Botte da OrbánIl muro contro muro di governo e opposizione, e l’interesse dell’Italia

La manifestazione contro la riforma istituzionale, organizzata a Roma da Pd, M5s, Sinistra e Verdi, è stata un successo ma non sposterà niente: la maggioranza tirerà dritto senza dialogare, mentre Schlein e Conte continueranno a protestare, senza fare proposte alternative

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E così ieri al Senato il premierato è passato in prima lettura – ne serviranno altre tre (due alla Camera e una al Senato, senza modifiche) – con i voti della sola maggioranza. Le opposizioni (tranne Italia viva e Azione) sono andate in piazza per protestare contro un disegno di legge che a loro dire è un pericolo per la democrazia. «Unità, unità», scandiva la piazza, come succede da anni.

La manifestazione di Roma è stata partecipata, oltre le aspettative, e anche un po’ eccitata da alcuni comizi molto “de sinistra”: una studentessa ha pure accennato al «genocidio» e sappiamo cosa vuol dire, prima della sfilata di Rifondazione comunista, Anpi, Sinistra e Verdi, Arci. Poi Giuseppe Conte in versione comiziante, infine Elly Schlein-la-superstar che ha promesso che «la prossima volta andremo in una piazza più grande». Schlein dice sempre le stesse cose, ma adesso le dice bene. Manifestazione molto antifascista, un po’ di Francia a piazza Santi Apostoli. Rissa in Parlamento, X Mas, l’inchiesta di Fanpage, la sinistra ribolle in un clima francese o giù di lì. 

Dunque la maggioranza governa, la minoranza si oppone: l’Italia sembra un Paese normale. Ma non è così. La giornata di ieri segna uno spartiacque di una legislatura già nata sotto il segno della contrapposizione perché il voto del Senato da una parte e la piazza dall’altra sono le due istantanee di una situazione politico-istituzionale senza uscita. Bloccata nella rigidità degli attori protagonisti, cristallizzata da una sceneggiatura da western col duello finale. 

Di chiunque sia la colpa, è evidente che questo non è il clima giusto per le riforme costituzionali. Il combinato disposto autonomia differenziata-premierato andrà fermato con i referendum, altro che battaglia parlamentare, le opposizioni, soprattutto quella che ora dà le carte, ovvero il Partito democratico, vede nel premierato il grimaldello di Giorgia Meloni e i suoi Fratelli per instaurare un regime sudamericano o ungherese o turco, con l’uomo o la donna soli al comando e senza contrappesi a causa dell’indebolimento del Parlamento e lo svuotamento della Presidenza della Repubblica. 

L’allarme democratico in un certo senso è il terreno migliore per la sinistra. Da parte sua, e questo è istituzionalmente più grave, il governo non ha mai voluto aprire un tavolo di discussione con le opposizioni per verificare la possibilità di un disegno comune o almeno per evitare una contrapposizione distruttiva. Una rigidità, quella di Meloni, che d’altra parte si vede in tutti i dossier sul tavolo del governo. È un modo di governare con il machete. «Abbiamo vinto noi», che tradotto in giorgiamelonese significa «faccio come voglio». Nemmeno Silvio Berlusconi, decisionista per antonomasia, faceva così. È più forte di lei: si governa alla Viktor Orbàn, altro che Democrazia cristiana. In Italia sembra funzionare, in Europa decisamente meno come dimostra la partita delle nomine.

Le opposizioni finora non sono mai state capaci di ostacolare la deriva domestica meloniana. Mai un risultato, mai una proposta vincente, un po’ per insipienza, un po’ per le eterne divisioni interne. È presto per dire se questo quadro sia mutato in termini politici. Per ora c’è il ringalluzzimento di Elly Schlein e compagni, e può darsi che nei prossimi mesi il Pd riuscirà a fare qualcosa di efficace che sin qui non ha fatto: cioè fare politica, proposte, battaglie. Quello che è sicuro è che si va incontro a una fase di assoluta contrapposizione, a un wrestling politico senza esclusioni di colpi. Che non promette bene.

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