In fondo al marLe nuove frontiere del mining

Il boom della domanda di minerali e materie prime e la necessità di diversificare gli approvvigionamenti contribuiscono alla crescente attenzione sulla possibilità di estrarre risorse localizzate nei fondali profondi, nell’Artico e persino nello spazio

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 60 di We – World Energy, il magazine di Eni

L’attuale sistema internazionale è caratterizzato sempre più da una condizione “iper-competitiva”, basata anche sul presidio della frontiera tecnologica e sulla ricerca di controllo sulle catene di fornitura strategiche. A tale riguardo, l’accesso alle materie prime critiche assume, oltre ad una valenza economica, anche una forte connotazione politica, dal momento che da esse dipende la competitività di settori industriali fondamentali – come quello della Difesa – e la transizione energetica e digitale.

Inoltre, l’aumento della popolazione mondiale contribuisce alla maggiore sete di risorse chiave per lo sviluppo, con conseguenze sulla sfida degli approvvigionamenti strategici tra gli attori globali. L’attuale contesto di transizione energetica e competizione geopolitica accelera quindi sia la domanda di minerali critici che le spinte per una diversificazione delle catene di approvvigionamento alla luce dell’elevata concentrazione delle attività di estrazione e, soprattutto, di raffinazione. La riconfigurazione della globalizzazione attraverso fenomeni di near e friend-shoring, risultato della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, evidenzia i rischi dell’interdipendenza di risorse strategiche con paesi “non like-minded”.

In questo scenario, l’Europa cerca di riscoprire il proprio potenziale geologico e sviluppare una propria capacità industriale in un settore carente di campioni nazionali. La creazione di spazi geo-economici più ridotti entro i quali si ricercano autonomia e resilienza, riguarderà dunque anche il settore minerario. In una prospettiva di ricerca di nuove alternative alle risorse convenzionali, assumono rilevanza crescente non solo i giacimenti terrestri ma anche le risorse localizzate nei fondali profondi (la cui conoscenza scientifica è ancora limitata), nella regione artica (sempre più libera dai ghiacci) finanche allo spazio extra atmosferico (c.d. space mining).

Ancora nessun accordo sul deep-sea mining
Anzitutto, l’impennata di domanda di minerali e materie prime e la correlata necessità di diversificare gli approvvigionamenti contribuiscono alla crescente attenzione sulla possibilità di estrarre tali risorse anche in acque profonde oltre i duecento metri, il cosiddetto deep-sea mining, e segnatamente di risorse quali noduli polimetallici, solfuri polimetallici e croste di ferromanganese. Secondo la convenzione del mare Unclos i fondali marini delle acque al di là della giurisdizione nazionale sono da categorizzare come bene comune dell’umanità. Pertanto, la loro esplorazione e sfruttamento necessita dell’approvazione di un Codice minerario condiviso a livello internazionale, come previsto dal trattato Unclos. La negoziazione di tale Codice avviene sotto l’egida dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (Isa), organizzazione incaricata dal Trattato stesso di regolamentare e gestire le attività legate alle risorse minerarie localizzate nel suolo e sottosuolo marino oltre la giurisdizione nazionale; ciò esclude i minerali situati nella Zona Economica Esclusiva (Zee) e nella Piattaforma Continentale.

Particolari complessità nel trovare un comune accordo sono state evidenziate durante la ventottesima sessione dell’Isa del luglio 2023. Le sensibilità confliggenti dei vari Stati hanno determinato lo slittamento dell’adozione del Codice al 2025. Le principali divergenze si concentrano sul tema della protezione degli ecosistemi marini. Da un lato, la comunità scientifica, le Ong e diversi Paesi europei sostengono un approccio precauzionale – una moratoria come il Regno Unito o un divieto totale come la Francia (e i suoi dieci milioni di chilometri quadrati di Zee, tra parte continentale e dipendenze d’oltremare) – chiedendo di posticipare qualsiasi attività finché non sia chiaramente compreso l’impatto sull’ambiente sottomarino. Dall’altro, i paesi con interessi economici e progetti concreti pronti a essere avviati, come l’isola del Pacifico di Nauru, dimostrano un preminente interesse a concludere speditamente il Codice e ad avviare la produzione commerciale, spesso in collaborazione con compagnie minerarie estere (come la canadese The Metals Company, Tmc).

