Ammissione di colpa L’omicidio Matteotti emerse già negli scritti privati del capo della polizia Emilio De Bono

In una lettera poco nota inviata a un paio di settimane dalla scomparsa del martire antifascista, il quadrumviro della marcia su Roma nega ogni complicità ai fatti del 10 giugno 1924, e prende le distanze con disprezzo dal clima di violenze ormai incontrollabili

Cecilia Fabiano/LaPresse

Quando cento anni fa, il 10 giugno 1924, si sparge la notizia che il capo dell’opposizione Giacomo Matteotti è stato rapito la polizia indaga. Due ragazzini hanno visto cinque squadristi aggredire Matteotti e hanno descritto l’automobile su cui era stato caricato il leader socialista come “un’automobile, nera, elegante, chiusa”. Due testimoni, notando i movimenti sospetti di una Lancia nera sotto casa di Matteotti, ne hanno annotato il numero di targa. Giunta la sera e abbandonato il corpo di Matteotti in un bosco vicino Roma, i sequestratori Amerigo DuminiAlbino VolpiGiuseppe ViolaAugusto Malacria e Amleto Poveromo, tornano a Roma e parcheggiano con noncuranza l’auto nel cortile del Viminale, dove il capo della banda, Dumini, incontra il segretario personale di Mussolini, Arturo Benedetto Fasciolo, per raccontargli i fatti: “Matteotti si dimenava troppo, abbiamo dovuto accoltellarlo”.

La mattina seguente Fasciolo informa Mussolini, che adotta la tattica dello struzzo. Il 12 giugno risponde a un’interrogazione parlamentare: “Credo che la Camera sia ansiosa di avere notizie sulla sorte dell’onorevole Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì scorso in circostanze di tempo e di luogo non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto, che, se compiuto, non potrebbe non suscitare lo sdegno e la commozione del governo e del parlamento”, In realtà sa già tutto.

Dumini viene arrestato il 12 giugno 1924 alla stazione di Roma Termini, mentre si accinge a partire per il nord Italia. Nella sua valigia vengono trovati indumenti insanguinati di Matteotti. La situazione per gli assassini e per il fascismo sembra precipitare, Mussolini per coprirsi contrattacca. Il 17 giugno impone le dimissioni al sottosegretario all’Interno Aldo Finzi e a Cesare Rossi, capo dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio, al quale Mussolini stesso aveva affidato la costituzione della Ceka, la struttura illegale che doveva colpire gli antifascisti e di cui facevano parte gli assassini di Matteotti.

Nella stessa giornata viene arrestato mentre cerca di scappare in Francia, Filippo Filippelli, il direttore del quotidiano Il corriere italiano che ha noleggiato la Lancia kappa agli assassini. Il 18 giugno Mussolini rinuncia alla guida del ministero dell’Interno che passa a Luigi Federzoni, lo stesso giorno vengono arrestati Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Partito fascista e cassiere della Ceka, e Cesare Rossi, accusati di sequestro di persona. Viene costretto a dimettersi anche Emilio De Bono, capo della polizia e uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Uomo della normalizzazione del fascismo al governo, al punto che già nel 1923 invia le seguenti disposizioni: “azioni inconsulte o atti di provocazione e prepotenza si colpiscano senza riguardo gli autori o i ritenuti responsabili. Quando poi con la bandiera fascista si coprono beghe personali o camarille si colpiscano senza indugio i responsabili, specialmente se capi”.

Il 24 giugno, De Bono, che nega ogni complicità e consapevolezza dell’omicidio, fa recapitare questa lettera agli amici più fedeli, tra cui Italo Balbo, altro quadrumviro e Comandante generale della Milizia, e a Francesco Sacco, Capo di stato maggiore della Milizia. Un documento non molto noto e qui ritrovato nella versione originale che lui stesso ha corretto a mano. Dice molto sul clima di violenza nel quale il fascismo continuava a espandersi, sulla drammaticità del momento e sull’allarme di Mussolini per il “misfatto”:

“Roma 24 giugno 1924
Carissimi amici, da una settimana il mio onore è stato messo in gioco e voi sapete lo strazio che ne ha il mio povero animo. Mi sono sacrificato serenamente, benché ingiustamente, sotto l’imputazione di incapacità, o di inattività, come capo della Polizia. (…) Io non so quanto potrò resistere nel doloroso silenzio che mi sono imposto, e poiché non sono ufficialmente scagionato, non so quel che mi possa accadere. È per questo motivo che scrivo a voi fedelissimi questa lettera.

Superfluo che ritorni qui a dire della mia costante opera di moderazione: la conoscete. (…) Della mia recisa opposizione a ogni atto inconsulto possono testimoniare Finzi, Acerbo, Chiavolini, Bianchi e Cesare Rossi, sempre presenti al diuturno rapporto dal presidente. (…) I prefetti tutti possono dire delle continue mie disposizioni e raccomandazioni in proposito.

L’assalto al villino Nitti, quello a Misuri, quello ad Amendola e a Forni: tutti eseguiti a mia insaputa. Ogni volta che seppi ho puntato i piedi. Così mi sono imposto perché a Roma, dopo le elezioni, non si facesse la gazzarra fatta a Milano. Tutto questo con grande contrarietà di Cesare Rossi, che mi odiava. Dumini io lo volevo perseguire fin quando fece, o meglio tentò, la vendita di armi alla Jugoslavia. Subito dopo le elezioni e ancora dopo il duello di Dumini con Giannini io dissi a Mussolini: «Dì a Rossi che mandi fuori dai coglioni Dumini». Anche per Volpi dissi cento volte di farlo arrestare, ma non vi riuscii mai. Di fronte a questi fatti io avrei dovuto, forse, dare le dimissioni ma la mia fedeltà al presidente era quella di un cane, e non volevo menomamente far apparire un dissidio con lui.

