Cultura del disastroL’Italia sta diventando un laboratorio di estremizzazione climatica

Al Nord piove tanto, a volte troppo, e al Sud non piove (quasi) mai. «Non venitemi a parlare di siccità, quest’anno», dice una signora milanese sulla metropolitana. Ma per capire l’emergenza climatica bisogna guardare fuori dal proprio orticello

LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – «Non avevo mai visto una cosa simile». A dirlo – a distanza di pochi giorni – sono state due persone diverse, provenienti da due luoghi situati agli estremi di un’Italia spaccata in due dalle condizioni meteorologiche avverse. Al Nord piove tanto, a volte troppo, e al Sud non piove (quasi) mai. Si tratta di fenomeni rispettivamente aggravati dalla cementificazione e dall’inefficienza di una rete idrica che, a livello nazionale, disperde il 42,4 per cento dell’acqua potabile, con percentuali molto più alte a Sud e nelle Isole. Il cocktail tra crisi climatica e malgoverno è sempre il più indigesto.

La prima persona a «non aver mai visto una cosa simile» è stata una turista che ogni anno frequenta la zona dell’Altopiano dei Sette Comuni, sulle Prealpi Vicentine, dove le piogge torrenziali dei giorni scorsi – in due ore, nella notte tra sabato e domenica, sono caduti ottantaquattro millimetri d’acqua – hanno provocato l’inedita esondazione del torrente Ghelpach. Lo spiega bene l’antropologo, scrittore e divulgatore Pietro Lacasella in questo post 

La seconda persona incredula, invece, risponde al nome di Dario Cartabellotta, dirigente generale del dipartimento Agricoltura siciliano: «Neanche il 1990 e il 2002, considerati i peggiori degli ultimi cinquant’anni, sono paragonabili a quello che sta accadendo», ha aggiunto. L’isola, che non si è mai davvero ripresa dalla siccità del 2022, sta vivendo la peggior crisi idrica della sua storia. Secondo Renato Schifani, presidente regionale, il deficit idrico della Sicilia è simile a quello di alcune aree dell’Africa settentrionale: a Catania, negli ultimi dodici mesi, sono scesi circa duecentoquaranta millimetri di pioggia, una cifra non lontana rispetto a quella registrata in certe zone aride della Libia. 

In Sicilia l’emergenza siccità dura ormai da due anni, e il rischio desertificazione interessa i due terzi del territorio: significa suolo poco fertile, agricoltura in ginocchio e allevamenti in affanno. La Regione, per limitare i danni, ha stanziato dieci milioni di euro per un voucher dedicato all’acquisto di foraggio per animali. Animali che rischiano di morire di fame e di sete e che, in alcuni casi, sono stati perfino abbattuti. Francesco Vincenzi, presidente dell’Anbi (Associazione nazionale bonifiche irrigazioni miglioramenti fondiari), ha detto che «ci stiamo abituando alla cultura del disastro».

Grafico delle precipitazioni cumulate dal 1 settembre 2023 – in millimetri – in Sicilia (fonte: sias.regione.sicilia.it)

A gennaio, per dire, in Sicilia si parlava già di razionamenti idrici. Oggi, in città come Messina sono stati rimodulati gli orari di distribuzione dell’acqua. In altre zone è cominciata la caccia alle autobotti anche per fini turistici, stanno aumentando le denunce per furti d’acqua e il costo della risorsa idrica pare destinato a salire. «Fino al 2015 potevamo contare su una certa stabilità: d’inverno nevicava quasi sempre e d’estate c’erano i classici temporali estivi, quindi avevamo un buon apporto di acqua, ma negli ultimi anni ha essenzialmente smesso di piovere d’estate», racconta a L’Altra Montagna il proprietario di un rifugio a 1.740 metri sull’Etna.