Nel novembre 2023, durante un’ulteriore sessione di negoziazioni all’Isa, gli stati hanno concordato di continuare a lavorare sulla bozza di Codice minerario. Nonostante il progresso e l’accelerazione impressa da alcuni governi per arrivare a conclusione nel 2025, l’incertezza continua a prevalere. Nel caso in cui il processo di negoziazione dovesse arenarsi o fallire, esiste la concreta possibilità che i paesi interessati a sfruttare le ricchezze minerarie del fondale marino – in particolare attori asiatici come Cina, Giappone e alcune isole del Pacifico – possano optare per assegnare concessioni nelle aree sotto la loro giurisdizione (come la Zee), innescando una corsa disordinata e una complicazione dei quadri normativi e delle eventuali rivendicazioni marittime.

Secondo numerosi osservatori del mondo scientifico e delle organizzazioni non governative, tali attività minerarie potrebbero causare danni all’integrità dei fondali, con impatti sulla funzionalità e la sopravvivenza degli ecosistemi. Un’incertezza alimentata dalla scarsità di informazioni e studi inerenti alle esternalità negative di attività ancora sperimentali, in zone particolarmente remote e delicate dal punto di vista ambientale. A questo si aggiunge il possibile impatto sulle comunità locali costiere e sulle relative economie a vocazione marittima. Occorre infine considerare che la redditività delle operazioni deve ancora essere dimostrata di fronte alle sfide tecnologiche, operative e logistiche, nonché ai potenziali costi di un eventuale ripristino ambientale o dai danni permanenti arrecati al fondale marino. Le attività di deep-sea mining restano quindi controverse alla luce delle persistenti incertezze tecnologiche, normative, ambientali, di accettabilità sociale e redditività – in un contesto di crescente attenzione alle tematiche Esg dei player finanziari.

Mari e terre: occhi puntati sullArtico
Il regime giuridico in fase di definizione per lo sfruttamento dei minerali nei fondali profondi inciderà verosimilmente anche sulle prospettive di sfruttamento dei fondali artici, che sono primariamente disciplinati dall’Unclos. Come noto, la regione artica si è ritagliata un posto di prim’ordine per tutti i principali player globali. Geopolitica, cambiamento climatico e transizione energetica sono ivi interconnessi e potrebbero portare l’Artico ad assumere un peso economico crescente nelle catene del valore dei minerali. Qui, come nel Mediterraneo, confluiscono tre continenti e si proiettano gli interessi di potenze mondiali quali Cina, Russia e Stati Uniti e attori regionali. Inoltre, lo scioglimento progressivo dei ghiacciai contribuisce al cambiamento dello status quo, permettendo maggiore estrazione di risorse e percorribilità della Northern Sea Route. Quest’ultima, permetterebbe dunque il collegamento tra Oceano Pacifico e Atlantico con riduzione dei costi di spedizione e l’aggiramento di chokepoints come il Canale di Suez e lo Stretto di Malacca.

Le acuite rivalità tra Occidente e Russia a seguito della guerra in Ucraina rendono anche qui più difficile la cooperazione, precedentemente focalizzata sui temi ambientali e climatici. La sospensione dei lavori del Consiglio Artico nel marzo 2022 – in parte ripresi nel settembre 2023 con la presidenza norvegese – e la richiesta di accesso di Finlandia e Svezia nella Nato non hanno fatto altro che acuire la conflittualità in un contesto geografico e politico simbolo del cambiamento climatico.

