Ci vuole coraggioLa cachaça e una storia declinata al singolare femminile

Una giovane donna piena di coraggio e passione punta a diffondere nel mondo la tradizione e il valore del distillato di punta del Brasile

Partiamo da un presupposto banale: non è facile cambiare vita e lasciare tutto (una famiglia, un Paese, una carriera avviata) per intraprendere un nuovo percorso, inseguire una passione e ripensare se stessi “altrove”. È ancora più complicato farlo se si è una donna, se lo si fa da sola e se ci si trasferisce al di là dell’oceano per creare un nuovo mercato in grado di apprezzare e valorizzare un prodotto finora sottovalutato e talvolta ingiustamente discriminato.

A intraprendere la sfida ci ha pensato Maria Luisa Timoni Camargo Neves, 41 anni, giornalista, imprenditrice e sommelier, brasiliana di seconda generazione ma con origini veneziane, cresciuta nella comunità di oriundi italiani più popolosa al mondo e per vent’anni al comando di una fiorente azienda di comunicazione e marketing. Nel 2019 ha deciso di attraversare l’Atlantico (prima ad Amsterdam, poi a Firenze) e dedicarsi alla diffusione della cultura brasiliana nel mondo, a partire dalla valorizzazione della cachaça, un’acquavite ottenuta dalla distillazione del succo fresco di canna da zucchero, precedentemente fermentato.

«In Brasile ho lavorato con diverse case di moda, hotel, ristoranti, bartender e aziende del settore beverage; ho sviluppato una vera e propria passione per la cachaça e sono rimasta colpita da quanto poco questa parte della cultura brasiliana fosse conosciuta all’estero». Oggi infatti, a fronte dei mille nomi e delle oltre cinquemila marche che individuano questo distillato in Brasile, sono pochissimi i cocktail bar esteri (ad eccezione di quelli statunitensi) dove è possibile trovare in bottigliera un buon portfolio di cachaça artigianale di qualità.

«A differenza di quanto è avvenuto per altri spiriti, manca ancora la percezione della versatilità di questo distillato, che ha una propria polivalenza e sfumature distinte a seconda del luogo e del modo in cui viene prodotto». Ma non solo: sebbene in Brasile ci siano moltissimi produttori di canna da zucchero e cachaça, le aziende non hanno le risorse economiche necessarie a sostenere le burocrazie infinite e i costi di esportazione della cachaça nel mondo (per non parlare del fatto che la denominazione di origine riconosciuta come unica e autentica è ancora inesistente all’estero tranne che in Stati Uniti, Messico, Colombia e Cile, che hanno riconosciuto la cachaça come categoria D.O. e dove i piccoli marchi riescono ad affidarsi a qualche brand della grande distribuzione). È questo il motivo principale per cui finora fuori dal Brasile è stato quasi impossibile reperire una cachaça non industriale e, di conseguenza, trovare bartender predisposti a utilizzare e proporre questo distillato.

«Durante la pandemia ho iniziato a scrivere di arte, cultura e vino come corrispondente free lance per il Brasile e poi ho deciso di dare una svolta alla mia vita. All’inizio 2022 ho riattraversato l’oceano e mi sono dedicata alla ricerca delle migliori aziende (tra la miriade di piccoli produttori sparsi sul territorio) con cui iniziare una collaborazione. Ho fatto centinaia di test e assaggiato altrettante varietà di cachaça fino a trovare la situazione giusta in cui produrre la mia, una tenuta a gestione familiare a Minas Gerais, nel sud-est del Paese».

Nel 2024 Maria Luisa ha fondato il suo marchio di cachaça artigianale distillata in alambicco di rame Blu, disponibile nelle varianti Pura, Amburana e Carvalho, e per il quale sta facendo tutto da sola (dalla supervisione della produzione al controllo del prodotto, dall’acquisizione delle licenze, alla scelta delle bottiglie e delle etichette fino all’esportazione, alla comunicazione e alla distribuzione).

«Ho sentito il bisogno istintivo e il desiderio irresistibile, anche se sapevo di mettere in gioco tanto e che sarebbe stata un’impresa rischiosa, soprattutto perché intrapresa solo con le mie risorse, senza soci o investitori e con in più gli ostacoli burocratici che rendono tutto più complicato (solo per il trasporto e lo sdoganamento, la merce ci mette più di un mese ad arrivare dal Brasile a Milano). Ma ne è assolutamente valsa la pena!».

I dati forniti dall’Ibge (Istituto brasiliano di geografia e statistica) dimostrano che, nonostante il mercato sia ancora agli albori e siano ancora pochissime le etichette che arrivano all’export verso l’Europa, la cachaça potrebbe essere destinata ad andare incontro allo stesso trend del rum e del whisky, e che proprio l’Italia ha un grande potenziale.

In più lo scorso marzo, dopo il precedente risalente al 1997 e riguardante la caipirinha, un secondo drink italo-brasiliano a base di cachaça è entrato a far parte della lista ufficiale Iba. Come si dice sempre, la speranza è ultima a morire! Maria Luisa si sta impegnando a promuovere scambi tra bartender italiani e brasiliani e organizzare guest bartenders e masterclass nei due Paesi allo scopo di fargli conoscere reciprocamente le rispettive culture. «Spero che in futuro altre aziende possano trovare più porte aperte nel mercato internazionale e si impegnino a fare qualcosa di simile a ciò che sto facendo, per portare il culto e il gusto della cachaça in tutta Europa, fino all’Asia».

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