La siccità non sta colpendo solo la Sicilia, ma anche la Sardegna e tante altre Regioni del Centro e del Nord. A Bitonto, in Puglia, gli agricoltori si sono incatenati ai cancelli dei pozzi perché l’acqua viene erogata a singhiozzo. In Sardegna, secondo il sindaco del piccolo Comune di Torpè (Nuoro), le scarse precipitazioni e la chiusura dell’irrigazione nei campi dell’invaso di Maccheronis hanno «devastato il cento per cento delle colture agricole». Le principali dighe lucane hanno 291 milioni di metri cubi d’acqua rispetto ai 486 di dodici mesi fa. In Basilicata, stima l’Anbi, le perdite nella produzione di cereali potrebbero toccare punte del novanta per cento. Nel Lazio, dopo un inverno in cui la neve ha spesso ignorato gli Appennini, i fiumi Tevere e Aniene sono irriconoscibili in molte zone.

È anche il deficit di neve a tracciare il confine tra le due metà d’Italia che, ormai da mesi, stanno vivendo condizioni meteorologiche difficili ma diverse tra loro, sintomo di un’estremizzazione climatica (non esistono più vie di mezzo) sempre più evidente anche nelle zone mediterranee. Mentre al Nord la carenza di neve è stata colmata durante lo scorso inverno, al Centro-Sud il deficit rimane marcato.

Mentre i fiumi e i laghi meridionali annaspano, i bacini settentrionali strabordano. Lunedì 24 giugno, per fare un esempio, il lago di Garda (alla diga di Salionze) misurava 145,8 centimetri sopra lo zero idrometrico: il livello più alto dopo la piovosissima estate del 1977. In più, secondo l’Autorità distrettuale del fiume Po, «le portate medie mensili dei corsi d’acqua sono risultate superiori ai valori di riferimento e il fiume (Po, ndr), nel mese di marzo, ha registrato la portata media mensile più alta mai misurata in questo mese negli ultimi cento anni».

Svizzera, Francia e Italia settentrionale stanno vivendo un avvio d’estate all’insegna degli eventi meteorologici estremi, alluvioni in primis, aggravate da un suolo iper-cementificato e incapace di assorbire l’acqua piovana in eccesso. Martedì le strade di Mulazzano Ponte (Parma) sono state invase dall’acqua e dal fango del fiume in fase di esondazione; sempre nel Parmense, a causa dello straripamento del torrente Termina, è morto un uomo di ottantacinque anni. A Prignano sulla Secchia, nel Modenese, l’acqua fuori controllo del torrente Rossenna ha raggiunto e abbattuto un ponte, isolando un allevamento di beagle. Il tutto nell’indifferenza dei quotidiani mainstream italiani, che nelle prime pagine di ieri hanno totalmente omesso l’argomento (la maggior parte delle agenzie non ha nemmeno inviato i fotografi sul posto).

Milano, reduce dalla primavera più piovosa da quando esistono le rilevazioni digitalizzate (1896), settimana scorsa ha affrontato raffiche di vento superiori ai cinquanta chilometri orari, rivedendo i fantasmi del 25 luglio 2023. Proprio nel capoluogo lombardo, dopo l’ennesimo acquazzone sfuggito alle app del meteo, in metropolitana ho sentito una signora esclamare: «Non venitemi a parlare di siccità, quest’anno!». La nervosa passeggera ha avuto la fortuna di non trovarsi sullo stesso vagone di un siciliano o un sardo, ma il punto è un altro. In quel momento ho pensato e ripensato alle parole della climatologa e meteorologa Serena Giacomin, che ho intervistato diverse volte per capirne di più su questo clima in tilt a causa delle emissioni di gas serra.

«Per comprendere l’emergenza climatica bisogna guardare anche l’erba del vicino e imparare la differenza tra meteo e clima, tra globale e locale», raccontava Giacomin poco meno di un anno fa, nell’agosto 2023, durante una parentesi estiva particolarmente fresca. Mentre a Milano giriamo costantemente con l’ombrello e una felpa nello zaino, milletrecento persone sono morte per il caldo durante il pellegrinaggio alla Mecca; la Cina sta sperimentando il giugno più rovente della sua storia; in Messico, Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait le temperature hanno superato i cinquanta gradi; gli incendi stanno inghiottendo ettari e ettari di boschi in Grecia. E, nel corso dell’ultimo anno, ogni mese è stato il più caldo mai registrato. 

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