Infine, a seguito delle sanzioni occidentali nei confronti della Russia, le risorse artiche – già di primario interesse – hanno assunto un’ulteriore rilevanza per Mosca. Lo stesso vale per la Cina, che nel suo white paper del 2018 si è definita uno stato “quasi-artico” per rimarcare l’intenzione di giocare un ruolo nell’area, una definizione prontamente respinta dagli Stati Uniti. Malgrado l’ampio potenziale di minerali critici e una consolidata storia di estrazione carbonifera nella regione sin dai primi del Novecento, permane la difficoltà di coniugare le necessità economiche della transizione energetica e digitale con la sostenibilità ambientale e delle comunità locali. Ne consegue che, per le difficoltà operative di tale ambiente, i soggetti principalmente coinvolti sono gli Stati appartenenti al Circolo Polare Artico: Stati Uniti, Russia, Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca (Groenlandia) e Canada.

Si tratta di stakeholder dagli interessi divergenti, una dinamica competitiva che interesserà necessariamente risorse naturali sempre più centrali come i minerali (fosfato, bauxite, ferro, rame, nickel, zinco, piombo, diamanti) ma anche minerali critici come il cobalto. L’Unione Europea cerca di ritagliarsi un futuro per la corsa ai minerali mentre la Cina detiene la posizione dominante in tutta la catena del valore di tali risorse. Bruxelles rivolge quindi la sua attenzione verso il Grande Nord, a paesi come Norvegia, Svezia e Finlandia e Groenlandia, nazioni con player minerari a forte vocazione internazionale, con le capacità per operare nei territori climatici ostili dell’area artica e dal promettente potenziale minerario terrestre.

L’esplorazione delle risorse dell’area artica è principalmente una competenza degli Stati membri del Consiglio Artico, i quali potrebbero decidere di ricorrere sia al potenziale minerario terrestre che a quello delle acque artiche. Riguardo queste ultime, circa la metà dell’Oceano Artico è costituita da acque internazionali ma gli Stati possono avanzare diritti anche sulla piattaforma continentale, la quale si estende convenzionalmente fino ad un massimo di duecento miglia nautiche. La Convenzione Unclos (art. 76) consente di estendere ulteriormente le piattaforme continentali fino a 350 miglia nautiche quando uno Stato disponga di dati scientifici che dimostrino determinate caratteristiche geologiche o geografiche. L’attuale corsa ai fondali artici vede scontrarsi claim confliggenti sull’estensione delle piattaforme continentali avanzati da Norvegia, Canada, Danimarca, Russia e Stati Uniti. Ciò porterebbe a una maggiore propensione a reclamare la sovranità su porzioni di mare ad oggi considerate – seppur contese- “acque internazionali”.

Si tratta di un trend che si riscontra nella crescente dichiarazione unilaterale delle Zone Economiche Esclusive, per quel processo che viene definito “territorializzazione del mare”. A tal proposito, il 10 gennaio 2024, il Parlamento norvegese ha approvato l’autorizzazione per l’utilizzo della propria ZEE a scopi di estrazione mineraria; è il primo paese europeo a procedere in tal senso a scopi commerciali, interessando una porzione di territorio ricompreso anche all’interno del Circolo Polare Artico.

Lo spazio torna a essere la nuova frontiera
Le necessità di trovare altri potenziali minerari non ancora intaccati ha portato l’essere umano, oltre l’Artico e i fondali marini, a rivolgere nuovamente lo sguardo al di fuori del pianeta Terra: nel corso degli ultimi anni, infatti, la corsa per l’approvvigionamento dei minerali ha portato diversi attori a espandere il proprio orizzonte fino al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il cosiddetto space mining rappresenta il più recente tassello della corsa allo spazio, ultima frontiera della competizione geopolitica tra gli Stati. Anche grazie alla sua prossimità, la Luna è ovviamente parte rilevante di questo interesse, in quanto ricca, tra gli altri, di silicio, titanio e alluminio, e con concentrazioni di elio-3 – un isotopo non radioattivo dell’elio che potrebbe essere impiegato in reazioni di fusione nucleare.

