Amori politiciGiacomo Matteotti e la lunga lotta per la libertà

Nel romanzo “Muoio per te” (Mondadori), Riccardo Nencini racconta il rapporto del martire antifascista con la moglie Velia Titta

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Nel tardo pomeriggio la situazione si complica. Modigliani, recatosi in questura per denunciare la scomparsa di Matteotti, capisce che il questore Bertini è informato. Se ne è già a conoscenza, significa che il capo della polizia, Emilio De Bono, ne sa più di lui. All’oscuro di tutto è Velia, la moglie. Ha passato la notte affacciata alla finestra che guarda il Tevere scorrere, non sa cosa dire ai bambini che le chiedono dove sia il padre. Schiantata dal dolore, la faccia è un martirio.

La vita di una persona, per complicata che sia, consiste in un solo momento, e quel momento è arrivato. Si è liberata l’ombra del male, lo sente, non ha motivo di pensare il contrario. Benché ostenti le cicatrici di un veterano, il suo Giacomo non si è mai arreso, non è mai andato in letargo. Ora poi, ora che ha sfidato il regime nel giorno del trionfo del Duce, ora sì che c’è da aspettarsi l’orrore. Albeggia quando è scesa sul marciapiede, ha chiesto qua e là, poi ha informato i compagni e si è messa di sentinella di fianco alla tabaccheria, in attesa. Ombre che aveva seppellito risorgono nitide, la vita intera le passa davanti, i baci, le carezze, i litigi, le lettere, soprattutto le centinaia di lettere, una va una viene, baci di carta, la conferma di un matrimonio tra un profugo e una vedova bianca.

Del resto, sapeva, ha sempre saputo, fin da quando le ha infilato l’anello, l’8 gennaio di otto anni prima, alle quattro di un sabato, nel silenzio del Campidoglio. E dire che Titta Ruffo, il fratello, si era raccomandato che non convolassero a nozze. “Quello è un san Sebastiano. Io lo vedo legato a un albero trafitto di frecce”. Quante volte si è chiesta se si può amare un uomo che incroci tra una riunione e un comizio, un uomo che non ti appartiene perché appartiene a un partito. Eppure si era gettata nella corrente e aveva cominciato a nuotare. Inutile lottare contro un sentimento che ti ha cambiato la vita. L’amore è eresia, quante volte ti innamori di chi è più lontano da te?

Per la verità, Giacomo l’aveva messa in guardia, le aveva scritto poco prima di salire le scale del comune di Roma. “La mia vita è questa, in questa lotta e in quelle contraddizioni. Ma ho bisogno soprattutto di te; tu sei tutto quello che mi manca”. E lei: “Vale la pena di desiderare, di vibrare talvolta fino a sentirsi spezzare per struggere in una melanconia e in una solitudine crudele che ci annienta”.

Ora che i mesi si misurano in omicidi e il corpo del marito è l’immagine della frattura che divide l’Italia, ora che avverte il dolore salire, si aggrappa ai ricordi che volano via. I bambini dormono ancora mentre lei cammina su e giù, da un lato all’altro di via Pisanelli. D’un tratto il respiro si accorcia, il cuore a tamburo. Si blocca, cerca aiuto nella luce rossastra del primo mattino, si volta. Nessuno! Chiude gli occhi, coglie un pensiero che la martella da ore, rammenta. Era già tutto scritto. Di nuovo una lettera, la cicatrice originale, l’anno in cui tutto è iniziato, il ’21, la scissione di Livorno e la bastonatura a Ferrara. I fascisti lo pedinano e lui li provoca, lo minacciano e lui si muove senza scorta, lo prendono a sassate e lui visita i compagni feriti nello scontro di fronte al municipio. A sera, si chiude in camera e affida i sentimenti alla carta: “Cara Velia, mi basterebbe sapere che stai bene. Non avere nessuna preoccupazione…”. Lei gli risponde a stretto giro di posta, parole che si sono rivelate un presagio: “… più difficile mi è persuadermi che arrivato a questo punto non ti è più concessa nessuna viltà, dovesse costarti la vita”.

Nella solitudine l’unico conforto è la madre. Velia l’ha persa a quattordici anni, quattro anni prima, all’alba del nuovo secolo, aveva perso anche il padre. Se n’è andato con un’altra donna abbandonando la moglie e sei figli al loro destino. Ha bisogno di lei per capire come possa salvarsi dalla perdita del suo unico amore. È il suo stesso dolore che sente, il suo stesso tormento “per non aver saputo tenere Giacomo a me, al sicuro e lontano da una fine che ho sempre sentito vicina”. Una colpa che vuol condividere anche se colpe non ha. Le scrive nel buio della sua camera, alla luce fioca di una candela. Si rifugia nel grembo di chi può ascoltarla e per farlo deve essere sola. Sola nel letto della nostalgia e dell’intimità. “In questa notte senza più illusioni, l’oscurità e l’angoscia sembrano aver avvolto la mia vita. Non so più come lasciare questo letto, gelido e troppo grande per me, ormai sola, ma che al tempo stesso sembra voler impedire di alzarmi con un senso di disgrazia imminente. Sono paralizzata, non sono pronta ad affrontare la giornata, ad affrontare la vita senza mio marito.

Io so. So già di essere vedova benché non ci sia ancora un corpo su cui piangere. Non so davvero cosa dirò a Giancarlo che ha sei anni o a Matteo che ne ha tre. Isabella ha appena due anni e non conoscerà mai suo padre. Dovrò affrontare le domande dei bambini, loro non comprenderanno come non ho compreso io quando mio padre ci ha abbandonati. Non sono preparata a sostenere i loro occhi e il bisogno incolmabile che avranno del loro padre.”

 

Tratto da “Muoio per te” di Riccardo Nencini, Mondadori, pp. 312, 20€

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