Meglio il PdLa débâcle del terzo polo e la fine del progetto liberal-democratico

Inutile aprire il file delle responsabilità, è arrivato il momento di cambiare schema di gioco e apprezzare il grande risultato dei riformisti e dei liberali del Partito democratico

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La profezia di Francesco Cundari si è avverata: né Matteo Renzi né Carlo Calenda hanno superato il quorum del quattro per cento. Era prevedibile che Azione non ce la facesse, infatti il risultato finale rispecchia i sondaggi della vigilia. Molto meno prevedibile che non riuscisse nemmeno Stati Uniti d’Europa a superare il quorum, perché Renzi si era alleato con Emma Bonino e tutti i sondaggi li davano sopra, sia pure di poco, il quattro per cento. 

Ma la campagna elettorale di Renzi e Bonino è stata a dir poco fiacca, senza idee, con candidature debolissime, o sbagliate come quella dell’anti ucraino da bar dello sport Gianfranco Librandi nella testa di lista a nord-ovest, e con altre scelte improbabili, imposte da PiùEuropa, come il no alla candidatura di Renzi a Nord-est per non oscurare una militante della cannabis libera, con il risultato che in quella circoscrizione Stati Uniti d’Europa ha preso il tre per cento, ed è stata superata perfino da Azione. 

Calenda ha fatto una campagna più vivace, migliore sui contenuti e su tutto, con cui ha anche convinto parecchi ex radicali che non sopportano più Bonino e il gruppo che le sta intorno.

Conosco famiglie e gruppi di amici che condividono le stesse idee politiche, ma che si sono divise al loro interno tra i due Dioscuri oppure hanno votato i riformisti del Partito democratico per paura, ben riposta, di sprecare il voto.

E così il risultato è stato un patatrac leggendario su cui è inutile riaprire il file delle responsabilità, perché sono di tutti i protagonisti, Renzi non ha voluto fare il partito unitario per tenersi le mani libere e Calenda per ripicca ha fatto saltare la federazione del Terzo Polo, ed è incontrovertibile la genesi dell’ultimo inciampo: Bonino ha lanciato un appello per fare una lista comune a tre, non un’alleanza politica, Renzi ha detto sì, e Calenda ha detto no perché non voleva fare con Renzi nemmeno una lista di scopo, malgrado poi gli eventuali eletti sarebbero entrati nello stesso gruppo parlamentare di Bruxelles. 

In conferenza stampa, Calenda ha rivendicato la scelta, spiegando che il suo elettorato e quello di Renzi sono incompatibili, quando incompatibili sono i due leader, non gli incolpevoli elettori. 

Renzi e Calenda ne escono ammaccati, probabilmente per sempre. La notizia buona è che, nonostante tutto, gli elettori ci sono, perché il totale delle due liste supera d’un soffio il 7 per cento dei votanti, e sicuramente, malgrado Calenda pensi il contrario, una proposta unica avrebbe ottenuto anche un risultato migliore e oggi parleremmo d’altro, di un otto-dieci per cento e di un vero terzo polo. 

L’altra cattiva notizia, oltre agli zero deputati, è che il risultato di ieri certifica che non c’è più spazio per una forza centrista liberale non schierata né di qua né di là. Le Europee con la proporzionale, e senza l’effetto bipolare dei collegi uninominali, erano l’unica e ultima occasione per dimostrare la vitalità  di quest’area, per poi decidere alle prossime politiche se stare con i progressisti o con i conservatori (ovviamente meglio con i primi, ma vai a sapere). 

Persa miserabilmente l’occasione europea, non ha più senso riproporre lo stesso schema, anche con leader diversi da Renzi e Calenda (che peraltro non ci sono). 

L’ottima performance dei riformisti e dei liberali dentro il Partito democratico, che ha contribuito notevolmente al buon risultato del Pd plurale di Elly Schlein, dimostra invece che c’è vita e c’è speranza nel partito che ha retto il paese negli ultimi anni. Spetta ora a Pina Picierno, a Giorgio Gori, a Irene Tinagli, ma anche ad Antonio Decaro, a Stefano Bonaccini, e a molti altri che siedono in Parlamento, sfruttare l’opportunità della débâcle di Renzi, Calenda, Bonino per far crescere l’area socialista liberale dentro il Pd e attrarre anche quel sette per cento di elettori del defunto Terzo Polo, in modo da offrire agli elettori una vera alternativa di governo del paese.

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