un altro discorso, che ha che fare con l’ormai cronica impossibilità, nella maggioranza come nell’opposizione, di discutere di politiche e norme con un minimo sindacale di etica della verità.

 

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