Di Schlein e di governo Il campo largo non c’è più, ora il Pd ha la possibilità di tornare maggioritario

Grazie al partito plurale, e soprattutto ai candidati riformisti, la segretaria ha ottenuto un risultato eccellente, conquistandosi la sfida alle politiche contro Meloni. Dovrà però guardarsi da estremismi parolai e offrire un’alternativa affidabile per guidare l’esecutivo

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Il Partito democratico è vivo, ma nel deserto. Il campo largo è morto. Forse era il prezzo che Elly Schlein doveva pagare: col sorriso sulle labbra ha strappato voti agli alleati, una prima analisi dei flussi racconta che ha tolto all’ex Terzo polo ma anche al Movimento 5 stelle e preso dall’astensione. Era quello che voleva. Di là, cioè dalla destra, non arriva niente, e questo è “il” problema del Pd.  Sta di fatto che la mitica alternativa di governo è tutta da inventare. Tranne Alleanza Verdi-Sinistra di Fratoianni&Bonelli (sapremo mai quanto il fattore Salis ha dopato il loro consenso?), Giuseppe Conte è caduto nelle sabbie mobili delle sue macchinazioni e l’ex Terzo polo è sprofondato sotto il peso di un’arrogante persistenza di politicismi e personalismi. 

Resta dunque il Pd, una cattedrale nel deserto. Una cattedrale piena di «cardinali», come li chiama Paolo Rumiz nel suo ultimo libro, finora intenti «a sbranarsi tra di loro». La vittoria alle europee con un imprevedibile ventiquattro per cento però cambia tutto, a partire dal clima interno. Schlein oggi ha la forza per ripartire. Non sarà una cosa breve né facile. Inutile dirlo, sarà la leader per i prossimi anni, se non succede un cataclisma sarà lei la candidata presidente del Consiglio per sfidare Giorgia Meloni – d’altronde il bipolarismo sta funzionando, questa è stata la vittoria delle due donne. 

La politica è imprevedibile, un anno fa Schlein era considerata da molti del suo stesso partito una perdente, una «che ci porta al diciassette per cento», come disse Nicola Zingaretti, da lei prima portato in Parlamento e poi ora all’Europarlamento (dove lotta per fare il capo del gruppo dei Socialisti e Democratici, ma è più probabile che lo faccia una socialista spagnola al posto di Iratxe García Pérez). Invece – dice Lorenzo Guerini – «pensavo che saremmo andati bene, ma non così tanto».

Esultano tutti al Nazareno dopo Elly è salita di tono e piano piano ha conquistato le varie correnti anche grazie a un accorto uso del bilancino per fare le liste, e poi la campagna elettorale a tappeto ha funzionato, altro che quella di Enrico Letta, ha ripreso a funzionare anche la vecchia militanza. 

C’è il Pd dunque che ora ha la possibilità di aprirsi agli elettori, più che ai dirigenti dei partiti che sono andati in crisi, puntando cioè a fare quello che dal 2008 i dem non hanno saputo o voluto fare, un partito di governo a vocazione maggioritaria che certo da solo non basta, ma che è condizione per sfidare la destra di Giorgia Meloni. Sono risultate sbalorditive le performance personali dei candidati riformisti, da Giorgio Gori a Irene Tinagli, da Pina Picierno, che dovrebbe essere confermata come vicepresidente dell’Europarlamento, a Stefano Bonaccini senza dimenticare sindaci certo non massimalisti come soprattutto Antonio Decaro.

«Giorgia Meloni, stiamo arrivando», ha detto ieri la segretaria dem. Adesso sta a lei non rinchiudersi nello schleinismo di lotta e guardarsi da estremismi parolai cominciando da subito a dare una fisionomia di partito di governo al suo Pd. Per lanciare il suo guanto di sfida a «Giorgia detta Giorgia» e aprire una nuova prospettiva politica.

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