Agenda 2030La vera alternativa europea dopo il 9 giugno

Nonostante la crescita delle destre, è probabile che la maggioranza europea rimanga nelle mani di un’alleanza europeista tra Popolari, Socialisti e Liberali, sperando che la proposta politica si basi sullo sviluppo sostenibile, bilancio ambizioso e autonomia strategica

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Un dato politico apparirebbe quasi incontrovertibile: la nave dell’Unione europea virerebbe a destra e anzi verso l’estrema destra e gli emicicli di Strasburgo e di Bruxelles si tingerebbero di tre sfumature di colore bruno più o meno accentuato invadendo il rosso delle sinistre, il rosa dei socialisti, il verde degli ecologisti, il giallo dei liberali e il blu dei popolari. Le camicie brune furono indossate dalle Sturmabteilungen e cioè dai reparti d’assalto che, fra il 1921 e il 1933, svolsero un ruolo di rilievo nell’ascesa al potere di Adolf Hitler.

Immaginiamo che la presentazione colorata degli emicicli di Strasburgo e Bruxelles da sinistra a destra non alluda a un legame storico fra le destre e le estreme destre del ventunesimo secolo, che attraversano ormai politicamente quasi tutti i paesi membri dell’Unione europea, e le squadre paramilitari nate nella Repubblica di Weimar anche se fra i nuovi movimenti ci sono frange con evidenti nostalgie fasciste come è stato dimostrato dalle dichiarazioni dello Spitzenkandidat ed europarlamentare di Alternative für Deutschland Maximilian Krah secondo cui «chi aveva l’uniforme SS non era automaticamente un criminale».

In Austria, Francia e Germania i risultati delle elezioni europee hanno sorriso in effetti ai movimenti di destra e di estrema destra perché l’austriaco FPÖ (erede di Jorg Haider) ha raddoppiato i deputati da tre a sei (su venti seggi in totale), il Rassemblement National francese di Marine Le Pen è passato da diciotto a trenta deputati a cui  si devono aggiungere quelli di La France Fière di Marion Marechal e dunque un totale di trentacinque parlamentari su un totale di ottantuno francesi e l’AfD tedesca è passata da nove a quindici parlamentari sui novantasei seggi assegnati alla Germania con effetti nazionali che hanno terremotato il panorama politico in questi tre paesi fino al punto di spingere Emmanuel Macron all’azzardo ad altissimo rischio per la Francia e per l’Unione europea di convocare elezioni legislative anticipate il 30 giugno e il 7 luglio.

Poiché le elezioni dal 6 al 9 giugno erano europee e non nazionali, vediamo se la nave dell’Unione europea – già scossa da un susseguirsi di tempeste che hanno attraversato la nona legislatura europea dal 2019 al 2024 – ha effettivamente virato a destra o, meglio, verso l’estrema destra e se Giorgia Meloni e Marine Le Pen saranno in grado di dare le carte per il rinnovo delle prossime leadership europee come hanno scritto The Economist ed Euractiv.

I colori bruni nell’Assemblea europea, eletta nel maggio 2019, riguardavano il gruppo di Identità e Democrazia guidato in particolare da Marine Le Pen e Matteo Salvini insieme all’AfD tedesca con settantatré parlamentari e il Gruppo dei Conservatori a prevalenza polacca e spagnola con una partecipazione ancora relativamente marginale di Fratelli d’Italia con sessantatré parlamentari a cui si dovevano aggiungere venticinque parlamentari di diverse destre per un totale di centosessanta deputati e una percentuale del 22,8 per cento dell’intero Parlamento.

Gli stessi colori bruni nell’Assemblea europea, eletta dal 6 al 9 giugno riguardano oggi il gruppo dei Conservatori ora guidati da Fratelli d’Italia insieme agli spagnoli di Vox e ai polacchi del PiS fortemente indeboliti nei loro paesi con settantatré parlamentari e il gruppo di Identità e Democrazia ancora una volta guidato dal Rassemblement National insieme alla Lega crollata al di sotto del dieci per cento con centotrentuno parlamentari a cui si aggiungono quarantasette diverse estreme destra per ora senza casa come i quindici dell’AfD espulsa dal gruppo Id e gli undici dell’ungherese Fidesz per un totale di centosettantotto deputati pari al 24,2 per cento dell’intero Parlamento.