E veniamo all’epilogo. (…) Perché non ho fatto arrestare subito Cesare Rossi. La sera del 12, dopo il gran consiglio, il presidente volle che l’accompagnassi a casa. Io stesso gli prospettai i gravi sospetti che potevano cadere sul Rossi, data la sua intimità col Dumini. Io dissi anche a Mussolini che avevano chiesto di parlare subito con me e che per questo sarebbero venuti al Viminale. Vennero infatti; c’era anche Finzi. Saliamo nel mio ufficio. Il Rossi disse: «Ma se arrestate Dumini, Volpi e compagni, bisognerà trovare il modo di liberarli subito perché se no quelli parleranno e diranno di aver avuto incarico da noi di far fuori Matteotti». Io allora allibii; tacqui e Rossi proseguì: «Perché, è inutile, c’era l’assenso, anzi l’ordine del presidente». Io tacqui e Marinelli soggiunse: «Certo, guai se quelli parlano. Le dirò, Eccellenza, che quando Rossi venne ad annunziarmi il grave proposito, io rimasi molto impressionato e giovedì andai dal presidente, al quale prospettai la formazione di una specie di ceka per guardarci dai nostri irriducibili avversari e gli feci il nome di Dumini come capo. Il presidente assentì». Ci sciogliemmo. Il mattino dopo (…) riferii per intero il dialogo al presidente, che scattò dicendo: «Mi si vuol ricattare».

Vi è noto che gli avvenimenti poi precipitarono; vennero le dimissioni di Finzi, per le quali energicamente protestai col presidente, perché lui sapeva perfettamente che Finzi non entrava per niente nel misfatto. Gli dissi che non sarei rimasto al mio posto se con le dimissioni di Finzi non vi fossero state anche quelle di Rossi e le ottenni. Era presente Acerbo al mio colloquio col presidente. So poi che vi fu un tragico colloquio tra il presidente e Rossi quel mattino stesso, ma al quale io non volli assistere. Dopo le dimissioni, Rossi fu da me subito fatto sorvegliare: Non potevo arrestarlo, perché non dovevo dimenticare che egli dipendeva direttamente dal presidente del Consiglio, che sapeva tutto e che avrebbe saputo darmene l’ordine. Ordine che mi diede il giorno 15 (…). Eccovi amici, quel che ritenevo di dovervi esporre. È alla vostra fedeltà che ne affido l’uso se sarà necessario.

Vi abbraccio, F/to vostro Emilio De Bono.

P.s. È bene sappiate che il presidente, mentre Rossi era già nascosto, mi pare il mattino del 17 ricevette da lui una lettera feroce, nella quale gli rinfacciava una quantità di cose volute da lui, gli dava del cinico e lo minacciava. Fra l’altro accenna all’“agguato” tesogli da De Bono. Questo ad evidente conferma di quello che subito io feci per farlo arrestare”.

Il 16 agosto 1924 il corpo di Giacomo Matteotti venne ritrovato in un bosco dai carabinieri di Sacrofano. De Bono, accusato di essere stato tra gli organizzatori del complotto e costretto a rinunciare a tutti i suoi incarichi, fu in seguito prosciolto e riabilitato. Nel settembre 1929 Mussolini lo nominò ministro delle Colonie.

Dumini, arrestato il 12 giugno 1924, venne condannato per omicidio preterintenzionale a cinque anni, undici mesi e venti giorni, di cui quattro anni condonati in seguito all’amnistia generale del 1926. Insieme a Dumini furono condannati e poi amnistiati anche Volpi e Poveromo. Malacria e Viola vennero assolti. Marinelli, arrestato il 18 giugno 1924, rimase in carcere 18 mesi.  Filippelli venne scarcerato nel 1925, dopo aver ritrattato le accuse mosse in un primo momento a De Bono, ma avendo accusato Mussolini di essere il mandante dell’omicidio, fu sottoposto a vigilanza, espulso dal Partito fascista e radiato dall’Ordine degli avvocati. Rossi fu prosciolto in istruttoria e liberato nel dicembre 1925. Appena libero, per timore di vendette, si rifugiò in Francia e pochi mesi dopo, avendo accusato Mussolini dell’omicidio di Matteotti, gli fu tolta la cittadinanza italiana. Roberto Farinacci, che difese in giudizio gli imputati con troppa enfasi, contrariamente a quanto disposto da Mussolini che voleva un processo senza clamore, fu costretto a dimettersi da segretario del Partito nazionale fascista.

Il processo fu nuovamente istruito nel dopoguerra, con la dichiarazione di non doversi procedere a carico di Mussolini Benito per estinzione del reato a causa del suo decesso. Dumini, Viola e Poveromo furono condannati all’ergastolo, poi commutato in trent’anni di carcere. Cesare Rossi venne assolto per insufficienza di prove. Per gli altri imputati si ravvisò il non luogo a procedere a causa dell’amnistia Togliatti del 1946. Nel 1952 Dumini sarà nuovamente amnistiato.

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