Quest’ultimo, in particolare, potrebbe essere presente in misura a cinque volte superiore a quella della Terra, sulla quale risulta molto raro. Ad aprile 2020 per la prima volta è stata resa pubblica dall’United States Geological Society (Usgs) una mappa geologica completa della superfice lunare, coperta in larga parte dalla cosiddetta regolite, un insieme eterogeneo di sedimenti, polvere e rocce prodotti dagli impatti di meteoroidi che hanno contribuito al depositarsi di minerali e altri composti, tra cui l’acqua.

Date le potenzialità economiche e l’abbassamento dei costi dei progetti spaziali, nel corso degli ultimi anni un numero crescente di attori privati ha iniziato a sviluppare programmi di space mining. Ciò ha sollevato diversi interrogativi in merito alla normativa sulle attività spaziali, in quanto il diritto internazionale disciplina la condotta degli Stati – in particolare attraverso il principio di non appropriazione – e solo indirettamente delle entità private, con un conseguente rischio di frammentazione del quadro giuridico.

A fare da apripista il Congresso statunitense con il varo, nel 2015, dell’Us Commercial Space Launch Competitiveness Act, che al titolo IV riconosce il diritto a soggetti privati statunitensi di possedere, trasportare, utilizzare e vendere risorse ottenute nello spazio, principio riaffermato dal più recente American Space Commerce Free Enterprise Act del 2017. Con le stesse finalità, nello stesso anno il Lussemburgo approvò la “Loi sur l’exploration et l’utilisation des ressources de l’espace”, seguito da Emirati Arabi Uniti e Giappone. Un primo tentativo di armonizzazione è rappresentato dagli Accordi Artemis, promossi dagli Stati Uniti ed oggi firmati da trentatré paesi, tra cui l’Italia. Siglati a novembre 2020, gli accordi sono volti a definire un framework comune per l’esplorazione e lo sfruttamento pacifico della Luna, Marte e altri corpi dello spazio. Allo stesso tempo, Cina e Russia hanno concordato di collaborare tra loro nelle missioni lunari, criticando l’impostazione degli Accordi Artemis.

Questi ultimi si basano sull’omonimo programma Artemis della Nasa, orientato al raggiungimento di una presenza umana sostenibile e continuativa sulla Luna, così da rendere il satellite un trampolino di lancio per missioni umane su Marte. Una presenza stabile non può prescindere dall’utilizzo delle risorse recuperabili in situ per costruire infrastrutture e per soddisfare le necessità energetiche, che tramite elettrolisi delle riserve d’acqua lunari consentirebbe la produzione di idrogeno e ossigeno per i vettori spaziali verso la Terra o Marte, e per altri utilizzi sulla Luna stessa

Se, per le attività minerarie, la Luna è la frontiera più concretamente raggiungibile nel medio periodo, quello che può effettivamente considerarsi il real deal è l’accessibilità delle risorse contenute negli asteroidi, in particolare quelli definiti come metallici. Questi ultimi sono infatti ricchi di metalli, tra cui oro, platino e terre rare. Un’estrazione nello spazio potrebbe contribuire a ridurre gli impatti ambientali dell’attività mineraria sulla Terra, attenuando pratiche estrattive spesso inquinanti e a volte illegali, condotte in contesti lavorativi privi di tutela dei diritti umani.

In questa ritrovata iper-competitività internazionale ritorna quindi il concetto di “corsa allo spazio” che nella seconda metà del XX secolo era orientata primariamente all’affermazione di una supremazia tecnologica a fini ideologici e militari, mentre oggi si va trasformando in una sfida sempre più economica. Se la “prima” corsa allo spazio fu prerogativa dei governi, le compagnie private sembrano ricoprire oggi un ruolo di crescente rilevanza, chiamate dai rispettivi paesi a contribuire sempre più all’innovazione del settore, contribuendo al contempo a diversificare le tecnologie, a condividere i costi delle operazioni spaziali e a creare nuovi modelli di business in grado di cogliere le immense opportunità della space economy.

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