Gli ebrei anche noI Pride judenfrei e i Protocolli dei Savi arcobaleno

Una fazione della sinistra è apertamente antisemita e giudica Israele come rappresentante del colonialismo sionista, l’altra accetta di fatto questa discriminazione pur di mantenere l’unità delle manifestazioni antifasciste e identitarie

LaPresse

Mercoledì scorso l’organizzazione ebraica queer Keshet Italia ha annunciato che non avrebbe partecipato ai Pride nazionali per il timore di aggressioni e di violenze, più che giustificato dal clima generale di ostilità e contestazione delle simbologie politiche e religiose del popolo ebraico in qualunque manifestazione di piazza, a maggior ragione se nominalmente antifascista, come il 25 aprile, e dalla specifica contrarietà opposta alla loro presenza da alcuni comitati organizzatori. 

Al di là di alcune dichiarazioni formali di rincrescimento – come quella del portavoce del Pride di Roma, Mario Colamarino: «è una sconfitta per tutti, ma la situazione è delicata» – e delle coraggiose prese di posizione del senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto e dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta di Torino (che si sono associati a Keshet Italia, comunicando la non partecipazione ai Pride), l’annuncio dell’organizzazione queer ebraica è caduto completamente nel vuoto e non ha meritato commenti e prese di posizioni da nessuno dei partiti e degli esponenti politici che si sono affollati sopra o sotto i carri dei Pride. Tamquam non esset. Cosa vieppiù significativa, giacché i Pride stessi si stanno sempre più caratterizzando come una festa dei diritti e dell’anti-discriminazione universale, cioè come una piattaforma politica generale e non più, per così dire, di categoria.

L’unico modo decente e politicamente concreto per rispondere all’allarme di Keshet Italia era che i vertici di tutte le organizzazioni italiane del mondo Lgbtq+ annunciassero che gli ebrei minacciati sarebbero stati, proprio per questa ragione, gli ospiti più graditi e importanti della manifestazione, i più visibili e i più sacri. Che insomma non avrebbero dovuto nascondere, ma mostrare la propria identità e sarebbero stati per questo difesi e non accusati di provocazione, come sarebbe invece avvenuto se, alla chetichella, un carro arcobaleno con la stella di Davide avesse provato a mischiarsi a un Pride in kefiah

Questo non è avvenuto e, purtroppo, non poteva avvenire perché nel cosiddetto popolo dei diritti gli ebrei, in quanto ebrei, oggi sono considerati un corpo estraneo o un problema irrisolvibile, una presenza sgradita o una assenza necessaria, una propaggine umana infiltrata dal colonialismo sionista nelle fila dell’intransigentismo antifascista o un corpo sociale sacrificabile agli implacabili dei della dogmatica intersezionalista. 

Insomma, era bene che non ci fossero ebrei dichiarati su quei carri, con la loro bella Stella di Davide arcobaleno, accanto ad Alessandro Zan che cantava e a Elly Schlein che ballava, perché la loro presenza sarebbe apparsa indecente a molti in quanto rappresentativa della colpa del genocidio (quello di Gaza – nuovo dogma dell’antisionismo globale – non quello di Auschwitz), o gravemente inopportuna ad altrettanti, in quanto foriera di contraddizioni non dipanabili se non montando e rimontando – chissà a che prezzo, chissà con quali conseguenze – la koinè linguistico-culturale del movimento dirittista.

Per una parte della sinistra italiana (quella che le elezioni europee hanno rigonfiato e inorgoglito di consensi) anche gli ebrei israeliani che da mesi tentano di mandare a casa Benjamin Netanyahu sono per proprietà transitiva secondini della galera sionista, da cui liberare la Palestina dal fiume al mare e gli ebrei italiani, che pure israeliani non sono, sono agenti stranieri di uno stato canaglia e cittadini a metà, in quanto irrimediabilmente segnati dalla doppia appartenenza. Un pensiero squisitamente fascista al servizio della retorica antifa.

Per un’altra parte della sinistra italiana, invece, quella con rispetto parlando moderata, il pregiudizio antisemita dei compagni di piazza è un inevitabile effetto collaterale della polarizzazione mediorientale, su cui non vale la pena di far saltare le mitologiche unità antifasciste delle manifestazioni di opposizione, Pride compresi.

Insomma, l’unica divisione a sinistra sul tema è tra chi vuole discriminare gli ebrei, e chi, pure non volendo, accetta che siano discriminati e neppure si sogna di chiamare antisemiti gli antisemiti, per evitare che esploda la santabarbara delle contraddizioni di una piazza che, di fronte alla sorte di tutti i diversi sessuali in Medio Oriente, dichiara ufficialmente nemico l’unico Paese dell’area in cui i gay – malgrado i fascisti alla Ben-Gvir – possono vivere liberamente e festeggiare il proprio Pride senza essere lapidati, impiccati e buttati dai balconi come fa a Gaza Yahya Sinwar.

I Protocolli dei Savi di Sion arcobaleno, che hanno decretato la necessità di un Pride judenfrei per non sfidare la suscettibilità proPal, impongono agli ebrei ciò che Roberto Vannacci vorrebbe imporre ai gay: di non esibire la propria identità, di non offendere le maggioranze silenziose con il proprio orgoglio di minoranza e di lasciare alla brava gente il diritto di considerarli un errore della natura o della storia e una lobby manipolatrice dei processi democratici.

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