L’ipotesi vagheggiata da Marine Le Pen dii unire in un unico gruppo «tutti i patrioti», rivolgendosi anche agli euro-ostili di sinistra, è un puro miraggio politico irraggiungibile considerando le divisioni che separano i nazionalisti e il fatto che alcuni, come Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ods di Petr Fiala, sono al governo e altri, come il Rassemblement National e il PiS, sono attualmente all’opposizione.

Nelle complesse alchimie politiche e nazionali che dovranno portare in successione all’elezione del Presidente della Commissione, all’approvazione di tutta la Commissione e dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica della sicurezza e all’elezione del Presidente del Consiglio europeo le carte saranno date nel quadro di un accordo inter-istituzionale fra governi e Parlamento europeo in cui – dopo le schermaglie pre-elettorali – dovrebbe prevalere un’intesa “europeista” fra Popolari, Socialisti e Liberali i cui gruppi rappresentano nella nuova assemblea il cinquantasette per cento dell’intero Parlamento europeo a cui potrebbero unirsi anche i Verdi avendo escluso socialisti e liberali la possibilità di unire il loro voto a quello dell’Ecr (e dunque di Fratelli d’Italia) e ancor di più a quello di Identità e Democrazia all’interno di un’intesa che riguarderà anche il Presidente dell’Assemblea insieme all’Alto Rappresentante e, indirettamente essendo una prerogativa che spetta ai soli Capi di Stato e di governo, il Presidente del Consiglio europeo. 

Non basterà certo quest’intesa europeista per estirpare le radici delle proteste che hanno spinto in avanti i movimenti di destra e di estrema destra pronti a usare e a soffiare sulle paure legate alle politiche migratorie, alle conseguenze economiche e sociali della conversione ecologica, alle insicurezze e alla crescita delle diseguaglianze poiché l’obiettivo deve essere quello di difendere l’avvenire delle nostre democrazie in un continente scosso dalle guerre, dai rischi delle devastazioni provocate dai cambiamenti climatici e dalla insostenibilità delle politiche nazionali. 

Di fronte a queste sfide dirompenti le culture politiche europeiste sono invece apparse negli ultimi anni divise, incerte e balbettanti di fronte alle proteste, attirate talvolta dalle pulsioni populiste e incapaci di andare al di là di soluzioni provvisorie ed emergenziali.

Per evitare il rischio che la nave dell’Unione europea possa virare effettivamente a destra e cioè verso un indebolimento delle regole democratiche, è necessario un patto fra il Parlamento europeo e la nuova Commissione per tutta la legislatura gettando le basi di una vera alternativa europea articolata sulle priorità di uno sviluppo socialmente sostenibile (l’Agenda 2030), di un bilancio ambizioso per garantire beni pubblici attraverso vere risorse proprie, del completamento della conversione ecologica e delle transizioni digitale ed energetica, della convergenza delle nostre economie come condizione per la competitività europea e dell’autonomia strategica europea, con particolare riferimento alla politica estera e alla dimensione della difesa, in un mondo multipolare.

L’obiettivo finale di questo patto dovrebbe essere l’approvazione di una riforma costituzionale prima dell’allargamento ai Balcani e all’Europa orientale evitando il labirinto istituzionale della “convenzione”, la cui apertura appare bloccata dall’ostilità dei governi, e l’ostacolo di un negoziato intergovernativo usando un metodo che coinvolga tutte le forze politiche nel Parlamento europeo e nei parlamenti nazionali attraverso delle assise interparlamentari insieme alla democrazia partecipativa applicando lo strumento innovativo delle “convenzioni di cittadini europei”.

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